Racconto in prima persona degli scontri in Val di Susa (di Simone Serradimigni)

Mi chiamo Simone, ho 21 anni ed ero nel cordone non autorizzato che è partito dal forte di Exilles la mattina ed è arrivato fin sotto al cantiere di Maddalena di Chiomonte, la defunta libera repubblica di Maddalena. Il mio resoconto della giornata è del tutto parziale, anche solo perchè banalmente in montagna è impossibile anche da un luogo panoramico rendersi conto di tutto quel che succede, ma soprattutto perchè tanti sono gli stimoli contrastanti e soggettivi, e affatto neutrali, lo ammetto. I notiziari della sera, del giorno dopo e i quotidiani in edicola ci hanno spiegato che cosa è successo e ci hanno spiegato che cosa dovevamo pensare, chi era colpevole di cosa, per cosa ci si doveva scandalizzare e perché. Non sta succedendo niente, il cantiere riaprirà, arresteranno qualche studente. Fine.

Per me tutto è cominciato quando hanno incominciato a circolare le prime testimonianze anche video del brutale sgombero da parte delle forze di polizia del presidio permanente della Libera Repubblica di Maddalena, dove molti abitanti del luogo, che possiamo genericamente chiamare no tav, avevano piazzato le loro tende per protesta contro l’espropriazione dei loro terreni per la costruzione della tav, in questo modo opponendosi all’inizio dei lavori. Terreni di contadini e di cittadini non disposti a cedere, che per questo vengono espropriati con la violenza nuda e cruda. E’ in quest’occasione che compaiono per la prima volta in val di Susa i lacrimogeni CS, quelli vietati dalle convenzioni internazionali durante le guerre (ma evidentemente non dalla legge italiana in questi casi), e le conseguenti prime scene da Vietnam di persone che scappano nei boschi dove però non circola l’aria. Insomma scene così incredibili che ho dovuto viverle di persona per renderle tangibili, scene inaccettabili e davvero sconvolgenti le “routinarie” manganellate e l’accanimento sadico sulle tende dei manifestanti con feci e urina. Mercoledì 29 ci scappa anche il morto, un’innocua signora pensionata dimenticata dalla storia schiacciata come un coniglio da un mezzo blindato antisommossa dei carabinieri.

Il pullman è in ritardo, Fabiano, il ragazzo che mi ha venduto il biglietto, comincia l’appello e ci conta tutti. I ragazzi non  sembrano neanche poi così terribilmente esaltati, e non credo che la spiegazione sia perchè sono dei veterani: non mi sembra di vedere le facce di ‘professionisti dello scontro’, non ci sono armi, tutti ragazzi in comuni, che non stanno andando alla guerra ma che credono di fare la cosa più semplice del mondo, una normale scelta civile.

Per la prima volta in vita mia vedo bandiere nero-verdi anarco-ecologiste, o dell’ecologismo ‘deep green’, in polemica con quello di facciata delle automobili ibride e delle false promesse. Da Exilles inizia la discussione su quale dei due cortei prendere, quello autorizzato con tante bandiere in discesa o quello non autorizzato in salita, e io opto dopo un’indecisione iniziale verso quello non autorizzato, in parte perchè con meno bandiere (diciamo che poi si rivelavano scomode da portare), anche se piena di colori politici al suo interno, ma assai variegata, contraddistinta da persone diverse con posizioni diversissime e poi anche perchè più banalmente mi sentivo nello spirito di inaugurare la montagna con una salita. L’obiettivo dichiarato del corteo non autorizzato era esplicitamente quello di riprendersi la terra che era stata tolta ai valsusini, ma senza obbligatoriamente l’uso della forza. Diciamo che io ingenuamente ero convinto che tenendomi in disparte rispetto agli scontri che ci potevano essere avrei semplicemente aspettato il momento buono in cui si sarebbe allargato un ipotetico spazio in cui in massa ci saremmo infilati fin dentro al cantiere da cui poi avrebbero potuto buttarci fuori solo coi manganelli o con i lacrimogeni, passando così dalla parte del torto.

