La città senza cuore

Da quando sono tornato a vivere a Modena, confesso che qualcosa è cambiato. Non che cinque anni fa fosse diversa, intendiamoci, la nostra amata città. Forse l’aver lavorato in posti sparsi tra la penisola e il resto d’Europa ha cambiato me, la prospettiva dalla quale osservare, la scala con cui misurare e valutare le cose.

I miei tanti compagni di scuola emigrati (ebbene sì, anche noi italiani della ricca Emilia siamo o stiamo tornando “migranti”) hanno la stessa mia sensazione tutte le volte, ce lo diciamo sempre.

ponte della ferrovia sul Panaro
   Ponte della ferrovia sul Panaro        

Ogni nostro ritorno a Modena è sempre accompagnato da una grande emozione, perché ci è mancata da morire. A me personalmente, quando il treno scavalca il ponte di ferro sul Panaro e sfila davanti al cimitero di San Lazzaro, aumentano i battiti cardiaci, mi scopro improvvisamente ansioso di vedere i miei cari e varcare la soglia di casa.

Giorni dopo, però, al momento di ripartire mi sento di nuovo libero, sollevato e al contempo provo una punta di senso di colpa. E’ sempre la stessa sensazione di quando, cinque anni fa, me ne andai per la prima volta.

Amo talmente tanto Modena e i suoi abitanti, da aver contribuito a fondare un blog su Modena. Per l’appunto questo. In tutti i luoghi in cui ho lavorato ho raccontato con orgoglio Modena e l’Emilia ad amici, colleghi, conoscenti; ho pensato continuamente alla mia città, alle sue vie, ai suoi angoli, ai paesaggi della bassa e dell’Appennino; mi sono sforzato di capire perché ad ogni mio ritorno, qualcuno con cui avevo passato l’infanzia o l’adolescenza era andato via.

Pochi mesi fa, Andrea, che fu il mio bassista per tanti anni nei Bitch, mi disse: “Quando sei andato via, ti sei salvato!”. Quando, sorpreso, gli chiesi da cosa mi fossi salvato, lui me lo spiegò solo con un sospiro, forse perché bastava quello a riassumere tutto. Ma forse ciascuno di noi nel profondo sa perfettamente di cosa parlasse Andrea, perciò non ha senso trovargli un nome.

Quale diavolo è il vero problema di questa città? Come si può trasformare quel sospiro in un bel respiro a pieni polmoni accompagnato da un bel sorriso?  Ho ragionato su diversi piani, ho parlato con parecchie persone. E alla fine ho capito cosa è successo a Modena. Le si è fermato il cuore.

Voglio dirvi come la penso, mi direte che non siete d’accordo, o che lo siete solo parzialmente, o che dico un sacco di stronzate. Ma oggi ho sentito il bisogno di scrivere quanto segue.

In tanti, ormai da anni, denunciano la frammentazione che ha subito la società in seguito al cambiamento dei rapporti di lavoro, allo sviluppo delle telecomunicazioni, alla contrazione del tempo libero, e ad altri fenomeni tutti concatenati che ciascuno di noi vive quotidianamente. Si parla di società liquida, frammentata, precaria.

La domanda che mi pongo e che pongo a tutti coloro che mi possano aiutare a capire: perché il dibattito a Modena verte costantemente su piscine, autodromi, parcheggi, centri commerciali, cinema multisala? Pensiamo veramente che i modenesi staranno meglio con un festival della filosofia in più, con una fiera antiquaria in meno, con una notte bianca in più?

Ben vengano tutte queste iniziative, ma esse sono calate dall’alto senza un reale coinvolgimento dei cittadini e sopratutto dei giovani. La partecipazione si crea quando c’è una reale domanda. A Modena c’è tanta offerta -di cui si può discutere sulla qualità- ma esiste reale domanda? E se tutta questa domanda non c’è, come fare in modo di costruire la domanda? Beninteso, non  di servizi, siamo pieni di servizi! I servizi sono come le nostre braccia, le mani, i piedi: sono fondamentali, ma al nostro corpo, alla nostra città serve qualcos’altro che la renda umana. Non “a misura d’uomo”, quello lo è già. Umana.

