Anarchy in the UK: o State senza diritti o Stato di Polizia! (di Enrico Monaco e Claudio Cavazzuti)

Dopo le rivolte degli studenti e dei sindacati dello scorso dicembre, in questi giorni è scoppiata nuovamente la rivolta a Londra, la Londra dove molti modenesi e italiani sono emigrati in cerca di fortuna. Masse di giovani di tutte le etnie si sono riversati nelle strade, prima di Tottenham, dilagando poi nei sobborghi: Peckham, Croydon, Clapham, Hackney, Ealing, Camden e Nottingh Hill e adesso si estende anche alle altre città più popolose dell’Inghilterra, come Liveropool e Manchester. Palazzi incendiati e negozi saccheggiati. Episodi di sciacallaggio anche tra gli stessi rivoltosi.

Ridurre quest’esplosione di violenza urbana all’uccisione di Mark Duggan, il giovane pregiudicato che in fuga dalla polizia è stato ucciso con colpi di arma da fuoco dagli agenti, è come pensare che una bomba esploda a causa della miccia e non perché imbottita di tritolo.  Qui c’è in ballo qualcosa di più grosso, altrimenti non si spiegherebbe perché la rivolta si è propagata così repentinamente nell’intera Inghilterra.

L’inquilino al numero 10 di Downing Street, David Cameron, bolla come “puri e semplici criminali”  i rivoltosi. Puri e semplici? e aggiunge “You will feel the full force of the law. And if you are old enough to commit these crimes, you are old enough to face the punishment.” Evvai di repressione! Come se le centinaia di arrestati rimanessero in carcere e fosse finita lì. Molti di loro sono già stati rilasciati e tornano in strada. Come se, anche rimanessero in galera, le loro famiglie e i loro amici non andassero a loro volta ad alimentare la rivolta, più arrabbiati di prima.

Verrebbe da chiedersi come mai, se Gheddafi o Mubarak reprimono una rivolta in Libia o in Egitto sono dei criminali internazionali, e noi “occidentali” ci schieriamo a paladini protettori, finanziatori, legittimatori degli insorti mandando persino i nostri bombarideri, mentre a Londra dovremmo schierarci col governo in carica. O si è per la lotta o si è contro la lotta del popolo, non si può fare i voltagabbana e prendere per i fondelli i cittadini. E’ talmente ovvio che Cameron vuole dividere gli inglesi, che il suo intervento da inquisitore appare quasi ridicolo. Cameron vorrebbe che il popolo non violento (la “Londra bene”) condannasse la violenza. La “Londra bene” certo lo farà. Ma l’Inghilterra del vecchio ceto medio? Sarebbe giusto che lo facesse, certo. Ma solo se non fosse sempre e solo il popolo a pagare il prezzo della crisi e mai i governi incapaci. Mai hanno pagato i ricchi di Chelsea; sono sempre quelli di Tottenham a pagare la crisi, come nell’85. E secondo voi dove si prendono le decisioni? A Chelsea, nella City o a Tottenham? La crisi la paga chi le decisioni le subisce e non chi le prende.

La violenza che sta avvolgendo progressivamente tutta l’Inghilterra non è cieca e non è di pochi criminali: gli arresti ammontano già a 562 a Londra, 138 a Birmingham e altri ci saranno nella notte a Liverpool, Bristol e Nottingham, stando alle ultime notizie della BBC. La rivolta è cominciata nei quartieri più degradati di Londra; chi anima la sommossa sono in maggioranza giovani appartenenti ai ceti sociali più danneggiati dalla crisi, hanno cominciato i neri, poi la rivolta ha preso tutti i colori; la loro rabbia non si abbatte indistintamente su ogni cosa, ma colpisce con precisione quasi militare obiettivi specifici come gli esercizi commerciali, colpisce cioè quel privato che detiene i prodotti ai quali loro, legalmente, non possono più accedere. Una volta, quand’era organizzato, lo chiamavano esproprio proletario. Oggi, in questo caos è solo sciacallaggio. Come ad esempio alla warehouse della Sony che si vede bruciare in tutte le foto sul web. I rivoltosi sono gli ESCLUSI. Quelli che prima della crisi accettavano la loro condizione, perchè esisteva ancora una misera forma di welfare assistenziale, un po’ di lavoro e qualche speranza di accedere all’istruzione per migliorare il proprio tenore di vita. Esisteva insomma un’ascensore sociale sul quale potevano aspirare a salire e che, dopo essersi ristretto notevolmente negli ultimi 10 anni, si è inceppato del tutto.

