A Quelli che Rompono i Vetri

Il primo fu mio padre, aveva giusto 19 anni quando prestò servizio militare a Verona, proprio lui che aveva partecipato alle manifestazioni contro la guerra e a quelle per i diritti delle donne e degli studenti.

Era nato da genitori di bassa estrazione sociale, era quindi per puro diritto un figlio del popolo, un popolo quello italiano degli anni70 che credeva nella libertà e nelle possibilità di un futuro ancora tutto da costruire.

Partì incerto di quella scelta effettuata più per obbligo che per volontà propria, infatti mi immagino come sia andata con mio nonno riformato durante la guerra e mio zio ritenuto di salute fragile, l’ultimo uomo di famiglia non poteva tirarsi indietro dal passare sotto le armi.

La leva obbligatoria a mio parere era qualcosa di utile al tempo e lo sarebbe anche ora per molti versi, ovvio che come tutte le cose dipende da come le prendi, temo però che per mio padre passare dal fuggire dalla polizia con zoccoli di legno e capelli lunghi da fricchettone al marciare sotto il sole con anfibi di cuoio e i capelli completamente rasati non debba essere stato uno scarto semplice.

La disciplina, la miope arroganza dei superiori, le folli costrizioni e le mancanze della vita da caserma,  nel suo immaginario erano riconducibili solo ed unicamente all’ingiustizia, alla mancanza di libertà, alla prigionia e al fascismo.

Povero ragazzo, appena conquistavi la libertà dei diciotto anni, appena iniziavi a capire come funzionava il mondo e le sue lotte a cui prendervi parte dicendo la tua e schierandoti venivi costretto a servire per ciò che era più lontano dal tuo spirito e del tuo pensare.

Dopo 3 mesi e mezzo circa, così raccontano le cronache, mio padre insultò ferocemente un ufficiale e preso dall’ira con un pugno ruppe una vetrata di due metri ferendosi.

Venne recluso per insubordinazione e danneggiamento aggravato al carcere militare di Peschiera del Garda.

Come sappiamo bene noi che studiamo tragedia greca le colpe del padre capita che cadano sul collo del figlio, più per genetica mi viene da dire che per un effettiva coincidenza del fato e in questo caso per esemplificare è opportuno citare il motto:

“la mela non cade molto lontano dall’albero”

Ero in quinta ginnasio al liceo S. Carlo in una classe in cui non ero particolarmente apprezzato, in cui per i miei compagni ero un emarginato o per lo meno io mi sentivo tale sotto i loro sguardi e percepivo un misto di disgusto e mistificazione dalle loro parole quando si riferivano a me.

Quando si è fuori luogo o ci si sente esclusi da un posto in cui devi passare qualcosa come 28 ore della tua settimana, luogo che per altro deve formarti alla vita, allora tendi a non dare peso alle cose che fai e come le fai per una mancanza di senso.

Ai primi di Aprile ruppi un vetro lanciando con incoscienza la mia sacca dell’ora di ginnastica sul banco ma centrando la vetrata della finestra che si trovava proprio a fianco: questo fu un gesto senza senso.

Fortuna volle che sotto i due piani di edificio e sul marciapiede sottostante non vi fosse nessuno, e nessuno si fece male.

Quell’anno venni bocciato non tanto per quel fatto, quanto per un’immaturità che quel fatto aveva semplicemente reso lampante.

L’anno successivo ebbe inizio la mia adolescenza, iniziai a fumare, mi innamorai per la prima volta e forte del mio ruolo di emarginato che io stesso ero riuscito a convincermi di avere divenni realmente tale.

Un rinnegato che rigettava tutto e tutti, tutto a partire dai professori che mi avevano bocciato, i miei vecchi compagni di classe, la scuola e il suo sistema di voti, ma soprattutto fra tutti io rinnegavo il padre che se ne era andato di casa e la madre che non capiva.

Non furono anni felici, li vissi con troppe emozioni nella pancia e troppe domande nel cuore e nella mente.

La scuola andava male mi ci dedicavo con incostanza come se fosse marginale quando in realtà era fondamentale perché tra quelle mura che costituiscono il S. Carlo noi senza saperlo iniziamo a scegliere il nostro percorso, la nostra vita, il nostro futuro.

