Vivere due volte: fotogrammi delle migrazioni libiche

Esistono infiniti esempi storici che mostrano i trasferimenti da un territorio all’altro di singoli individui, di gruppi o di intere popolazioni. Sono fenomeni ricorrenti nella storia dell’uomo, ma nonostante la lunga tradizione alle nostre spalle, ancora non sappiamo con precisione chi siano gli immigrati. La definizione di migrante che ci viene proposta dalle Nazioni Unite afferma che una persona che si è spostata in un altro paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno si definisce tale.  Tre elementi dunque – spostamento, diversità tra paese d’origine e paese di destinazione, adattamento annuale all’ambiente – che dimenticano in realtà la parte più complessa prevista dal processo migratorio: la migrazione è un processo perché è una dinamica evolutiva che comporta una serie di adattamenti e di modificazioni nel tempo, ed è un sistema di relazioni che riguardano le aree di partenza, quelle di transito e quelle infine di destinazione coinvolgendo una pluralità di attori e di istituzioni. Nello scenario internazionale, un aspetto rilevante è il superamento dell’identificazione dell’immigrato con una sola figura sociale (solitamente quella del lavoratore stagionale, non qualificato, maschio e solo). Possiamo osservare che si sono differenziate le porte di ingresso nelle società riceventi, per cui entrano oggi sia immigrati con motivazioni diverse da quelle del lavoro, sia lavoratori con dotazioni maggiori di qualificazione professionale. Vista la situazione storico-politico-geografica italiana, le figure migratorie che maggiormente interessano il nostro paese sono i rifugiati e richiedenti asilo e gli  immigrati irregolari, clandestini e vittime di traffico di esseri umani. Il richiedente asilo è una persona che si sposta attraverso le frontiere in cerca di protezione, ma che non rientra nei rigidi criteri della Convenzione di Ginevra[1], perché in genere non è in grado di provare di essere il bersaglio individuale di una persecuzione esplicita, mentre il rifugiato – secondo la Convenzione di Ginevra – è definito come una persona che risiede al di fuori del suo paese di origine, che non può o non vuole ritornare a causa di un ben fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale, opinione politica. L’immigrato irregolare è solitamente identificato come colui che, entrato in maniera regolare, è poi rimasto dopo la scadenza del titolo che gli aveva consentito l’ingresso. Il clandestino è invece colui che è entrato in maniera fraudolenta, attraversando la frontiera senza documenti, oppure procurandosi documenti falsi, oppure corrompendo i pubblici ufficiali preposti al controllo. La vittima del traffico è invece la persona straniera che viene coinvolta in un attraversamento delle frontiere con la forza o con l’inganno, condizionata nella libertà di scegliere lavoro e residenza, e costretta a svolgere attività che procurano introiti alla rete che ha organizzato il suo ingresso e ne gestisce il soggiorno.

Ora però smetto di fare la sociologa, ruolo che mi si addice poco, ed entro nel mio campo che è quello strettamente antropologico. La definizione delle figure è fondamentale per raccontare la storia delle migrazioni che maggiormente colpiscono il nostro paese, ovvero quelle provenienti dalla Libia. La storia migratoria tra Italia e Libia inizia molto prima del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione stipulato il 3 febbraio 2009. Il Governo Berlusconi II (2001-2005) inizia le trattative segrete con la Libia nel 2003, rapporto che mira ad un contenimento della migrazione direttamente in suolo libico cosi da impedire l’arrivo di persone principalmente nell’isola di Lampedusa. Nella finanziaria 2004  vennero stanziati oltre 23 milioni di euro per il finanziamento delle strategie di contenimento libiche per l’anno successivo e 18 milioni per il 2006. Il Governo Prodi con al finanziaria del 2007 stanziò i fondi necessari per la costruzione di Al Kufrah, uno dei tre centri di smistamento libico. Soldi, contenimento, costruzione di campi di smistamento anche se la parola “campo” non può essere utilizzata per uno spauracchio storico che pesa sul cranio italiano. Perché la Libia? Sono tutti libici i migranti che approdano in Italia?