 

La mia ingenua previsione non era poi così totalmente fuori dalla realtà, se non per alcuni particolari e soprattutto perchè nonostante i lacrimogeni e tutto la polizia non sarebbe passata mai dalla parte del torto nell’informazione ‘mainstream’. Attraversiamo il primo paesino come un esercito liberatore con la gente stupita perchè non ha mai visto così tante persone contemporaneamente. Dopo un lungo tratto scosceso improvvisamente ci fermiamo, è poco chiaro quello che sta succedendo, ma pare che siamo già stati individuati e infatti poco dopo partono i primi lacrimogeni nella nostra direzione. Io sono ancora a distanza di sicurezza e non mi rendo affatto conto della situazione, anche se l’atmosfera si fa sempre più tesa e ansiogena. Alcuni cercano di avvicinarsi di più ma se ne pentono ben presto perchè vengono praticamente bersagliati da questi bussolotti giganti di lacrimogeni sparati in faccia, tanto che vediamo un ragazzo sanguinante perché colpito ad un orecchio. Comincio a spaventarmi ma ancora non ho la percezione completa di quello che mi circonda fino a che i lacrimogeni vengono sparati sempre più su e vicinissimi a noi. A quel punto, non avendo a disposizione né una maschera antigas nè niente, comincio inevitabilmente ad inspirare una schifezza terribilmente penetrante contro la quale non ho possibilità di proteggere le mie vie respiratorie. La capacità di penetrazione a distanza e la mancanza di circolazione dell’aria nel bosco fanno sì che per 30 metri di dislivello almeno sia impossibile sfuggire. Comincio a sentirmi veramente male ma mi ritengo anche abbastanza fortunato perché, al contrario di altri, la nausea non è cresciuta fino a farmi vomitare. Per parecchi minuti ho avuto la sensazione terribile del più assoluto pentimento e mi sono ripetutamente domandato perchè cazzo mi fossi cacciato in una situazione del genere, ma ho preferito lasciare spazio alla rabbia scaturita dal fatto che si era trattato di un attacco del tutto preventivo, monitorato dall’elicottero che comunicava la nostra posizione alle forze dell’ordine. Con questo non voglio sostenere che ogni possibile reazione che ci può essere stata dopo questo attacco sia da scagionare a priori, ma, come diceva Manzoni, chi inizia una violenza è anche in parte responsabile della perversione a cui viene portata la vittima dal desiderio di vendetta, in una spirale solo in parte irrazionale però, perchè è soprattutto in questi momenti in cui la mente è costretta dal corpo ad essere particolarmente lucida e vigile nei confronti del mondo circostante. Continuo ancora a  chiedermi come non ci si possa scandalizzare di fronte a un lancio preventivo e mirato di lacrimogeni di quel tipo, come se fossero meno ‘brutali’ del manganello o di armi che si usano a distanza ravvicinata, come se non fosse ancora più bastardo e vigliacco colpire a distanza senza lasciare la possibilità di avvicinarsi. Mi stupisco anche di come la rabbia possa renderti allo stesso tempo cieco per l’intensità delle emozioni ma anche incredibilmente lucido. Vivendo in poltrona non ci si rende conto di come possa renderti lucido, terribilmente lucido, vivere sulla pelle un’esperienza come questa, e non solo vederla su uno schermo. Nonostante in quel momento avessi perduto totalmente la dimensione spazio-temporale, sono sicuro di non aver mai perso la testa e di aver sempre agito secondo la mia volontà e non quella altrui, o della concitazione della massa. Le forze dell’ordine, invece, hanno comodamente asservito il proprio libero arbitrio all’esecuzione di un ordine. Sono disposto ad ammettere che potesse esserci anche in parte quella dimensione ludica di avventura che tanto ci è stata mossa come accusa, come se volessimo giocare a fare i partigiani o i guerriglieri, ma anche questo, ripeto, è un tipo di critica che puoi fare seduto in poltrona ma che non regge a chi come me era davvero lì, è stato gasato coi lacrimogeni e sapeva benissimo che avvicinarsi oltre un certo limite era semplicemente autolesionismo e non certo un’impresa eroica. Sì, era eccitante vedere persone determinate e veramente incazzate, che non recitavano affatto una parte ma la vivevano, sentire i discorsi reali sul ‘qui ed ora’ e non le opinioni vuote su avvenimenti a distanza, le voci e gli aggiornamenti in tempo reale degli altri luoghi della Valle in cui c’erano scontri, gli altri lacrimogeni lanciati, le discussioni su dove fosse più ‘strategico’ spostarsi, gente che diceva che dal corteo autorizzato era partito un altro cordone che era riuscito ad occupare la centrale elettrica… insomma tutto questo era sicuramente esaltante, ma con questo? Se anche ammettessi che la mia vita dall’adolescenza in poi è stata assai noiosa rispetto alle avventure dell’infanzia e che in fondo la mia psiche sedentaria e nichilista aveva anche bisogno di un’esperienza elettrizzante passerei dalla parte del torto solo per questo? Sarei tuttavia poco sincero se parlassi solo di questo e non del fatto che in realtà l’atmosfera era sicuramente molto più tragica piuttosto che epica e che non c’è stato alcun lieto fine, anzi.