La scuola che poteva essere una sicurezza divenne una delle tante incertezze assieme alla famiglia, agli amici, alla società; ero sospeso nel mare di emozioni che può pervadere un adolescente che non trova appigli concreti, e in questo mare le domande anche quelle giuste non trovando risposte diventavano quei dubbi che pian piano ti rodono l’anima, i grandi Perché che ti suggestionano fino a renderti completamente cieco a quali siano gli obbiettivi e le motivazioni per le quali si stia studiando greco e latino piuttosto che qualunque altra materia.

All’età di 17 o18 anni si è incapaci di ascoltare con chiarezza probabilmente perché la nostra voce è troppo alta per sentire quelle degli altri e detta come va detta molti buoni consigli e buone occasioni per crescere vanno a finire nel cesso.

Ero al penultimo anno al S. Carlo una notte di metà Maggio dopo un aperitivo decisamente lungo in Via Gallucci, dovevo tornare dai miei nonni a Modena est perché all’epoca abitavo da loro e a portarmi a casa c’erano solo le mie gambe e la musica dei “Blind Guardian” sul lettore.

Sotto casa la luce sulla porta mi permetteva di vedere distintamente contro il vetro il riflesso di un ragazzo stanco, sporco, con tante preoccupazioni e molto risentimento per se stesso per non essere stato capace di dare un senso alla vita e per un mondo che non lo aveva aiutato in questo.

Gli occhi di quel riflesso erano pieni di odio e di rabbia.

Con un pugno infransi anche il vetro di quella porta.

Quel vetro quel venerdì sera rifletteva ciò che io non volevo vedere: la mia inedia, la mia tristezza, e tutto il tempo perso.

Io non vi dico che non si commettono sbagli nella vita ragazzi, ma l’importante è cogliere le occasioni e farle proprie.

 La scuola è una di queste occasioni anzi è la prima di queste per un ragazzo, occasione nella quale può confrontarsi con gli altri e crescere, imparare e apprendere, ma soprattutto vivere liberamente la propria adolescenza.

Ricordate che il vostro tempo dentro al S. Carlo è adesso ed è di ciascuno di voi il dovere di farlo vostro.

Se la vostra scuola non vi piace allora cambiate voi stessi per cambiare il S. Carlo, perché questo liceo non è fatto da professori o dirigenti scolastici, educatori o carcerieri, ma è fatta principalmente da voi perché senza di voi non avrebbe senso di esistere.

Rompere un vetro non è grave, ma la motivazione che vi sta dietro fa capire molte cose.

 African Detto Il Nero

Marcello Bergamini

Liceo S.Carlo bei ricordi

Banchi abbandonati, vetri rotti nel momento della decadenza della scuola pubblica italiana. La mancanza di Senso porterà molti di noi e le future generazioni a stare come questi banchi: invisibili e ammassati sulla porta di servizio della Vita.

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13 risposte a “A Quelli che Rompono i Vetri

  1. Bellissimo! vorrei farlo leggere a molti. sono splendidamente colpita da come hai scritto e da cosa hai scritto. Parliamone!

  2. Complimenti davvero. Anche se odio la parola “intenso”, che vuol dire tutto e niente, in questo caso è l’unico aggettivo che mi viene in mente. E’ intenso, fa riflettere delle più svariate materie perchè fino all’ultima frase risulta difficile capire bene dove voglia arrivare il discorso: è semplicemente una strada che va, la meta è sconosciuta ma ciò che si trova nel tragitto è talmente interessante che smettere di camminare sarebbe impossibile.
    La cosa straordinaria è come, e correggimi se sbaglio, questo articolo nonostante le apparenze ti sia forse servito principalmente per guardarti in faccia sul serio, come una sfida. E sicuramente è una sfida per te, certo, ma anche per chi legge, che non vorrebbe mai leggere di Quelli che rompono i Vetri ma non può farne a meno.