Questo ascensore ha smesso di funzionare  sull’ondata conservatrice che, travolta l’Europa, ha ridotto ulteriormente il ruolo degli Stati nella definizione delle politiche economiche e nell’organizzazione del sistema sociale, trasferendo grosse fette di potere in mano ai privati. Il caso di Berlusconi è emblematico in questo senso: quando un imprenditore raggiunge la vetta del potere pubblico, significa che il profilo, la filosofia del “privato” vince dal punto di vista elettorale su quella pubblica, sul senso dello Stato. Forse solo adesso cade veramente il muro di Berlino. Questa è la stoccata finale all’idea dello Stato, come l’abbiamo concepito dall’800, cioè come entità unitaria e nazionale che subordinava l’interesse dei singoli a quello collettivo, che manteneva in equilibrio attraverso un patto virtuoso l’impresa, il profitto e la proprietà privata con lo stato sociale.

Ora che la sinistra europea è disintegrata e inerme di fronte alla tempesta dei mercati, le persone scese in strada non hanno più neanche una rappresentanza politica nella quale riconoscersi: per questo non è possibile ricomporre un conflitto su un piano democratico nell’immediato, per questo sono lì a distruggere tutto. E non è un caso che la situazione sia esplosa in Gran Bretagna, dove l’accesso all’istruzione, alla sanità e ai servizi sociali hanno i costi fra quelli più alti del Vecchio Continente. In altre parti dell’Europa come in Spagna e in Italia la situazione economica nazionale è anche peggiore, ma uno stato sociale storicamente più assistenzialista dà speranze (vacue) ai cittadini di poter tutto sommato sopravvivere. Il nostro debito pubblico è maggiore, ma il debito privato è assai inferiore (va detto, anche grazie al sommerso; per questo, forse non lo si combatte a dovere nel nostro Paese…).

Le fiamme della City sono l’ennesimo avvertimento all’Europa della necessità di intervenire sui poteri forti che governano il flusso dei capitali attraverso una connivenza mascherata da debolezza della politica: com’è possibile che un’azienda come la Apple disponga di più liquidità del governo degli Stati Uniti? Com’è possibile che degli stati sovrani come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia, la Spagna si indebitino con le banche (è solo di ieri l’intervento di “salvataggio” della BCE dei nostri pacchetti obbligazionari) consentendo loro di manovrarli secondo le logiche della finanza e del profitto? Cos’è questo, se non l’attacco del capitale privato allo stato sovrano? Un sogno liberale che i banchieri coltivano dall’epoca dei Fugger…la morte dello Stato.

Le vetrine rotte ci dicono che lo strapotere dei privati si è fatto oggi molti nemici, che le fasce sociali a cui è stato tolto troppo non accetteranno più un patto sociale al ribasso per il privilegio di una minoranza.

A questo punto potrebbero aprirsi due possibili scenari di fronte alle quali si trova l’Europa. Nel primo caso i vecchi poteri (partiti tradizionali di destra e di sinistra), ormai incapaci di gestire politicamente la situazione, faranno di tutto per mantenere il controllo delle istituzioni pubbliche, e non esiteranno ad usare la violenza contro i cittadini in un’ondata repressiva che non farà altro che soffiare su braci già più accese che mai, dagli Indignados in Spagna, alle rivolte di Atene, agli sconvolgimenti del Mediterraneo meridionale e orientale. In questo caso il sistema politico-economico europeo continuerebbe ad agonizzare lentamente, e si rischierebbe una guerra civile su scala continentale, quindi mai vista prima.

