L’inferno dei dimenticati: gli emarginati degli ospedali psichiatrici giudiziari

L’ergastolo bianco è il periodo di detenzione che si trascorre in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Se si viene riconosciuti incapaci di intendere e di volere, in Italia, non si ha un processo ma si viene portati in questi luoghi e dimenticati li dentro. Le misure cautelari di sicurezza vengono prorogate di sei mesi in sei mesi fino al superamento della durata della reclusione decisa dal tribunale nel 80% dei casi.  L’attenzione sugli OPG esplode nell’opinione pubblica nel marzo 2011, quando alcune visite a sorpresa sincronizzate nei sei luoghi ufficiali italiani rivelano uno scenario al limite dell’umano.

Un tempo queste strutture venivano chiamate manicomi criminali ma, con l’entrata in vigore della legge Basaglia nel 1975, il nome venne sostituito con quello meno cruento di Ospedali Psichiatrici Giudiziari.  In Italia ne furono istituiti sei, ma nonostante il cambio-nome, questi luoghi restano l’inferno dei dimenticati. Non pensate a strutture cliniche seguite costantemente da personale medico e ambienti di comfort, questi sono veri e proprio centri di detenzione esattamente come le carceri. Sbarre alle finestre, celle chiuse a chiave, agenti di polizia penitenziaria, perquisizioni e controlli fisici. L’unico particolare trascurato e non trascurabile è che le persone chiuse e dimenticate in questi luoghi sono state giudicate non idonee alla detenzione carceraria per necessità di cure psichiatriche e farmacologiche costanti e regolamentate. Non esiste personale medico in queste strutture, i medici sono principalmente esterni e visitano i pazienti meno di 30 minuti al mese e per il tempo restante li costringono a regimi farmacologici disumani. Nonostante il reportage fatto da Presa Diretta in cui il Senato della Repubblica spiega i risultati atroci dei blitz della commissione d’inchiesta SSN, il silenzio sui dimenticati è calato presto. Nessun giornale ha perso spazio per parlare dell’ennesima morte del 2011 nell’Opg di Aversa, per esempio. STOP OPG, associazione che raccoglie tutte le organizzazioni che aderiscono alla campagna per l’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari, è stata unica voce nel denunciare l’ennesimo prodotto dello stato disumano di sopravvivenza di questi luoghi statali : “Nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Aversa si è consumata l’ennesima tragedia. Un giovane quasi trentenne è morto per soffocamento. Si aggiorna così il triste bollettino del 2011, che registra ben 4 decessi in poco più di 4 mesi, tre dei quali per suicidio. Un dramma immerso in un silenzio disarmante. Fatti come questo, per il contesto in cui avvengono e per le gravi ombre che gettano sulle istituzioni non possono essere letti come tragiche fatalità: gli Ospedali psichiatrici giudiziari sono luoghi di morte, di sofferenza e di privazioni, e non è più possibile rinviare interventi risolutivi”. STOP OPG chiede semplicemente all’applicazione dell’apposito Dpcm che stabilisce la chiusura delle strutture e la creazione di iniziative straordinarie, senza escludere la nomina di commissari ad acta che, a partire da Aversa, attraverso la definizione di una vera e propria road map, indichino tempi certi per la chiusura, dando solide garanzie sul reinserimento e il sostegno agli internati nel loro percorso di recupero. Il decreto del Presidente del Consiglio, che prevede “il trasferimento delle competenze sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse e delle attrezzature dalla sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale” è del 2008. A questo si aggiungono due sentenze della Corte Costituzionale che prevedono la possibilità di “trattamenti alternativi all’Opg in ogni fase”.  Per l’ennesima volta, lo Stato italiano dimostra tutta la sua inerzia, le istituzioni la loro totale inadeguatezza. Gli OPG sono discariche di emarginati che il mondo non vuole vedere perché non vuole assumersi tale responsabilità.

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