Ma procediamo ancora con ordine. Quel misto rabbioso di cecità e lucidità mi aveva spinto dopo la giusta dose di acqua, limoni e riposo a riprendere in considerazione la possibilità di ridiscendere nella zona calda, non perchè avessi voglia di prenderle di nuovo ma perchè ero convinto che dando il cambio a chi aveva la maschera antigas si poteva pian piano guadagnare terreno avvicinandosi al cantiere. Sarà stato un pericoloso istinto di volontà di potenza nietzschiana da parte mia, ma ho cominciato così ad avviarmi questa volta per un sentiero che scendeva più lentamente ma arrivava ancora più vicino e diretto al cantiere. Comincio a vedere persone ferite, gonfie, tumefatte, uno colpito in testa da un sasso. L’unica speranza rimasta era che i lacrimogeni finissero e che i poliziotti non avessero il coraggio di manganellarci tutti come delle bestie al macello.

A volte penso che l’unica spiegazione per cui si possa condannare maggiormente l’uso di sassi e bastoni rispetto a lacrimogeni manganelli e armi da fuoco sia perchè simboleggiano un ritorno allo stadio dell’uomo ‘primitivo’, mentre la violenza ‘civilizzata’ e civilizzatrice fa meno paura e suona meno ‘barbara’. Alla fine mi ritrovo per mia fortuna a vedere i poliziotti in faccia quando ormai è già iniziata la tregua, scopro che un poliziotto era stato ‘catturato’ da alcuni manifestanti, in seguito rilasciato e disarmato, con le manette legate a un albero a penzolare simbolicamente. Intanto iniziano le trattative per liberare i manifestanti catturati, che purtroppo scopriremo aver avuto un destino assai peggiore del poliziotto. Il ritorno verso il pullman è un calvario infinito, distrutti mentalmente e fisicamente, sento perfino la mancanza di volti femminili, a dimostrazione di quanto fossi ben poco temprato alla dimensione ‘battagliera’. Alla fine della giornata alla conta mancherà per la precisione una persona.

L’editoriale di Repubblica di lunedì 4 dirà che rispetto agli scontri del G8 di Genova erano tornati i black bloc ma questa volta le forze di polizia si sono dimostrate professionali, mentre se l’autore dell’articolo avesse davvero vissuto la vicenda si sarebbe accorto di aver scritto due aberrazioni clamorose. Il primo ribaltamento della realtà operato dal mainstream è il ritorno dei black bloc, su cui c’è molta disinformazione, ma è soprattutto una comoda operazione di ripiego dei media per ricondurre persone sconosciute e  delle quali non si sa nulla in un unico calderone, per poter definirle ed etichettarle, maneggiarle giornalisticamente a piacimento. Il secondo ribaltamento, che spero fosse meno consapevole, è che la polizia si sarebbe comportata in modo professionale.

Ora, il ragazzo che mancava all’appello nel pullman di ritorno era Fabiano, rimasto all’ospedale di Torino per le terribili ferite e testimone sfortunato di un accanimento atroce a sadico nei suoi confronti. Protetti dall’assenza di telecamere, uomini delle forze dell’ordine con nomi e cognomi dotati di libero arbitrio (non stiamo parlando di robocop di un film cyberpunk) gli hanno prima spezzato le braccia e poi l’hanno arrestato durante gli scontri, accanendosi su di lui prima di stenderlo su una barella, l’hanno pestato sulla barella, gli hanno rotto il naso con una spranga e minacciato di morte, l’hanno lasciato sotto al sole per ore, bagnato con urina e nuovamente minacciato. È stato salvato da un ragazzo della Croce Rossa che è riuscito a portarlo in ospedale in tempo. La sua triste testimonianza è purtroppo una conferma dei metodi nazisti ancora frequenti in certi reparti di polizia che comodamente definiremo ‘deviati’ ma che, a mio parere, ricompaiono inevitabilmente in un sistema non del tutto vaccinato da questo cancro, di cui potenzialmente, attraverso un abuso di potere, è sempre possibile purtroppo rivedere gli effetti. D’altro canto il cittadino che partecipa a un corteo ‘non autorizzato’ diventa criminale o black bloc magari perchè ha pensato di non portare rispetto a una sigla o a un’istituzione. 

