Visione in Mente 2011 – LeFarSa di Nunzio Tango

Sono qui. Seduto in questa stanza dove, tutti i giorni, decine di persone entrano ed escono portando con se le loro vite in formato doc (pdf quelli più avanti). Decine di vite in Times New Roman o Arial o Verdana, che hanno  fatto di tutto perchè la loro esistenza sia formattata, standardizzata e ridimensionata in NON troppe pagine, punti salienti, aspetti professionali rilevanti, esperienze, titoli, dati…il tutto rigorosamente senza spazio alcuno per CHI abbia ottenuto quei titoli, a CHI vadano riconosciute quelle esperienze…ancora adesso sorrido pensando che, CV alla mano, Hannibal Lecter avrebbe certamente più chances di me nel trovare lavoro in un ospedale.

Dietro al FORMATO EUROPEO o EUROPASS, hanno rinunciato, per sempre, alla loro unicità, a quello che li caratterizza davvero come persone. Un tempo, diceva mia nonna, chi cercava un lavoro si presentava vestito solo della sua dignità e della sua parola, faceva fede la sua faccia, le sue intenzioni, ma si sa che i vecchi raccontano di un mondo che non esiste più.

Una cosa è  certa, paradossalmente, in una percentuale variabile, nessuno è totalmente autore della propria “carriera della vita”. I più fortunati hanno amici, fidanzati, parenti che in toto o, in parte, si sono prodigati per la stesura dei loro CVs, altri sicuramente hanno contattato dei professionisti, gente del ramo, magari anche pagando. Come per la preparazione dei CVs, così per la conduzione di un colloquio, una nuova figura professionale è nata: l’INTERVIEW COACH. D’altra parte chiunque abbia sostenuto almeno un paio di queste interviews, si sarà subito reso conto che un colloquio di lavoro inizia ben prima dell’ora in cui è stato fissato. Incomincia con una serie di rituali, come la scelta dell’abito idoneo, per dare una certa impressione, un canovaccio di frasi e parole fatte, preparate a puntino, da elargire appena se ne si presenti l’occasione e, cosa più importante, si può sentire la reale presenza del colloquio dalla tensione crescente, dalle aspettative e dalle speranze alimentate da un possibile esito positivo. Su quest’onda di emotività esistenziale, di chi cerca un’occupazione, surfeggia, un pò come un preparatore atletico dei colloqui di lavoro, questo fritto misto di psicologo/consigliere/visagista/stilista/stratega che ti dice come vestirti, pettinarti, cosa/come/quando/perchè dire certe cose, come muoversi (perchè anche la comunicazione corporea è un requisito), come essere subdolamente e falsamente onesti, come non cadere nelle dialettiche trappole di chi ti esamina. Il tutto senza neanche curarsi di sapere che il plurale di curriculum è appunto curriculum, e non curricula, il che la dice lunga sulla sua attenzione verso i particolari. Si insomma, la ricerca di un lavoro ha partorito decine di figure lavorative, tanto da indurre a pensare che se questa sera la disoccupazione fosse scongiurata, domani mattina si creerebbero nuovi disoccupati.

Sono ancora qui seduto, ad aspettare, stanco e un pò demoralizzato (dopo mesi e mesi di colloqui), un pò spazientito, ad aspettare. La puntualità è certamente un requisito importante ma, evidentemente, non per tutti quelli che siedono dall’altra parte della scrivania che ho di fronte. Mentre mi tormento per l’ennesima volta il nodo alla cravatta (il look è il 50% della prima impressione, e la prima impressione è il 100% di quello che conta, così mi dicono tutti), torno a pensare alla jungla di carpette, CVs, fototessere che stanno sicuramente passando sotto i portici del palazzo seicentesco in cui mi trovo, nel pieno centro della città. Rifletto sulle parole di una mia amica (anche lei in cerca di una dignità lavorativa):” cercare un lavoro è un lavoro!”. In effetti come darle torto, mandava (tra on line e cartaceo) non meno di una decina di CVs al giorno da mesi, aveva una mappa della città dove segnava tutte le agenzie di lavoro che andavano foraggiate, a loop, ogni mese con nuovi curriculum, spendeva ore ed ore delle sue giornate su internet alla ricerca di qualsiasi offerta anche, seppur vagamente, inerente con i suoi studi (una Biologa con tanto di dottorato di ricerca). Un giorno decise che avrebbe accettato semplicemente qualsiasi offerta di lavoro, a qualsiasi retribuzione, per qualsiasi lasso di tempo le fosse stato offerto. Fu il giorno in cui le annunciarono che non era stata scelta come DERATTIZZATRICE in una cittadina di provincia, ruolo che richiedeva ESPRESSAMENTE la laurea in biologia nell’annuncio di lavoro.