La seconda possibilità vede una ricomposizione meno violenta del conflitto: se la vecchia classe politica e quella nuova avranno la possibilità di confrontarsi e di contendersi democraticamente la leadership, e se dovessero vincere le forze nuove, si potrebbe aprire una nuova stagione, nella quale, auspicabilmente, i futuri governi avrebbero la legittimazione per riformare il sistema, attenuando le fortissime diseguaglianze economiche e sociali e restringendo la forbice tra ricchi e poveri. E soprattutto attuando una politica economica europea comune. Perché se si deve essere capitalisti, con una moneta unica e forte, allora bisogna esserlo per bene, con una politica economica unica e forte. Non si può avere una sola moneta e 25 diverse politiche economiche e sociali!

In ogni caso la risoluzione della crisi passerà solo attraverso un cambiamento della classe dirigente europea, che da tempo ormai non rispecchia la volontà razionale dei popoli che si trova a governare, e fatto ancor più grave, non rispetta gli sforzi di carattere economico e umano che ciascuno di noi oggi si trova ad affrontare.

Di fronte a noi abbiamo la rivoluzione violenta o quella civile: cosa sceglieremo, noi cittadini europei?

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27 risposte a “Anarchy in the UK: o State senza diritti o Stato di Polizia! (di Enrico Monaco e Claudio Cavazzuti)

  1. Avendo vissuto a londra per il mese immediatamente precedente a questi “disordini” (così li definivano nei primi giorni) posso dire tranquillamente di NON essere in grado di dare una spiegazione politica alla vicenda. Sui giornali li paragonano alle rivolte dell’85, quando anche allora c’erano i Tory al potere.
    Non so che dire sinceramente.
    Euro, non euro, malcontento, capitalismo,neri, colori:
    Non so.
    Quello di cui posso parlare è solo quello che ho visto, e quello che ho visto sono stati gli occhi delle persone che affollano le strade della City, la rassegnazione dei loro sguardi, i sacrifici degli studenti (stranieri e non) per pagare le rette sempre più alte, e che spesso sono quegli stessi ragazzi che lavorano nelle principali catene di ristorazione per uno stipendio da fame.
    Quello che ho visto è stata una città frenetica dove si vive giorno per giorno come in una gigantesca catena di montaggio, dove rallentare o essere meno efficienti significa soccombere , perdere il lavoro e quindi sprofondare prima nella disoccupazione, poi nel debito e infine, per chi rimane completamente travolto dal sistema o non ha saputo regolarsi convenientemente, la mendacità.
    Quello che ho visto è la rassegnazione con cui un giovane indiano ti fa un frappuccino pagato 3,30 pounds (di cui non intascherà nulla, lo pagano 4, forse 6 sterline all’ora se va bene) e chissà quanti altri ne dovrà fare prima che il suo 10-hours-lift giunga alla fine.
    Quello che ho visto è la disperazione con cui centinaia di mendicanti ti fermano per strada chiedendoti se hai qualcosa da mangiare.
    Per non parlare del tono amichevole con cui spacciatori e buttafuori conversano davanti alle discoteche, lamentandosi del caro-vita.
    Quello che ho visto sono i soliti 4 negozi alimentari, che hanno migliaia punti vendita in ogni angolo della città , in ogni città dell’UK.
    Ma posso parlarvi anche di quello che ho sentito:
    Quello che ho sentito è stato lo stress che ti procura seguire questo stile di vita, imposto dalla città stessa, a cui, se non sei privilegiato, non c’è alternativa.
    Quello che ho sentito è l’odio profondo ormai indistinguibile dall’invidia per i ricchi e gli arricchiti, quei pochi che da secoli o solo da pochi decenni, speculano sul lavoro di molti.

    Il costo della vita a Londra è oggi 3 volte superiore a quello di qualunque altra città inglese (e a maggior ragione italiana), e per questo gli stipendi sono più alti. Ma da un pò di tempo la velocità con cui i prezzi dei beni di prima necessità si alzano è diventata insostenibile. I primi a farne la spesa sono stati i ceti più poveri, ESCLUSI è forse il termine più adatto per parlare di loro. Avevano annunciato un periodo di austerità, di tagli, e così è stato: i servizi pubblici sono divenuti più costosi, centinaia di operai sono stati mandati a casa.
    E mentre questo accade “l’elite” (leggi, i figli dei ricchi) inglese continua a fare la vita che ha sempre fatto, appartata dal resto della popolazione, circondata dal proprio lusso, protetta da un sistema classista e conservatore, che pretende dinamismo nell’economia pur volendo mantenere stagnante la compagine sociale.
    I Londoners, coloro che vivono (e subiscono) la città giorno per giorno, non ci stanno più.