Modena, lo sappiamo tutti è una città “vecchia”: il numero di abitanti con più di 35 anni rappresenta circa il doppio di quelli con meno di 35 anni.

Popolazione modenese per macroclassi d'età

Presi nel loro complesso, perciò, i modenesi hanno più passato che futuro, insomma abbiamo fatto il cosiddetto “giro di boa”. Qualche sociologo direbbe che è una comunità gerontocratica, e non serve una laurea in politologia per capire che il bacino elettorale di maggioranza è d’età avanzata, pertanto i partiti se vogliono governare tendono ad accontentare gli over 35, piuttosto che investire su una minoranza di più giovani che hanno tutto il futuro davanti. Il problema è che tanti giovani della mia generazione sono costretti a partire per avere una formazione qualificata, per trovare stimoli degni della loro intelligenza, per ambire alla posizione professionale e sociale che meritano e che la Modena gerontocratizzata non gli garantisce affatto. Nel 2008, dati del servizio statistico del comune,  gli emigrati modenesi tra i 14 e i 34 anni erano 1239. 1239 giovani, come direbbe Andrea, “si sono salvati”.

Quelli che rimangono non sembrano avere costruito una mentalità nuova, attrattiva, moderna, aperta, ma almeno in tendenza generale riproducono staticamente quella dei loro genitori. Ma la colpa non è loro. Il pesce, almeno per come mi è stato insegnato, puzza dalla testa.

In un mondo come questo, nel mercato globale, una realtà come l’attuale Modena è perdente nella sua staticità. E’ come un fruttivendolo ambulante di fronte al nuovo centro commerciale. Come i negozianti del centro di fronte al GrandEmilia. Destinati a chiudere bottega.

Qualcuno pensa che costruendo di più, diventando urbanisticamente e demograficamente più grassi, cresceremo anche sotto tutti gli altri punti di vista. Tutte le persone che hanno alzato i tacchi da Modena sanno che non c’è nulla di più falso e ipocrita. I dati statistici presentati in vari momenti su questo blog lo dimostrano senz’ombra di dubbio. Serve un cambiamento culturale che necessariamente deve partire da un cambiamento forse non totale, ma comunque consistente, della classe dirigente.

Cominciamo dalla minoranza, allora, dai giovani. Abbiamo un assessorato alle politiche giovanili: ebbene cosa dovrebbe fare? Facciamo un esempio: a Modena nascono ogni anno –seppure sempre meno- nuove associazioni di giovani in tutti gli ambiti della cultura e del sociale, che puntualmente dopo pochi anni di attività muoiono. Perché muoiono? Perché si rinchiudono in se stesse e perdono impulso. Senza fondi, senza spazi, senza appoggio politico, poi non si va da nessuna parte.

La soluzione al problema è una sola: il Comune allestisca uno spazio in cui convogliare le sedi delle associazioni di giovani in modo da concentrare lì tutti i loro stimoli e le loro aspirazioni, dalla cultura al divertimento, dalla produzione artistica all’attività commerciale contestualizzata e non semplicemente alcolica. Basta birrerie, basta discoteche, basta circoli ARCI. Ne siamo talmente pieni, eppure ogni anno ne nascono di nuovi, poco differenti gli uni dagli altri. Serve un luogo grande in cui concentrare le sedi delle associazioni migliori under 35, dove far circolare le idee, dove incontrarsi, conoscersi e costruire insieme qualcosa di solido e duraturo. Contro la società liquida e frammentaria. Bisogna cedere responsabilità e premiare il merito. Questo centro che immagino dovrebbe essere gestito da un consiglio di giovani dai 16 ai 35 anni, rinnovato ogni anno con candidature non rinnovabili. Perfettamente democratico. Il Consiglio dovrebbe decidere cosa proporre in termini di offerta: spettacoli, conferenze, concerti, mostre e come gestire gli spazi assegnati. Ci dovrebbe essere un ostello per accogliere chi viene da fuori (il San Filippo Neri non basta, è ovvio), bar, internet point, spazio per venditori ambulanti, etc. Tutto deve necessariamente essere concentrato in un luogo unico.

