La tomba del prete. Mille anni di storia riemersi dagli scavi archeologici di Magreta

Se fosse burbero o gentile, cosa predicasse nei sermoni, quale fosse il piatto preferito di Ludovico Antonio Bartolamasi, rettore della parrocchia di Magreta agli inizi del ‘700, non ci è dato sapere. Di lui però ci rimane una scarpa in cuoio e legno (incredibilmente conservata), un pendaglio dorato a crocifisso, e un mucchio d’ossa deposte in una camera sepolcrale al di sotto dell’altare attuale della chiesa di Magreta.

La scarpa del prete

Sapremo forse di più su di lui quando i suoi resti ossei verranno studiati: ad esempio la sua statura (da vivo!), il suo stato di salute, le cause eventuali del decesso. Non è certo una sorpresa che sotto i piedi dei fedeli che seguono oggi le sacre funzioni siano nascoste tombe più o meno antiche, giacché fino al principio del XIX secolo la deposizione delle salme nelle chiese era prassi comune, tanto nelle cattedrali dei centri maggiori, quanto nei piccoli oratori di campagna. Fu poi Napoleone a vietare questa pratica e ad imporre il seppellimento nei campisanti esterni ai margini degli abitati. Gli scavi condotti all’interno della chiesa dall’archeologo Francesco Benassi (ArcheoModena) e diretti da Donato Labate della Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Emilia Romagna non hanno messo in luce solamente la tomba di Bartolamasi, ma un’intricata storia narrata dal sovrapporsi di molteplici strutture. Una storia affascinante, che si dipana per oltre un millennio. Cercheremo di ripercorrere quella storia a ritroso, come fanno gli archeologi, partendo da ciò che sta sopra per poi scendere in profondità verso tempi via via più lontani da noi. L’attuale chiesa, oggi interessata dai noti problemi strutturali che hanno richiesto l’intervento conservativo in corso, fu eretta tra il 1821 e il 1823 in senso Nord-Sud, sfruttando come base per le fondazioni della volta principale i resti di una struttura preesistente che correva perpendicolarmente, cioè in senso Est-Ovest, come accade per tutte le chiese antiche e per i templi ancora più antichi (i fedeli, entrando, guardano infatti a Est, in direzione del sole nascente, simbolo di rinascita spirituale). Questa struttura –si sarà già capito- non era altro che una chiesa del XIII-XIV secolo, poi ampliata nel ‘500, della quale Bartolamasi fu appunto rettore tra il 1671 e il 1721. Al suo interno, oltre alla sua tomba, ve n’erano anche altre, appartenenti ad altri personaggi locali eminenti, a religiosi e ad alcuni bambini. Se qualcuno pensasse che la storia sia qui conclusa, si sbaglierebbe: in profondità, nella zona dell’abside dell’attuale chiesa, si sono conservati resti di una struttura altomedievale, forse databile al X-XI secolo, probabilmente la cappella dell’antico castello di Magreta che, come già sappiamo, sorgeva proprio in quell’area. Accanto ad essa si trovano anche alcune sepolture a cappuccina collettive (contenenti cioè più individui ciascuna).

Le tombe "a cappuccina"

Le coperture di queste tombe sono costituite da mattoni “manubriati” d’età romana, il ché testimonia che anche a oltre mezzo millennio dalla caduta dell’Impero, i materiali che si recuperavano dalle rovine romane semisepolte venivano reimpiegati per gli utilizzi più disparati. E al di sotto dei resti del Castello? Potrebbero celarsi altre tracce del passato di Magreta? Dove si trova l’insediamento romano di cruciale importanza che conosciamo come Campi Macri e che ha dato il nome al paese a noi tanto familiare? Può quello stesso luogo, nascondere i resti di una terramara, “sorella” di quella di Tabina o Casinalbo? Ogni nuova scoperta dà sempre lo slancio per nuove domande, ma oggi ci fermiamo qui, perché i viaggi nel tempo richiedono tempo, sempre tuttavia ben speso quando si tratta di soddisfare la nostra inappagabile curiosità.

Mappa del '700 del castello di Magreta con annessa la chiesa

Si ringraziano Donato Labate (Sopr. Beni Archeologici dell’Emilia Romagna) e Francesco Benassi (ArcheoModena).

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