  2. guardate il parallelo con le rivolte mi pare un po inappropriato, capisco il voler colpire il lettore però: intanto la repressione come dite voi stessi è metterli in carcere per 2 giorni mentre in libia come in siria se andava bene sparavano se no usavano i caccia e in egitto ci sono state decine se non centinaia di morti, secondo punto non è vero che se si è con una rivolta si è con tutte perchè ognuna ha le sue richieste e le sue modalità e infine punto più importante la gran bretagna è una democrazia non una dittatura per cui le cose si possono ottenere con un grande movimento molto meglio che incendiando la sony il fatto è che queste persone non hanno i mezzi dal punto di vista mentale per organizzare tale movimento ma ciò non li giustifica perchè se io non sono in grado di discutere non è che ti do una bastonata in testa o no?
    detto ciò più che la guerra civile bisognerebbe affrontare il problema del riassestamento degli equilibri geoeconomici più che politici a livello mondiale perchè tutto ritorna poi a quello che realmente hai, altrimenti se si vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità (come stato) si fa come la grecia ma non solo e siamo daccapo, indebitati.

    conclusione: è inutile distruggere tutto (come dicono le radici nel cemento) se poi non sai ricostruire, prima bisognerà elaborare dei seri obbiettivi che funzionino a livello economico su scala continentale poi si può chiederli e se un elite impedisce alla volontà della popolazione un procedimento democratico allora si, anarchy in the uk.

    • Grazie mille F. per le informazioni su Londra, che ci danno un quadro più chiaro di come si vive lassù. Quella “rassegnazione negli occhi” è quella che vedo anche io in Italia. Per questo bisogna cercare di riunire e organizzare costruttivamente questo disagio per evitare che diventi violento. Per fare ciò, bisogna trovare gli aspetti comuni di questa “rassegnazione europea” non facendo leva sulle “differenze” locali, ma su ciò che ci cionvolge tutti, perché io sono convinto che quel sentimento è lo stesso ed è trasevrsale dalla Scandinavia al Mediterraneo, dalla Bretgana, alla Turchia. Nei libri di storia studiamo l’IIluminismo, il romanticismo, il Positivismo etc.: è ovvio che quest movimenti avevano una declinazione locale, ma interpretavano esigenze comuni a tutta la civiltà europea. Quello che abbiamo tentato in sinstesi di fare con questo articolo è interpretare il sentimento attuale della civilità europea. Poi sono contento che si discuta e che non siamo tutti d’accordo, è un processo di approssimazione.
      Grazie Olmo, per il commento puntuale. Proprio lì, volevamo infilare il dito nella piaga. Tu dici che le nostre sono democrazie. Io critico proprio questo. Siamo -forse- sulla via della democrazia. Ma siamo ben lungi da esserlo ed è ipocrita sostenere il contrario. Gli esempi sono talmente tanti che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Quello che è successo a Genova, i pestaggi, le uccisioni, le falsità e l’impunità delle forze dell’ordine, ti chiedo, fa parte della democrazia?
      Anocora: in democrazie la legge non è uguale per tutti? (art. 3 della Costituzione) Ebbene, ti chiedo, credi che nel nostro paese “democratico” lo sia?
      E ancora: articolo 4 della Costituzione “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”; ebbene ti chiedo: nel nostro paese democratico, il lavoro è un diritto? Per le donne costrette a firmare prima dell’assunzione un foglio di dimissioni dal posto di lavoro in caso di gravidanza è prerogativa di un paese democratico?
      E potrei continuare con tantissimi altri articoli della nostra costituzione repubblicana che vengono ogni giorno disattesi.
      A me interessa che non siamo ipocriti e che non consideriamo il nostro modello “occidentale” superiore agli altri solo perché “nostro”. Un modello che proprio ora viene messo in crisi nel rapporto con il non-occidente, e dai popoli spagnolo, greco, inglese, etc.
      Io accomuno rivolte diverse perché tutte partono dallo stesso motore, anzi come dici tu dalla stessa “richiesta”: ridurre la distanza tra la classe dirigente e il popolo. Che non vuole altro che dire più democrazia e migliore democrazia. Questo credo sia innegabile, tanto in Egitto, tanto in Libia, tanto in Siria, quanto in Inghilterra. Poi è ovvio che ci siano contingenze diverse, riconducibili a backgrounds storici diversi. Ma personalmente a me interessa trovare il terreno comune di discussione, l’analisi delle contingenze la lascio agli esperti politologi e storici orientalisti, maghrebisti, etc.
      Sono d’accordo con te: distruggere non serve a niente. Distruggi, rubi e basta. Ma questo deve essere chiaro, come dici tu “se un élite impedisce alla volontà della popolazione un procedimento democratico allora si, anarchy in the uk”
      hai ragione: i professionisti della politica stanno impedendo proprio questo.
      Grazie ancora del commento, al quale -spero- ne seguano degli altri.