Per tutti questi motivi in molti siamo rimasti pieni di sconforto, ma tuttora non sono pentito nè ritengo che quella giornata sia stata ‘inutile’. Sicuramente possono e devono essere anche altre le sedi dove proseguire attivamente la propria azione politica con altri mezzi, ma una cosa che abbiamo imparato è che c’è gente molto risoluta in grado di rimanere a oltranza in difesa non violenta di un territorio e merita almeno il nostro rispetto quando non è possibile l’appoggio diretto.

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3 risposte a “Racconto in prima persona degli scontri in Val di Susa (di Simone Serradimigni)

  1. Caro Simone, questa cronaca è davvero efficace. Si sente quasi l’odore acre dei lacrimogeni (io li ho provati a Piazza Navona qualche anno fa) anche qua “sulla mia poltrona”.
    Ho visto tante volte l’operato dei funzionari di polizia qui a Roma durante le manifestazioni. Anche chi non si professa anarchico, ma democraticamente partecipa ai cortei -anche autorizzati- ha visto in numerosi casi barbarie incredibili come quelle che racconti tu.
    Poi da un lato li capisco, sono i “soldati dello stato” pagati 1000 euro al mese e spediti dove c’è casino.
    Spero che il tuo articolo apra una discussione sul Rasoio. Per quanto mi riguarda….ancora grazie per il tuo contributo, e…”continuons le combat!”

  2. Intanto grazie per questa testimonianza, così viva ed autentica.

    Cosa penso di episodi del genere e’ molto chiaro dall’articolo uscito sul blog il 20 luglio: rabbia e vergogna per il comportamento di alcuni elementi del corpo di polizia, e gli stessi sentimenti per quei facinorosi che si nascondono all’interno della moltitudine dei manifestanti.

    Per innescare il dibattito auspicato da Claudio ti voglio fare alcune domande volutamente provocatorie; tu scrivi:
    “Diciamo che io ingenuamente ero convinto che tenendomi in disparte rispetto agli scontri che ci potevano essere avrei semplicemente aspettato il momento buono in cui si sarebbe allargato un ipotetico spazio in cui in massa ci saremmo infilati fin dentro al cantiere da cui poi avrebbero potuto buttarci fuori solo coi manganelli o con i lacrimogeni, passando così dalla parte del torto.”

    Non credi che, entrando senza permesso dentro un cantiere, già voi sareste passati dalla parte del torto? E come mai dici che vi potevano buttare fuori solo con manganelli e lacrimogeni? Intendi dire che avreste fatto resistenza non pacifica?

  3. Intanto vi ringrazio di aver cominciato questo dibattito(mi fa sentire importante anche se non lo sono). Per rispondere a Fabio, forse la mia ingenuità si spingeva al punto che non mi ponevo neanche il dubbio in effetti fondato di essere dalla parte del torto. D’altra parte è un errore comune, anche se ammetto di non esserne stato completamente immune. Diciamo che non ho mai considerato torto o ragione astrattamente come essere nella legge o fuori, penso invece che a seconda delle situazioni ci si debba comportare secondo la propria coscienza, che si auspica essere comunque il più lucida possibile, poi dal mio punto di vista è stata la militarizzazione forzata dell’area ad essere ‘illegale’, per quanto ammantata di ‘legalità’, per cui un’azione contrastante questo disegno passa dalla parte del giusto anche se forse il difetto principale di tutta la faccenda è che quando riescono a metterti ‘contro’ qualcosa anzichè ‘a favore di’ da un punto di vista mediatico sei meno efficace, ma rovesciando il punto di vista eravamo noi ad essere ‘pro valsusa’(che è la vera faccia dei cosiddetti ‘no tav’). Sul fatto della resistenza non pacifica invece volevo tranquillizzare, credo che solo con un’azione non violenta si possa far passare dalla parte del torto chi manganella e lancia lacrimogeni, poi io non pretendo di essere gandhiano al punto di non utilizzare la legittima difesa, ma nessuno di noi era davvero attrezzato per far fronte a un lacrimogeno CS, anche le mascherine antigas servivano fino a un certo punto. In ogni caso resta il pessimismo del fatto che sui media mainstream difficilmente le forze dell’ordine passano dalla parte del torto in questi casi, anche solo per il fatto che le telecamere non sono gradite dagli stessi poliziotti e gli stessi giornalisti difficilmente si trovano proprio nel punto dove vengono sparati i larimogenti ad altezza d’uomo. Vi ringrazio per l’attenzione

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