La tua Modena

Ricordo quando mi raccontavi della tua città, con gli occhi ghiacciati e buoni persi nel vuoto, a cercare quella morbida luce rossastra dei lampioni, gli odori e le voci che ti scavarono la pelle e la fecero propria. Voci di pazienti, colleghi, postini, vecchie signore con l’artrite, che resero il tuo viso un mosaico delle loro storie, dei loro problemi,delle loro malattie e delle loro debolezze. Quando mi parlavi della tua città sentivo di aver perso molto di quello che era. La città era cresciuta, si era ammalata, era morta, risorta, era tornata sofferente sui suoi passi, aveva disdegnato il passato e aveva continuato a camminare verso non si sa dove. Ora la città ha una faccia rassegnata da vecchia moglie di un marito insopportabile di cui non riesce a liberarsi, vuoi per paura,vuoi per inerzia, vuoi per abitudine.

“Ma io amo la mia città di un amore che come ogni vero amore è incondizionato”, mi dicevi. “D’estate, quando sulle saracinesche abbassate i cartelli avvertono che sono chiuse per ferie, si cammina sotto i portici delle strade deserte respirando l’aria immobile e calda. Allora so che la città mi sta spiando anche se finge dormire, le sue finestre chiuse non mi ingannano, e so che mi ha riconosciuto. Non sono un intruso. Ci conosciamo da tanti anni…”

Sospiravi e sorridevi malinconico e mi parlavi di tanti anni fa quando la città si avvolgeva di nebbia, poi lasciava che i raggi del sole la spogliassero adagio. Prima mostrava la sua torre bianca, poi i tetti dei palazzi più alti, infine appariva a noi impazienti voyeurs  in tutta la sua nuda, luminosa bellezza.

“Noi amavamo la nebbia”, affermavi deciso, “nascondeva le cose, smorzava i rumori e assorbiva le luci che sembravano fioche e lontane. I contorni delle case, le vetrine, i veicoli, le persone apparivano irreali e misteriosi. Camminavamo fantasticando che qualcosa di magico stesse per accadere e ci lasciavamo inghiottire e proteggere nel suo bozzolo ovattato. Ci piaceva respirarla la nebbia mescolando ai suoi vapori compatti quelli del nostro respiro condensato dal freddo. La nebbia trasformava magicamente ricordi ed episodi anche banali in fiabe. In quei racconti la nebbia era sempre fittissima ma qualcuno garantiva che in una certa altra occasione era stata ancora più fitta. I paragone più frequente era un muro, un muro compatto. Si annuiva in silenzio, orgogliosi come di un privilegio. La nebbia era per noi un blasone di nobiltà. Quelli che non l’amavano non erano dei nostri”.

Quanto mi piaceva quel dei nostri ! Ai miei occhi di bambina era un gruppo misterioso, una specie di partito senza nome e senza bandiera del quale, anche senza sapere cosa fosse e cosa facesse, potevo fidarmi ciecamente. Ero orgogliosa di farne parte, perché nella mia entusiastica fantasia di bambina doveva essere segretissimo, e il solo fatto che se parlasse davanti a me implicava che io ne facessi parte. Mi immaginavo chissà quali imprese eroiche, mi bastava sentire un è dei nostri o non è dei nostri per marchiare a fuoco e irremovibilmente  una persona  mai vista. Speravo sempre che un bel giorno qualcuno sarebbe venuto con nonchalance, con tanto di impermeabile e sigaretta in bocca a chiedermi di prendere parte ad una di queste meravigliose e rivoluzionarie missioni segrete. Ancora adesso conservo gelosamente questo mondo fiabesco un po’ da carboneria, intriso di racconti partigiani e di storielle stupide, magico e straordinario .

Camminavamo d’estate veloci sotto i portici, io trottavo per seguire le tue lunghe gambe, respirando l’aria umida, quasi liquida di questa città squagliata, e tu col cappotto e tutto, impassibile e senza dare nemmeno un minimo segno di stanchezza o quanto meno spossatezza, guardavi i muri scrostati delle stradine del centro e parlavi con lei, la tua eterna amante, la tua Modena.

“Un tempo il tuo colore preferito era il rosso e non si poteva immaginare che te ne piacesse un altro. Piaceva a tutti i tuoi cittadini o quasi. Qualcuno preferiva il rosa, altri il bianco, qualcun altro addirittura l’azzurro. Si trattava peraltro di macchie di colore così piccole che non riuscivano assolutamente ad attenuare il colore di fondo ma anzi lo esaltavano con la loro diversità. Le elezioni con i comizi che le precedevano, la comunicazione dei risultati sui grandi tabelloni, davanti al palazzo comunale, la sera, i festival del partito erano le grandi occasioni di cui tu approfittavi per vestirti di bandiere, rosse naturalmente. Pendevano dalle finestre e ricoprivano le piazze, ondeggiando alla brezza e accarezzando i volti  delle folla col loro sorriso materno. Era un certezza, una garanzia rassicurante. La gente cantava Bandiera Rossa. Era una bella canzone che oggi non si canta più ma che tanti anni fa sembrava capace di esorcizzare da sola e per sempre le tenebre che avevano oppresso per tanto tempo le nostre vite.

Un tempo le parole avevano significati precisi e non avevano ancora subito violenze semantiche. Si “coniugavano” soltanto i verbi, i “teoremi” erano soltanto verità geometriche da dimostrare, le rette parallele non erano mai convergenti e le alleanze non erano mai “strategiche” ma venivano strette fra persone o forze politiche che avevano gli stessi ideali e volevano conseguire gli stessi obiettivi. Poi molte cose sono cambiate.

Ora, alla base della torre bianca, chiuse nelle loro gabbie di vetro, le fotografie di oltre millecento partigiani ci guardano con i loro occhi buoni e cercano di capire”.

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