  3. Ciao Olmo,
    sono d’accordo con te quando dici che le rivoluzioni mediterranee e quella brittanica si svolgono in contesti e situazioni totalmente diverse. Quello che condividono principalmente è una dinamica di tensione sociale ed economica resa comune dalla condizione di interdipendenza creata dalla globalizzazione. Inoltre ciò che hanno in comune sono i meccanismi attraverso cui i “leader” cercano di isolare politicamente gli insorti, incentivando una guerra tra poveri. In questo senso la critica è rivolta ai benpensati occidentalisti che parlano di diritti umani quando si tratta di paesi lontani da loro, e quando succedono queste cose in casa loro si indignano e si scandalizzano negando che anche da noi ci sono problemi basilari sui diritti.
    Inoltre dici che la Gran Bretagna è una democrazia e quindi non è accettabile la forma di rivendicazione che ha preso la rivolta. Io sono in linea di principio d’accordo, ma se quella democrazia avesse funzionato le persone che in questi giorni spaccano tutto sarebbero organizzate all’interno di sindacati, associazioni e partiti di sinistra. Evidentemente queste organizzazioni non sono abbastanza rappresentative da catalizzare e ordinare le energie di questi giovani.
    Sono d’accordo infine quando dici che è inutile distruggere se non si si sa cosa ricostruire, però in questo caso penso che sia stato abbattuto quel muro di cemento che Fabio evoca bene quando parla dell’elitè londinese e dei Londoners. Spero che dopo cominci un confronto, ma se dall’altra parte la risposta sono gli arresti e le botte, non si può condannare questi ragazzi per mancanza di strumenti democratici.

  4. Beh, credo proprio che quello che è successo a Londra e che sicuramente ancora si ripeterà, proprio come gli avvenimenti di Roma del 14 dicembre non siano da condannare per la modalità e le pratiche di lotta, che più o meno si possono condividere e rivendicare. Invece, bisognerebbe andare ad analizzare la fase politica che sta interessando l’intero sistema mondiale, dal sud america, passando per l’africa, fino all’europa.
    Perche le rivolte del mediterraneo si trovano in contesto sicuramente diverso da quello londinese, ma hanno un fattore base decisamente incisivo che le va ad accumunare.
    Quello che ci troviamo davanti è un chiaro sintomo di insifferenza di quella fetta di popolazione che sta subendo la crisi e sta iniziando a muoversi, con modalità che non si vedevano da molto tempo.
    La fortezza europa sta lentamente cedendo, e questi non sono altro che sintomi e maio parere giusti.
    Oramai opinionisti, sociologi e politici no riescono più a togliere e negare le ragioni sociali e politiche dei rivoltosi. Non possono più parlare di “rivolta muta” come nel caso delle banlieue francesi, ma in un modo o nell’altro sono costretti a riconoscere il legame tra crisi, politiche sociali del governo, e rivendicazione di giustizia sociale della piazza.

