“E’ avvenuto una volta un enorme prodigio…”

È avvenuto una volta -come personalmente riscontro nei testi della dottrina etrusca- un enorme prodigio di terre nella regione di Modena, sotto il consolato di Lucio Marcio e Sesto Giulio [91 a.C.]: due montagne, cioè i scontrarono con grandissimo fragore, balzando avanti e retrocedendo, e tra di loro fiamme e fumo salivano al cielo in pieno giorno; assisteva dalla via Emilia, una gran folla di cavalieri romani, con il loro seguito, e di viaggiatori. Per l’urto furono distrutte tutte le case di quelle campagne, e moltissime bestie, che si trovavano nel mezzo, rimasero uccise: si era un anno prima della guerra sociale, che potrei definire più funesta per questa terra d’Italia anche rispetto alle guerre civili”.

Così racconta Plinio il Vecchio, l’autore che molti liceali ben conoscono per le sue Naturalis Historiae, l’evento che circa un secolo prima della sua nascita (23 d.C.) interessò Mutina e dintorni, provocando grande scalpore in tutto il mondo romano. Nel II libro della sua opera al passo 199, l’evento assume i connotati catastrofici di un produzione hollywoodiana. Di certo però, al tempo della stesura delle Historiae, Plinio ignorava che il Fato beffardo avesse in serbo per lui una fine straordinaria.

E fu così che Plinio morì a causa del fenomeno catastrofico più famoso dell’antichità: l’eruzione del Vesuvio datata al 79 d.C. Non a caso i vulcanologi, in onore dell’autore latino, definiscono “pliniane” le eruzioni parossistiche (quelle più esplosive e violente).

Tutte le volte che ho ascoltato a qualche lezione le circostanze della morte di Plinio il Vecchio, me lo sono immaginato alla finestra guardare impietrito la nube ardente che si avvicinava a grande velocità a Pompei ed Ercolano.

Claude Lorrain_Vesuvian Eruption

Claude Lorrain, "Eruzione del Vesuvio"

Per lui, che per una vita aveva osservato e studiato i fenomeni della natura, quello spettacolo deve aver mescolato al terrore che prende l’uomo in faccia alla morte, l’estasi dello studioso che vede manifestarsi in diretta l’oggetto della sua più profonda passione.

Un mio caro collega durante le sue lezioni di archeologia sostiene sempre che “catastrofi e singoli eventi traumatici rappresentano  una grande fonte di informazione per gli archeologi”, e come dargli torto?

Pompei ed Ercolano, e più anticamente Nola, il relitto di Ulu Burun, le circostanze di morte dell’“Uomo del Similaun” possono essere considerati alcuni dei rarissimi fotogrammi dell’antichità. E’ un po’ come essere in uno strano cinema: lo schermo rimane nero per due ore intere, a parte quattro o cinque spot che appaiono e scompaiono fulminei quando meno te l’aspetti. Poi la gente ti chiede curiosa, ma com’era il film? E tu devi provare a raccontarglielo… Bene, questo è il lavoro degli archeologi e degli storici in generale. Una ricostruzione per fotogrammi.

Uno di questi fotogrammi è stato scattato a pochi passi da Modena, come ci raccontava Plinio. In località Montegibbio gli archeologi potrbbero avere scoperto la prova che la Historia pliniana, benché caricata di iperboli, corrisponde a realtà.

Le salse di Nirano

Ma facciamo un passo indietro. Una giovane archeologa classica, Francesca Guandalini, durante le sue ricerche di dottorato stava esplorando pochi anni fa la zona collinare compresa tra la valle del Secchia e le vallecole minori dei suoi affluenti di destra, quelli ubicati oggi in provincia di Modena. La zona di Nirano e di Montegibbio destava in lei un particolare interesse per la presenza in quel territorio delle famose “salse”. Chi percorresse oggi le stradelle di Nirano rimarrebbe affascinato da quei vulcanetti sempre attivi che ribolliscono ed eruttano costantemente argilla e acqua salata. Per noi moderni, forti della scienza naturale che Plinio contribuì a costruire, si tratta di esalazioni di gas metano, ma per un romano di venti secoli fa quel ribollire era forse provocato dai lamenti inferi dei morti. Senza dubbio però, quel fango aveva proprietà terapeutiche, che i romani conoscevano e sfruttavano.

La zona di Nirano e Montegibbio poteva quindi nascondere per Francesca non solo le tracce di insediamenti, ma anche di luoghi di culto legati proprio al fenomeno delle salse.

Incrociando i risultati delle sue ricognizioni di superficie, con la toponomastica, con le note di archeologi e appassionati che avevano condotto ricerche quei luoghi prima di lei, ma anche con le notizie raccolte dagli abitanti di Montegibbio, Francesca trovò i resti di una villa rustica romana databile al I secolo a.C. (ma anche con successive fasi abitative), ricca di pavimenti pregevoli in opus signinum, praticamente mosaici con motivi geometrici. Le strutture che la costituivano, però, per la maggior parte non si trovavano in posizione originaria, bensì erano crollate rovinosamente lungo il pendio. I geologi intervenuti sullo scavo hanno ipotizzato che il crollo della villa, data la sua portata, fosse attribuibile ad un evento geologico particolarmente distruttivo. Ed è qui che torna in ballo il vecchio Plinio …

Forse la descrizione di Plinio non era così esagerata, anche alla luce di testimonianze successive.

