Lemon, CHIUDI TUTTO!

Lemon, chiudi tutto! A Lemon, in effetti, è sempre piaciuto chiudere. Questa qualità gliel’ho sempre invidiata, dal profondo del mio animo, così contrariamente nostalgico rispetto al suo. Non è un caso che mentre io finii a fare l’archeologo, tutto proteso verso la riscoperta del passato remoto, lui divenne economista, così industre nello sforzo di comprendere, interpretare e oliare i meccanismi del motore propulsivo dell’umanità. Perché Lemon, dovete sapere, è infondo un’idealista romantico, anche se si nasconde dietro gli abiti di un materialismo che sa di positivista. Magari potreste vederlo passeggiare per Via del Corso con l’Economist sotto braccio, ma state certi che sul comodino avrà sempre aperto qualche romanzo noire o un bislacco libro fantasy.

Forse vi state chiedendo cosa Lemon chiuderà domani. Lemon, chiudi tutto! è in realtà una frase nata non ricordo più né quando né perché, ma come tutte le cose che nell’istante non hanno senso, un giorno finiscono per acquisirlo con prepotenza, a ricordarci che certe volte le nostre stronzate possono rivelarsi barlumi di un’imprevedibile capacità predittiva. Oggi, quella che suonava come una banale stronzata, è diventata una cosa seria. Perché? Perché domani Lemon si sposa e, come potrete facilmente immaginare, di fronte ad un passo come questo, molte cose si chiudono dietro le sue spalle e molte altre gli si aprono davanti.

Chissà cosa starà passando per la sua testa mentre si rigira nel letto per l’emozione, stanotte.

Ma lasciamolo lì, a dimenarsi nel suo ad una piazza e mezzo, mentre ci occupiamo di lui. Voglio raccontarvi la sua storia, o meglio, la parte che ho percorso con lui, perché sono fermamente convinto che nella storia di Lemon ci sia qualcosa di fuori dall’ordinario, qualcosa che oltrepassa tutti i nostri filtri e perfora prepotentemente il cuore.

Quindici anni fa cominciai il liceo classico, dopo aver frequentato tre anni di scuole medie, che anche nell’austera e laterizia struttura architettonica tuttora apprezzabile per chi passa dalla via Giardini all’altezza del Direzionale ’70, ricorda le origini piccolo borghesi se non addirittura proletarie del quartiere in cui si trova. Lemon, invece, veniva dalle scuole prestigiose del centro, quelle frequentate dall’upper class, dalla futura classe dirigente modenese, anche se lui non le apparteneva affatto. Destino volle che ci trovammo l’uno accanto all’altro nella prima lezione di matematica, tenuta da una giovane professoressa dai modi rassicuranti e dall’aspetto fricchettone.

“Scusa, Cavazzuti, come ha detto di chiamarsi? Germini?”

“Gelmini, imbecille!”

E così iniziò la nostra amicizia, fra l’educato rampollo della City e lo “sbadilatore” della banlieu, fra il parigino e l’ottentoto, per dirla alla Voltaire.

Aveva proprio l’aspetto di un lord inglese, il nostro Lemon. Pelle pura e lattiginosa, quasi glabra, occhiali tondi a fondo di bottiglia, camicia abbottonata stretta fino all’ultimo come il corpetto di una cortigiana, cardigan, pantaloni e scarpe eleganti. Poteva essere il bersaglio perfetto dei bulli del terzo o quarto anno, ma Lemon era una volpe e riuscì a eludere le scorrerie dei “nonni” con l’astuzia di Ulisse nella grotta di Polifemo: si mischiò entro nugoli di petulanti ragazzine, come un tordo in mezzo alle merle e uscì indenne dal rituale antico della “registrazione”.

Il suo aspetto cambiò radicalmente l’ultimo anno del liceo. Abbandonato l’abito e il fare da lord d’Oltremanica, si tinse i capelli di arancione e si mascherò da post-punk londinese, con la voce di Billy Corgan a  sospingerlo acidamente nelle cuffie del walkman.

Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins

Con l’abbandono della suo aspetto da piccolo lord, Lemon per la prima volta chiuse tutto.

La seconda volta in cui Lemon chiuse tutto fu alla fine dell’Università. Per dirla tutta chiuse con Modena, tagliando il cordone ombelicale che lo legava a questa rassicurante e asfittica cittadina della provincia. E quello fu un duro colpo, anche per me. Chiuse con una parte della sua famiglia, anche se non per sua volontà, chiuse una snervante storia con l’allora sua fidanzata, chiuse con un posto fisso ottimamente retribuito alla Maserati. Rifiutò il posto fisso, ragazzi, ma ci pensate?! Oggi una generazione di giovani lotta contro il precariato, ma Lemon non ha mai creduto nella lotta di classe, né ha mai creduto che la sicurezza del lavoro fosse la chiave d’accesso al suo futuro. Fu così che partì, senza tanto baccano, per ricongiungersi con la sua ideale madrepatria. Il Regno Unito.