  5. Io credo che i principali ingredienti di questo articolo siano stati da un lato una buona informazione e l’intento di stimolare il lettore a pensare, dall’altro una meno riuscita riflessione sul concetto di “democrazia” e di “lotta del popolo”.
    E’ vero, queste parole possono assumere diversi significati, se ripensiamo agli episodi che negli ultimi mesi hanno coinvolto il nostro e altri Paesi. Dicendo però che “O si è per la lotta o si è contro la lotta del popolo, non si può fare i voltagabbana e prendere per i fondelli i cittadini” mi sembra si perda di vista il succo della questione. Che i potenti non debbano fare i voltagabbana è una considerazione tanto giusta quanto ripetitiva, ed è proprio quello che ci si aspetterebbe in situazioni come queste. E’ la prima parte della frase che non funziona: cosa vuol dire “o si è per la lotta o contro la lotta del popolo”? Come ho letto sopra in uno dei commenti, c’è lotta e lotta, e non possiamo paragonare le guerriglie londinesi con quelle libiche. L’unico filo conduttore è indubbiamente quello di una crisi che piega il mondo in due, anzi, piega solo una parte di esso. Ma questa, ahimè, è una vicenda già sentita e risentita. Non dico debba essere scavalcata e dimenticata in un qualche libro di storia, ci mancherebbe, è più attuale che mai! Credo solo che enfatizzarla come è stato fatto in questo articolo devii l’attenzione del lettore verso un messaggio diverso da quello che ci si aspetterebbe. Nel concreto, ho letto volentieri questo pezzo perché volevo informarmi su ciò che sta succedendo in UK, ma trovare una riflessione (anzi, sarebbe più appropriato il termine “analisi”) su eterni binomi economici -quali proletariato-capitale, pubblico-privato, povertà-profitto- o leggere frasi come “In ogni caso la risoluzione della crisi passerà solo attraverso un cambiamento della classe dirigente europea, che da tempo ormai non rispecchia la volontà razionale dei popoli che si trova a governare” mi ha un pò lasciata perplessa: non credo sia l’argomentazione principale, la più importante ai fini di una riflessione completa ed esplicativa riguardo l’episodio considerato.
    Mi aspettavo considerazioni più mirate e meno dispersive, tutto qui.
    Ho molto apprezzato la testimonianza diretta del ragazzo che fino a poco prima delle rivolte ha vissuto a Londra, l’ho trovata utile.