Una vecchia stampa delle salse

Nell’ultima “esplosione” della salsa, infatti, documentata nel 1835, lo studioso Giovanni De’ Brignoli di Brunnhoff ricorda una eruzione accompagnata a scosse di terremoto:  “si innalzò ad un’altezza valutata di circa 41,480 metri (braccia 80) una colonna di denso fumo, entro di cui scintillavano alcune fiamme di colore giallo-rosso-azzurrognolo, videro ancora che dal vertice di quella densa colonna formatasi uno spruzzo a guisa di pioggia, spargendo sassi voluminosi e fango a considerabile distanza mostrante la portata dell’eruzione”.
Portentoso…

Per scoprire qualcosa in più su Montegibbio sono perciò andato ad intervistare l’archeologa a cui si devono tutte queste informazioni, Francesca Guandalini.

Francesca, oggi vogliamo saperne di più sul sito archeologico di Montegibbio e iniziamo con una domanda secca: cosa è rimasto sepolto a Montegibbio fino al tuo arrivo? Il sito archeologico era già noto grazie ad alcune ricerche di ricognizione archeologica effettuate sia da Fernando Malavolti agli inizi del 1900 sia da Ivan Zaccarelli negli anni’90. Successivamente io ho ripreso la segnalazione facendo ripetutamente ricognizioni sul posto durante la mia tesi di dottorato. La stesse persone del posto, quando il campo veniva arato, vi si recavano a vedere i cocci e le strutture che venivano portate in superficie. Oggi sappiamo si tratta di un insediamento romano che vive almeno sette secoli in diverse fasi non contnue e assume almeno due diverse destinazioni funzionali: da probabile area sacra ad insediamento abitativo.
.

Dal 2006 avete cominciato a scavare, e anno dopo anno pare emergano strutture e oggetti sempre più importanti dal punto di vista storico e archeologico. Ti aspettavi qualcosa di così straordinario per il territorio modenese? Sinceramente no, anche perché nella zona collinare e montana molto raramente gli insediamenti antichi si conservano, essendo soggetti all’erosione dei versanti e non coperti dalle spesse coltri alluvionali che invece coprono quelli di pianura. I lavori agricoli quindi hanno spesso effetti del tutto distruttivi sulle strutture archeologiche. In questo caso la fortuna ha voluto che a causa di un evento sismico verificatosi in antico, le strutture seppur in crollo si siano conservate perché il deposito archeologico si trova anche a tre metri di profondità dal piano di campagna. La particolarità del sito è infatti rappresentata dalle evidenti deformazioni subite dalle strutture archeologiche messe in luce.

Come si evolverà in futuro il progetto di ricerca che finora ha coinvolto Soprintendenza, Università, Comune di Sassuolo e privati? E come sarà valorizzata l’area? Speriamo che la cosa si possa evolvere e che le ricerche archeologiche strettamente congiunte a quelle geologiche trovino a Montegibbio un inedito campo scuola in cui l’interdisciplinarietà sia il filo conduttore. Di questi tempi però manca il denaro perché ciò possa avvenire… Per ora il sostegno finanziario è venuto solo dal Comune di Sassuolo, che dal 2006 ha scommesso su Montegibbio, e da qualche privato.

Finiamo con qualcosa di meno scientifico e un po’ più personale: oggi sei a Montegibbio su un progetto per cui hai sempre profuso grandi sforzi, ma se potessi teletrasportarti nello scavo dei tuoi sogni, su che sito ti troveremmo con cazzuola e pennelllo in mano? Se fosse possibile, sarei in cima ad un cucuzzolo della Grecia, magari in Peloponneso, a scavare un sito d’altura, possibilmente un’area sacra (quante pretese!). Rimasi assolutamente stordita dalla visita all’antica Messene. Ma va benissimo anche un bel sito d’altura in Italia meridionale… Roccagloriosa in Campania, per esempio.

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Lasciamo Francesca a mettere in luce gli straordinari mosaici della villa e torniamo verso la pianura.

La strada che porta al sito

La strada che porta al sito

All’incrocio tra la strada comunale e la provinciale mi fermo per dare la precedenza, alzo lo sguardo per vedere il nome della via…via della Rovina! Evidentemente la toponomastica non mente mai.

Mentre percorro la strada che scende ripidamente a valle mi accorgo della veduta sempre mozzafiato che nelle giornate di sereno si ha sulla valle del Secchia e sulla pianura sterminata come una steppa asiatica. Montegibbio è una terrazza privilegiata, come forse lo era 2000 anni fa. Solo, lo spettacolo non era deturpato dal grigiume di capannoni e ciminiere del nostro beneamato e benemerito distretto ceramico. Come a dire, dalle ville romane all’industria di oggi. Nulla dura per sempre, a parte la memoria.

La pianura vista da Montegibbio

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2 risposte a ““E’ avvenuto una volta un enorme prodigio…”

    • Grazie giorgio.
      Ho letto un po’ di tue poesie e ho dato un’occhiata al tuo blog. Complimenti, ci sono spunti interessanti. Se vuoi mandare qualcosa anche al Rasoio, magari ti fai un po’ di pubblicità. Rock on!

      Claude

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