Se la testa della Fiat va a Detroit.

Da quando ho preso la patente uno dei miei desideri  più grandi è stato comprare l’automobile dei miei sogni: un mostro meccanico versatile, capace di correre a velocità sostenute e di espellere carburante pulito. Una macchina non troppo grande e quadrata, con la quale si potesse arrivare ovunque e che soprattutto non mi desse l’ansia di pensare “Oddio, se si graffia!!! Oddio se si rompe!!!”.

Più volte ho sognato ad occhi aperti di guidare per le strade di Modena l’auto del commissario Montalbano; quella bestia elegante e semplice che nei film schizza nevrotica per i paesini siciliani o si aggira tranquilla come uno squalo su lungomari da mille e una notte.

Una Fiat. Certo, la comprerei subito. Così potrei sostenere l’economia italiana, contribuirei direttamente al lavoro di centinaia di famiglie italiane. Insomma sottolinerei economicamente e socialmente il legame che mi lega al mio paese.

Succede spesso che la parte sognatrice di me venga poi spesso raggiunta da quella realista, che malignamente la affianca sussurrandole informazioni ciniche all’orecchio, come ad esempio ” Ma quale contributo all’economia italiana!!? Ormai le Fiat le fanno tutte in Brasile e in Polonia. Hanno chiuso Termini Imerese, hanno ridotto gli stabilimenti storici, hanno distrutto il contratto nazionale di lavoro. Al massimo se compri una Fiat fai bene a Marchionne e alla famiglia Agnelli!!!”

Sì, è tutto vero. Quando compri una Fiat la maggior parte dei tuoi soldi li consegni all’amministratore delegato e al profitto dell’azienda. Solo una piccola parte va agli operai e viene spesa per tutte le tutele che è giusto che abbiano.

Se fossi cinico e individualista smetterei di desiderare una Fiat e comincerei a pensare a una Toyota. Ma siccome non lo sono continuo a pensare che valga di più Montalbano, gli operai di Mirafiori e Pomigliano, e quelli degli altri stabilimenti sparsi per il mondo, gli Agnelli e lo Stato che hanno investito un sacco di soldi in questa azienda. La Fiat è legata a doppio filo con l’Italia per migliaia di motivi, che le hanno permesso di non essere travolta dalle centinaia di ingiustizie subite dai suoi operai: l’appoggio avuto dalla società italiana ha consentito a quest’azienda di sopravvivere pur essendo in passivo e di trovarsi ad essere una delle più grandi case automobilistiche nel mondo. Legame che la rende un’azienda italiana, tanto da chiamarsi Fabbrica Italiana Automobili Torino; le sue radici quindi sono a Torino e in Italia. E come ad una figlia la propria madre permette i peggiori errori, così il Bel Paese ha permesso al Lingotto le peggiori porcate, perché non è conveniente per una mamma italica cacciare il proprio sangue da casa.

Ma cosa succederebbe se la Fiat volesse andarsene di sua spontanea volontà? La scusa della globalizzazione e della crisi finanziaria si è rilevata un ottimo argomento per informare la mamma della possibilità che questo avvenga. Del resto Marchionne ha puntato molto sul gemellaggio finanziario con Detroit, e gli Stati Uniti, che sicuramente usciranno prima di noi dalla crisi, offrono più garanzie di sviluppo ad un’azienda automobilistica candidata a sopravvivere nella Grande Tempesta che sta scuotendo le 4 ruote. Già si parla di avamposti americani e brasiliani come mutamento globalizzante, sempre assicurando agli italiani che la testa rimarrà in Italia.

Ma cosa vuol dire che la testa rimarrà in Italia? Di solito si dice che la testa di un’azienda sia dove ha sede legale e dove si fa ricerca. E al momento questo avviene in Italia. Però in un contesto in cui da un giorno all’altro gli operai di luoghi storici come Mirafiori si sono ritrovati con un contratto da secondo mondo, in spregio ad una vita dedicata al lavoro e alle conquiste per le quali sono morte migliaia di persone, mi chiedo quanto sia credibile garantire che la testa rimarrà in Italia? Cari cittadini vi informo che se la sede legale passa in America, le tasse la Fiat le pagherà là.

Quindi vorrei dire a tutti i fan da stadio della teoria Marchionne, la quale sostiene l’inevitabilità dello smantellamento del contratto collettivo in onore alle logiche globalizzanti, di smetterla di pretendere la resistenza alle stesse logiche di internazionalizzazione selvaggia, allo scopo di mantenere la Fiat in Italia. Questo è un atteggiamento tipico dell’italiano furbo o insicuro: un po’ di qua e un po’ di là. Così ci ritroviamo ad avere chi predica la bellezza della globalizzazione, salvo poi sottolinearne la mostruosità quando i suoi effetti ricadono negativamente sul proprio portafoglio.

Sappiano tutte queste persone, che non si sono opposte allo stupro di diritti condotto da Marchionne, che si sono resi complici di quella logica selvaggia che vede tutto in funzione dell’ottimale svolgimento del mercato. Secondo questa lettura non è giusto nè possibile mantenere la Fiat in Italia, perché l’azienda può realizzare più utili altrove. Quindi non si lamentino nel caso la testa vada a Detroit, perché quando si accetta la globalizzazione e la si usa come panacea per ogni male, può succedere che si rimanga travolti (gli esempi sono migliaia). Se si accetta il libero mercato senza regole etiche non c’è spazio per gli aiuti permanenti dello Stato, non c’è spazio per la storia e l’appartenenza in nome delle quali si continua a vendere auto italiane nel nostro paese.

Non so come andrà a finire. Io spero da italiano che la Fiat rimanga in nel nostro paese, che si rinnovi completamente dalla testa ai piedi, cioè dall’amministratore delegato all’ultimo degli operai di Pomigliano. Perché i soldi non bastano a fare grande un’azienda, serve anche la stabilità che viene data dalla storia, dall’appartenenza e dal lavoro reale (non dai giochini in borsa che moltiplicano il capitale).

Se la Fiat sceglierà di distaccarsi dalla sua storia, sputando su due delle lettere che la compongono la I e la T, per entrare nel paradiso artificiale delle multinazionali che volano sopra i governi mondiali sarà sola a combattere tra giganti spaventosi. Se invece chiederà al suo paese umilmente di sostenerla in questa lotta, allora combatterà con un’arma in più che sul lungo termine potrà fare la differenza: il valore aggiunto di un intero paese.

Io per parte mia spero di poter arrivare a comprare una Fiat con i miei soldi, prima di dover ripiegare su una Toyota e accodarmi alle file già numerose dei fratelli italiani vendicativi che vogliono la morte dell’azienda.

Enrico Monaco

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Una risposta a “Se la testa della Fiat va a Detroit.

  1. Ciao Enrico, ti lascio un commento in fretta e fuori. Penso che quello che stiamo pagando è sostanzialmente il frutto di una politica vecchia che – come la Germania dimostra – taglia fuori chi ha puntato sui contentini piuttosto che sull’innovazione. Ecco perchè non vengono presi validi ingegneri italiani dalla FIAT che sono costretti ad andare in Francia (Peugeot in primis!) per lavorare.
    La FIAT oramai è distaccata anche come metodo produttivo. Ecco come si spiega il 5% di crescita annua della Germania. E’ normale che i diritti vengano tolti in un paese feudale e gerontocratico.

    A rileggerci!! 😀

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