Ma i nostri amministratori sono veramente così poco lungimiranti? Se si predispongono grandi iniziative per i giovani, i giovani ritroverebbero l’entusiasmo perso. E secondo voi, è più facile produrre entusiasmo e interesse nei giovani o nei meno giovani? E un ragazzo, un adolescente che –bamboccione!- vive ancora in casa con genitori e persino nonni, non trasmetterà quell’entusiasmo e quello stimolo anche a loro? Accontentando un anziano si accontenta un anziano. Stimolando un giovane si renderà felice un’intera famiglia. Banale ma efficace, no?

Serve un luogo antiframmentazione, invece di mille posti isolati, poco o male frequentati. I locali dell’ex-ospedale Sant’Agostino sarebbero perfetti: vicini ai Musei Civici, alla Biblioteca Estense, alla Biblioteca Poletti, alla stazione delle Corriere, alla Facoltà di Economia, al Centro Storico.

Invece chi gestirà l’ex-ospedale? La Fondazione e il Comune, come sempre, col risultato che i modenesi non avranno niente di nuovo e di stimolante, come non lo hanno da tempo. La classe dirigente modenese a volte mi stupisce per ottusità, e vi giuro non voglio essere offensivo, ma non trovo altre parole: perde voti su voti, di anno in anno, nonostante abbia costruito in 65 anni un sistema di potere e clientela a 360° e che fa? Non cambia niente. Non cambia prospettiva e rimane rinchiusa in una continua conta dei voti per tenere a galla una barca già affondata da tempo. Sembra incredibile. Sembra che il loro ragionamento sia: “meglio affondare tutti insieme che assumerci la responsabilità di cambiare rotta”. Tutti lo pensano, tutti lo sanno, ma nessuno vuole alzare la voce, nessuno vuole realmente cambiare. Esempio oltremodo attuale: Modena Attiva vuole cambiare rotta? Se parli con uno del PD della questione Modena Attiva ti dirà: “è il solito colpo di reni dei “trombati”, degli ex, della vecchia guardia. Vogliono riavere un posto al sole”. E in effetti Modena Attiva ha al suo interno i soliti vecchi nomi.

Se parli con un mariniano ti dirà “non possiamo forzare troppo contro Sitta, dobbiamo fare un passo alla volta”. Se parli con un ex-margherita ti dirà “bisogna aspettare che se ne vada D’Alema e tutti i suoi sodali”.

Non so a quanti modenesi gliene freghi di D’Alema, Sitta o Marino.

I modenesi sono preoccupati per i loro figli, per un’intera generazione di belle teste e braccia che sta scappando da questa città, annoiata da false discussioni inutili su piscine, parcheggi e continue riqualificazioni senza qualità.

Se pensate che torneranno tutte quelle belle teste, vi sbagliate e se ne conoscete alcune vi risulterà lampante. Torneranno solo nel caso falliscano altrove. La maggior parte spenderà il proprio valore, le proprie idee, le proprie energie altrove. Si innamorerà altrove, andrà a vivere altrove. Avrà figli altrove. Perché quando si è visto il mondo, quando lo si è provato, quando si è vissuto in città che non hanno perso il cuore e la propria identità, tornare ad abitare di fianco al direzionale ’70 non si può certo definire una grande aspirazione.

A Zanna, Raimo, e Fillo

a chi rimane e resiste

e a chi insegue un sogno

ovunque quello sfugga

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9 risposte a “La città senza cuore

  1. Le osservazioni sono pertinenti e argute.
    Ma io faccio una domanda provocatoria: non è che ai giovani non si pensa perchè in questa città abbiamo una classe politica autoreferenziale che non propone nulla perchè tanto sa che gli over 35 (diciamo anche over 65 che rappresentano forse la maggioranza della maggioranza se mi si perdona il gioco di parole) ormai la crocetta su quel simbolo la fanno sempre e comunque?
    E le voci fuori dal coro vengono azzittite o isolate dal moloch-partito di maggioranza di questa ormai decaduta città?