Finalmente sento un vociare, vedo entrare due figure, una donna e un uomo, io spero sia la donna, ho sempre avuto molto più feeling col mondo femminile. La mia ragazza (una psichiatra) mi avrebbe detto che questo era dovuto al mio conflitto esistenziale con mio padre. Fatto sta che i due parlottano e, mio malgrado, entra l’uomo. Come mi aspetto, impeccabile nel vestito e nel look, meticolosamente preparato a dare di se, se non una buona impressione, certamente nessuno spazio ad una interpretazione negativa del suo aspetto fisico, come farebbe uno che non è venuto ne a giudicare ne a esser giudicato, una figura neutra. L’uomo in verità, non troppo più vecchio di me, si siede, mi da la mano sorridendo in un modo molto amicale, d’altra parte in certi frangenti, cortesia, educazione, dizione, attenzione all’ascolto e buoni propositi alla miss america sono, veri o falsi che siano, puro format, così come nessuno potrebbe immaginare di scrivere un CV in Monotype Corsiva, altrettanto chiaramente, nessuno si presenterebbe in jeans strappati e masticando una gomma…anche se fosse oggettivamente più spigliato ed a proprio agio. L’aspetto, anch’esso canonizzato come una divisa, al di là di certi gradi di libertà di genere: per lui cravatta o almeno giacca, lei tacco/gonna al massimo pantalone elegante, trucco non pesante.

Fu un colloquio lungo, capillare e che assunse, a tratti e volutamente, connotazioni da interrogatorio. Ci sono manuali su come condurre questi colloqui, lo sapevo. Avevo fantasticato pensando che fossero stati creati inizialmente dalla CIA o dal KGB e che alcuni stralci, quelli che studiavano il linguaggio del corpo, oppure la scelta dei colori degli abiti piuttosto che il linguaggio verbale utilizzato, fossero stati trasportati nel recruitment del così detto mondo del lavoro. D’altra parte mi interrogavo spesso se il colore di una particolare cravatta o una mimica convincente, influenzassero, a livello inconscio, la possibilità di considerare idoneo, per una particolare mansione, un individuo più o meno di qualcun’altro che aveva sfoggiato invece un lessico propositivo o una certa griffe.

Tra la presentazione dei CVs (su cui tutto il lavorativamente rilevante è scritto), e la presentazione del proprio aspetto esteriore, il colloquio si colloca come una terra di nessuno in cui il colloquio stesso è una rappresentazione teatrale e rituale delle parti, di chi esamina e di chi è esaminato. Ma il mondo va così mi dicevo, ci si deve adattare, ognuno ha la sua parte sul palcoscenico e la mia è una parte triste…quindi, come ormai di rito, quando un CANDIDATO non è IDONEO, quando i REQUISITI non sono CONFORMI alle richieste del DATORE DI LAVORO che ha pubblicato L’ANNUNCIO, a me tocca chiudere nella carpetta del CV, tra le righe della vita di quest’ uomo, tutte le sue speranze, tutte le sue aspettative, tutte le parole e le esperienze umane che non mi ha detto e che non gli ho dato modo di dirmi, perchè occupato e preoccupato a rispondere a domande standard…chiudo la carpetta, gli tendo la mano, così come il sorriso più amicale che la mia amorale mi permette di fare e, rimandandolo nella jungla, lo saluto rassicurandolo con tre sole parole.

LE FARemo SApere.

Nù!

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