La storia di un migrante è crudele, dura e complessa. Non ha confini nitidi e spesso si perde nella distinzione tra singolo e gruppo perché non sono esseri umani per il sistema di regolazione delle migrazioni, ma bestiame che va spostato e rispedito al mittente. I migranti che tentano di uscire dall’Africa provengono principalmente dagli stati posti sotto la Libia. Chi decide di partire sa che il proprio viaggio avrà una durata di circa 5 anni. L’inizio è molto semplice: i passeur sono degli intermediari che, in seguito al pagamento di un’ingente somma di denaro, creano un network di contatti atti a garantire l’arrivo del migrante a Tripoli, unico trampolino di lancio verso l’Europa. La verità è che l’entrata in territorio libico implica l’automatica messa in criminalità perché nessuno può entrare in Libia senza essere cittadino libico. Il migrante è costretto ad attraversare il deserto, in condizioni inumane con la consapevolezza che chi resta indietro non viene recuperato. Non c’è pietà, né compassione nei trafficanti che portano i migranti al confine con la Libia. Una volta giunti a Bengazi sono costretti a nascondersi fino a quando la polizia libica non li cattura e li porta in prigione. La permanenza alla prigione di Bengazi ha una durata media di 18 mesi, periodo in cui le persone sono costrette a vivere con una bottiglietta d’acqua al giorno (con cui devono bere e lavarsi), ammassati come bestiame perché in celle da 20 persone ne vivono in realtà 100 e costretti ad abusi sessuali e torture da parte della polizia libica. Le donne sono i soggetti maggiormente colpiti, costrette al rapporto sessuale sotto minaccia di ripercussione sulla prole e i famigliari anziani. Come possono liberarsi? La polizia libica ha un ruolo fondamentale in questo punto del percorso perché smette di essere garante di giustizia e diventa il nuovo intermediario per il proseguo del tragitto verso Tripoli. Dalle interviste svolte, in molti ci hanno detto che i poliziotti possiedono cellulari con cui i prigionieri possono chiamare casa e farsi spedire una somma pari a quella già versata per l’intero viaggio e poter essere rispediti al paese d’origine. Ma nessuno solitamente rivede il paese d’origine. I migranti che riescono a pagare, vengono portati ad Al Kufrah il centro di smistamento costruito con i fondi italiani del Governo Prodi nel 2007. Al Kufrah è un luogo che illumina di terrore i migranti che ho avuto modo di intervistare negli ultimi mesi, altre volte invece fa interrompere le interviste in modo isterico. Cosa accade ad Al Kufrah? Ho parlato con due donne, provenienti dall’Etiopia, e con difficoltà hanno tentato di spiegarmi che se una persona esce viva da questo luogo, allora può sopportare la discesa all’inferno. La permanenza ad Al Kufrah varia in base alla resistenza fisica del migrante singolo: violenze sessuali che implicano la penetrazione anale con manici ricoperti di grasso, assenza di cibo, condizioni igieniche inesistenti con conseguenti malattie letali e contagiose, torture fisiche e psicologiche. Non viene somministrata acqua se non in pozze dove bisogni fisiologici e sete devono trovare un compromesso, non c’è quasi possibilità di sedersi visto che vengono talmente ammassati da non poter che dormire in piedi. Anche qui la polizia libica perde l’aura di giustizia e si trasforma in trafficante: il solito cellulare, l’ennesima richiesta di soldi, l’ennesima attesa che porta ad un lotta disperata per la sopravvivenza. Chi non ha soldi per uscire viene lasciato morire e nessun cadavere viene spostato dalle celle a meno che non siano previste visite al centro di smistamento. Vivere e dormire con i morti. Mi raccontano che una volta, un gruppo di funzionari dell’ambasciata italiana si è recato ad Al Kufrah per controllare come la Libia avesse utilizzato i nostri fondi; mi dicono che un giovane medico etiope ha spiegato ai funzionari italiani in inglese cosa accade ad Al Kufrah. Quando chiedo loro cosa ne sia stato del giovane medico abbassano gli occhi e dicono che sentono ancora le urla nelle orecchie, urla che si sono prolungate per tre giorni e tre notti. Solo i più forti riescono ad uscire da Al Kufrah e a raggiungere Tripoli, solo una minima parte selezionata arriva a Lampedusa.

Come si inserisce in questo scenario l’apparato del potere politico europeo? La posizione italiana è in bilico dopo la stipulazione del Trattato di Amicizia con la Libia, perché quest’ultima non fa parte dell’UNHCR dell’Onu creato in seguito al Trattato di Ginevra. L’Italia viene accusata dagli altri paesi europei di aver stretto accordo con un paese che volontariamente non ha voluto firmare tale trattato e, conseguentemente, non stupiscono le posizioni prese da Francia e Germania con l’ultimo esodo approdato sulle coste italiane.  Ma più che le dinamiche del potere, dei rapporti internazionali, delle strategie di contenimento e assoggettamento delle persone coinvolte in questo viaggio nel cimitero del mediterraneo, quello che i migranti si portano dietro è l’esperienza che diventa corpo. Una memoria traumatica che avviene tramite la fisicità delle torture subite. Il racconto dei loro traumi avviene nel tempo. Il trauma è inizialmente frammentato e gli anni di percorso si vanno lentamente a riempire con l’indagine e il lavoro psichiatrico che va a colmare i buchi di tempo spazializzato che presentano. Il racconto che si fa rispetto al prima è molto edulcorato. L’uso del tempo passato che diviene rivendicazione di sé sul presente e sul futuro è sintomatico di una mente ferita e desiderosa di riscatto. Il presente e il futuro non sono comprensibili senza una bi-dimensione passata: memoria passata e memoria traumatica che lentamente vengono portate alla luce per ricostruire e tentare (anche se risulta fallimentare nel 90% dei casi) di superare per creare nuova vita. Abbiamo di fronte persone che non ricordano di essere umani:  non sono nulla quando arrivano, non pensano nulla, non sanno nulla.  Allora, contrariamente ai procedimenti attuali che prevedono la loro ulteriore reclusione nei C.I.E e nei C.A.R.A.,  è necessario scardinare l’immagine falsata che viene data del migrante dalla politica e dai mass media ad essa collegati e tentare di recuperare, comprendere, capire, conoscere e cambiare il futuro di coloro che sopravvivono e cercano in territorio europeo un diverso modo per sopravvivere.

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