  3. Non so se avete mai giocato a un RPG on-line; comunque in questo momento in cui vi rispondo mi sembra di essere in una di quelle realtà parallele in cui le entità che incontri esistono ma non nel momento e nel luogo in cui le stai incontrando.
    Per stingere qualcosa di tangibile beh… prima di tutto (e anche alla fine di tutto) ringrazio i lettori per avere apprezzato il modo e il contenuto di ciò che è stato scritto in un modo che di certo non mi sarei mai aspettato…
    Ho deciso di rompere l’imbarazzo e il mutismo con un alcune verità spicciole del tipo:
    1) non sono uno scrittore, scrivo anche altro, ma non so cosa intendere per altro, poesie… mah ritenerle tale farebbe rivoltare il grande Leopardi nella bara, ma ci sto lavorando Mario tranquillo.
    2)non condivido l’idea che la solitudine e la consapevolezza di questo concetto possano rendere un uomo tale.
    Specifico: l’essere umano è un animale sociale che non può vivere se non in comunità e a contatto con altri suoi simili, o in alternativa ricercare l’Alterità nelle persone luoghi e cose che circondano il suo mondo e sono perciò a lui familiari.
    Per quanto riguarda invece i manichini.. beh ho avuto modo di visitare la pagina da te linkata LordBad e ti consiglio caldamente di darti all’ippica o ai massaggi orientali, perchè questo genere di pubblicità occulta mi fa come dire… “passare la stitichezza” per non usare termini più scrurrili, perchè in quell’articolo non ci vedo proprio nulla…
    Ma De gustibus…
    E per la cronaca: la solitudina crea solo persone a cui di umano è rimato poco, forse solo il ricordo.
    3) Sandra dimmi tutto, di cosa vuoi parlare…?

    Come detto all’inizio, e ora siamo alla fine, ringrazio nuovamente tutti i partecipanti di questo grande reality che è la vita per la stima l’impegno e anche per la faccia (chi ce l’ha messa)

    Cordiali Saluti
    AfricanDettoIlNero

  4. ieri sera ho raccontato a giulia un ricordo della mia scuola superiore. una classe difficile in tempi difficili. un professore parlando a noi studenti a proposito di alcuni di noi che venivano, per diversi motivi, emarginati ci disse: ” il vostro quaderno a righe ha ai lati due margini. voi scrivete dentro ai margini, fuori di questi vengono riportate le correzioni, gli appunti, le cose che non posso entrare nel margine. ma ricordatevi che sia le righe che i margini fanno parte dello stesso foglio. ricordatevi che fuori dai margini vengono scritte le cose importanti, quelle su cui riflettere, vengono scritte le correzioni, quelle che vi serviranno per migliorare.” forse per voi non ha molto senso, ma per me ne ha avuto moltissimo. nel proseguo della mia vita (azz mi sento matusalemme) ho sempre trovato tanto sano fuori dai quei margini e troppo spesso ambiguità dentro a quei margini. l’importante è sempre stato il foglio. tutto qui.

  5. Mio carissimo Marcello, quanto sei bello! Mi riempie il cuore questo tuo racconto, sei pieno di consapevolezza e finalmente guardi la tua vita con amore. In fondo, molto in fondo, questa è la vita che scegliemmo prima di deciderci per questo pianeta pieno di stagioni, di catastrofi e meraviglie. Ci piacque x le sue molteplici variabili, ci piacque il gioco che avremmo potuto giocare con le nostre sette carte del destino. Ed eccoci qui in questo game che dura fino all’ultimo respiro, a volte vincenti e a volte per niente. Ti stimo e ti abbraccio, mi rileggerò il tuo articolo quando ho voglia di rompere gli specchi. Ehi, rileggilo ogni tanto anche tu!!
    Un abbraccio, Lia, una vecchia prof.

  6. E allora giù di corsa per le scale, che le giornate in casa non sono per noi, serve più spazio, non c’è abbastanza aria per questa rabbia.
    Berga, veramente un grande articolo, che mi fa rimpiangere di non aver mai rotto vetri e di aver sempre cercato soluzioni troppo razionali al dolore.
    Un grazie di cuore.
    a.m.

  7. Dopo tutti questi interventi è meglio commentare con una canzone: la poesia e la musica si innalzano più facilmente.
    Però una cosa te la voglio dire Africano, questa volta il messaggio era chiaro e si capisce anche per chi lo hai scritto, per questo credo che sia uno scritto più tosto degli altri.

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