Fui io ad accompagnarlo nella fredda Scozia dove rimase per vari anni per studiare antropologia economica all’Università di Edimburgo. Di questi anni, pochi conoscono i dettagli e mi viene da dire che forse è meglio così, perché attraverso gli omissis scozzesi la figura di Lemon, finalmente rimasto solo come Ulisse dopo lo stretto di Sicilia, assunse i tratti ombrosi del personaggio mitico. In quei Meadows, che percorreva ogni giorno, su quell’erbetta sempreverde e sempreumida con sopra un cielo piombato, bé lì nel mezzo passeggiava Lemon, con le mani in tasca, bagnato e sorridente.

I Meadows di Edinburgo

Quando andai a trovarlo, non aveva un centesimo, razionava ogni cosa, perché lassù la vita costa cara e lui aveva un lavoro da centralinista sottopagato. Era un immigrato sottoproletario, lui che veniva dalla Modena bene  ed aveva avuto il posto fisso, ma era felice. Mi offrì una tazza di té, ed io mi accesi una sigaretta. Mi studiò, mentre guardavo in che stato, naturalmente pessimo, vessava la sua stanza. Capì al volo e mi disse: “Sai qual è la differenza tra me e te, Claude? Tu ti poni dinnanzi dei limiti, e trai forza di volta in volta nel superarli. Io, invece, non ho limiti e questa è la mia forza. Non c’è una condizione migliore dell’altra o più avvantaggiata. Ciascuno deve solo assecondare il proprio destino”.

Per questo Lemon mi ha sempre ricordato Ulisse: non era dotato della forza e della spregiudicatezza di Achille, né del senso dell’onore e del dovere di Ettore. Lui aveva l’innata capacità di essere sconfinato, di sradicarsi, di lasciarsi alle spalle tutto in nome della curiosità di conoscere nuovi mondi.

In tutti quegli anni non tornò che un paio di volte a Modena e solo per un paio di giorni ciascuna. Uno di quei giorni ci incontrammo sotto il monumento ai caduti, noi che nonostante tutte le peripezie eravamo ancora in piedi. Rimanemmo in un parcheggio a fumare per quei quindici minuti, durante i quali –ancora oggi stento a crederlo- non spiaccicammo parola. Qualcuno passando di lì per caso, avrebbe potuto pensare che avessimo litigato. Invece no, sapevamo tutto l’uno dell’altro già dopo un breve sguardo. Era inutile ogni parola. Avevo capito che Lemon, di lì a poco, avrebbe chiuso per la terza volta e l’avrebbe fatto non con un lucchetto, ma con un fiore. Margherita.

Quel fiore, ironia della sorte, era nato e sbocciato all’ombra dei Fori Imperiali. Certe volte, non sai mai se le cose accadono per caso o siamo noi stessi, inconsapevolmente, a tracciarne il percorso. Bè, fatto sta che io e Lemon ci rincontrammo a Roma, dove eravamo capitati lui per amore e io per lavoro.

E sapete una cosa? Molti pensano che due modenesi a Roma occupino le loro serate in modo sempre diverso, frequentando gente e locali dei più disparati. Io e Lemon, invece, quando ci incontriamo andiamo sempre nello stesso bar e nella stessa piazzetta a San Lorenzo. Infondo siamo gente di provincia, siamo abitudinari e quelle, volenti o nolenti, sono le nostre radici, anche se lui non lo ammetterà mai.

Stanotte penso a Lemon, che si rigira nel suo ad una piazza e mezzo, e penso a quanta strada gli hanno fatto fare tutte le belle cose che iniziano per “A”.

Questa volta è stata colpa dell’Amore. L’amore che domani chiuderà tutto e che forse, Lemon, ti permetterà di approdare finalmente alla tua tanto agognata Itaca.

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Una risposta a “Lemon, CHIUDI TUTTO!

  1. E’ difficile inserirsi dopo queste parole e questi ricordi che Claudio ci ha regalato, sopratutto per chi come me ha percorso alcuni momenti importanti con questi due amici. Cerchero’ di farlo in punta di piedi, ma non per questo con meno partecipazione e coinvolgimento.

    Perché domani prenderò la macchina e faro’ 400 km per raggiungere una piccola chiesa in un posto dove non sono mai stato.
    Perché domani alcune immagini del passato di Antonio Maria come ce l’ha perfettamente descritto Claudio saranno ben presenti dentro di me (i suoi orrendi vestiti, i capelli blu…) così come alcune sue caratteristiche (l’intelligenza, il coraggio, la curiosità, l’ironia – a volte pessima – ma mai banale…)
    Perché domani sara’ davvero bello essere presenti ad una così importante giornata di A.M. e Margherita (anche se ancora non riesco a spiegarmi come una così intelligente creatura possa voler legare la propria vita a lui) 😉
    Perché domani forse comprenderò finalmente il senso di una frase che A.M. disse ormai 5 anni fa a casa mia, mentre con Claudio stavamo finendo il libro che abbiamo scritto assieme: LO E’! LO E’!

    So che non avete capito ma, purtroppo o per fortuna, certi ricordi sono troppo personali per essere completamente compresi da altri.

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