    • Sono d’accordo con te, Frank. E’ una città che ha perso il senso critico e la dialettica costruttiva. Non è mai stato così evidente. Forse le passate generazioni erano più disposte a delegare il potere senza approfondirne le dinamiche e i meccanismi di decisione, anche per la scarsa scolarizzazione che caratterizzava tutti i non- borghesi, costretti ai campi o alla fabbrica già in giovanissima età. Oggi quegli operai e contadini che hanno dedicato una vita al lavoro hanno figli dottori, come dice la celebre “contessa” nella canzone omonima. Spesso il grado di scolarizzazione dei loro figli è mediamente più alto di quello degli amministratori. Perciò molte dinamiche di potere che prima rimanevano circoscritte nella cerchia della classe dirigente e che la classe lavoratrice non poteva comprendere a fondo, oggi sono comprensibili alla nuova classe lavoratrice e quindi criticabili, discutibili, confrontabili.
      Fino a trent’anni fa la classe lavoratrice arrivava al massimo alle scuole superiori. Oggi ha il dottorato di ricerca. Per un politico si fa più dura…

  2. bellissimo articolo! penso da tempo quello che dici e avevo pensato anche io all’idea di un luogo per catalizzare le varie iniziative…. però c’è un punto su cui non sono sicuro: è vero che la classe dirigente modenese non fa niente di veramente interessante per i giovani a modena però i nostri genitori quando modena era più viva le cose se le facevano da soli.. non ci vuole tanto ad affittare un capannone industriale che ti da tanto spazio e costa relativamente poco. e ci si può fare quello che vuoi…. il problema è k i giovani a modena sono morti, o meglio quelli buoni ovvero attivi e propositivi o se ne vanno o sono pesci fuor d’acqua….
    comunque alle prossime comunali andrà presentata la lista gggiovane

    • Grazie dei complimenti, Olmo.
      In merito alla tua osservazione sullo spirito di iniziativa dei nostri “vecchi” sono molto d’accordo. Se vai nei paesi più piccoli intorno a Modena i giovani sono molto più attivi, anche perché tramite conoscenze possono gestire direttamente spazi, materiali, persone, che in città è impossibile ottenere.
      In città è sempre stato diverso e oggi lo è ancora di più.
      E la lista gggiovane, cos’è? una ggggag?

      P.s. bel nick, “Olmo”!

  3. non credo che i giovani se ne freghino, che non siano attivi e propositivi, piuttosto che le nostre idee ci siano. ci sono sempre state, ma più vediamo che i nostri sogni sono destinati a rimanere tali, più diventiamo individui intenti a curarci e construirci i nostri sogni, nella nostra testa. perchè non le facciamo le cose? perchè non ci diamo una scantata? io la vedo così: siamo nati con tutto quello di cui avevamo bisogno, e non abbiamo molto interiorizzato l’arte dell’arrangiarsi, del procurarsi le cose.. e a questo si somma una generale insicurezza che fa sì che io possa scrivere un articolo oggi e domani chiedermi se effettivamente ho ragione a pensarla così o in un altro modo. ma sono sicura -a proposito di sicurezze e insicurezze- che basti un esempio, un sacrificio, un tentativo, una spinta insomma, da seguire. oggi è più difficile essere interessati, paradossalmente siamo in un universo multicolore e multiforme, che sfugge alla comprensione, immensamente vario, complesso, particolare, dozzinale e criptico, insomma, abbiamo a nostra portata (vedi internet & co) tutto ciò di cui possiamo mai avere curiosità di sapere qualcosa. ma sta in questo la difficoltà: un tempo non era così, il filtro che oggi noi dobbiamo applicare ci lascia soli davanti a questo mondo immenso, sta a noi decidere cosa voler sapere e cosa voler nascondere alla nostra vista. forse anche per questo è tanto difficile fare chiarezza, avere un progetto e portarlo avanti. nei sogni invece tutto è concesso, anche rinnegarlo dopo 5 minuti dal momento in cui lo si è concepito.

    • Bè eugy, hai ragione da vendere. Ma tu sai anche molto bene che insieme si può ottenere quello che da soli non è nemmeno immaginabile.
      Bisogna recuperare la capacità di ascoltare e di stare in silenzio, per poi agire forti di ragione, competenza, qualità e quantità. Quando di fronte a queste caratteristiche la politica non ascolta, allora ci si deve incazzare.

      p.s. noi il sogno lo mandiamo avanti, vero eugy?

  4. Pingback: “Modena al cubo”. Pubblicata sul web l’inchiesta scottante « Articoli per Modena e altre destinazioni·

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