    • Cara Veronica, grazie per il commento critico, utilissimo per puntualizzare alcune cose fondamentali per evitare sbagliate interpretazioni di ciò che abbiamo scritto e del Rasoio in genere.
      Sarebbe bello, per cominciare a risponderti, che il Rasoio fosse un’agenzia di informazioni come la Reuters o la BBC, nei cui siti puoi trovare ampie cronache dei fatti in questione. Ahimé, il Rasoio non ha il capitale necessario per mandare inviati a Londra e raccontare in diretta cosa sta succedendo. Ci basiamo pertanto su quanto riportano le agenzie di stampa e non solo, andiamo a vedere anche su youtube cosa postano i testimoni degli scontri, in modo da avere un’idea più organica dei fatti.
      Secondariamente, tengo a precisare che nessuno dice che la guerra libica o la primavera egiziana sono la stessa cosa di Londra. A londra si usano manganelli e molotov. A Tripoli bombardiamo e colpiamo i civili che diciamo di volere tutelare. Bombardiamo pur avendo nella nostra costituzione democratica l’abiura alla guerra, vista come uno strumento ripugnante e antidemocratico. Una costituzione scritta da persone che la guerra la rifiutavano davvero perché l’avevano vissuta. Eppure abbiamo bombardato in Iraq, in Kossovo, in Libia.
      Si dice invece nell’articolo che l’atteggiamento dei governi rispetto a questa cosa è ambiguo. Perché, 562 arresti in 4 giorni, sono di terroristi organizzati? A me pare che, dati i numeri e l’assoluta disorganizzazione degli insorti londinesi sia tutt’altro che terrorismo o pura e semplice criminalità, come dice Cameron. Quello E’ popolo, tanto basti che i quartieri in cui è scoppiato tutto sono definiti da tutti -guarda caso- “popolari”. Tu sostieni, inoltre, che chiamare “voltagabbana” il governo inglese è ripetitivo. Bè io penso che in democrazia, finché la classe dirigente è questa, repetita iuvant, almeno finché non avremo governi più degni, e meno ipocriti. Se fossimo veramente consapevoli di queste iprocisie non ci sarebbe bisogno di articoli come questo, ma ahimé, lo vedi anche tu, l’ipocrisia è ancora bella forte nei parlamenti DEMOCRATICAMENTE ELETTI, qundi espressione della maggioranza, quindi di una maggioranza che accetta queste ipocrisie.
      Non siamo gli unici inoltre a vedere il filo conduttore che lega tutte le rivolte europee e mediterranee degli ultimi mesi. Proprio oggi su Repubblica, quando il nostro articolo era già uscito, Alastair Campbell, storico giornalista londinese e quindi ben informato sui fatti in oggetto, scrive: “Nel medio e lungo termine saranno le autorità e il mondo politico a doversi interrogare sul perché così tanta gente, così tanti giovani si sentono talmente disperati e arrabbiati, dal voler danneggiare e distruggere le case in cui vivono e le comunità in cui sono cresciuti”. La stessa cosa è successa in Grecia, in Spagna, in Italia il 14 dicembre 2010, te lo ricordo, a Piazza del Popolo e a via del Corso a Roma.
      La differenza più forte è che in Inghilterra la rivolta non è organizzata. Qui in Italia c’erano gli studenti, come scrive anche Adriano Sofri sulla Repubblica di oggi. In Spagna, gli Indignados. Riusciamo a darci un nome noi altri per le nostre rivolte, più o meno pacifiche. La cosa grave, che deve preoccupare e far riflettere senza sgomentare, è proprio che la rivolta sta diventando sempre più irrazionale e sbandata, come si vede nelle ultime agenzie. Questo succede perché questi governi “democratici” non sanno dare risposte alla crisi e i partiti di opposizione, come dice Enrico, non hanno raccolto le istanze del popolo, come le vecchie sinistree europee cercavano al contrario di fare.
      Tutta questa violenza ha innescato in me ed Enrico una riflessione di cui abbiamo voluto rendervi partecipi. La riflessione sull’entità, e soprattutto sulle conseguenze che non sono più “potenziali”, ma assolutamente “attuali”, nel senso di “in atto, della crisi.
      Il tuo commento è inoltre utilissimo per un’ulteriore considerazione: mentre i “grandi del mondo”, i gruppi finanziari, persino i piccoli investitori ragionano su scala globale, noi “popolo” continuiamo invece a soffermarci sul particolare, sui distinguo localistici. “Là è diverso che qua”, “Qui c’è una storia diversa”, etc. Trattiamo gli argomenti in modo avulso l’uno dall’altro, li definiamo volutamente “complessi” per “chiudere la discussione” e limitarci a non fare niente ancora una volta. Invece se vogliamo PIU’ DEMOCRAZIA, dobbiamo a nostra volta interessarci dei fili conduttori GLOBALI che influenzano le reazioni dei vari popoli. Se leggi ancora su Repubblica di oggi a pagina 14 Giampaolo Visetti ravvisa la possibilità che anche in Cina stiano per dilagare “rivolte sociali” a causa dell’instabilità del mercato americano. in Cina, nella grande e ricca Cina! Per quanto ancora continueremo a vedere i fenomeni come tutti “a sé stanti”? E’ passato quasi un secolo dalle guerre su scala mondiale e stiamo ancora a fare “distinguo” su “rivoltine” che siamo noi a provincializzare, mentre esse sono globali, come dimostra il web che le diffonde. Le rivolte dilagano e anziché cercare le risposte, cerchiamo di capire cosa hanno di diverso! Ma sarà ben meglio che se ne occupino gli storici fra 20 anni! Intanto vediamo cosa si può fare per far sì che non scoppino! E in questo, Enrico ha cercato di dare le sue risposte.
      Infine, la questione di quelli che tu chiami “eterni binomi economici”. Proprio perché sono “eterni” vale la pena soffermarsi su di essi. Fossero passati alla storia e non facessero parte dell’attualità potrei anche darti ragione! Per quanto rifiutiamo di parlarne essi esistono ancora e -a parer mio- sono ancora la causa principale, benché non unica, dei conflitti attuali, in tutte le parti del mondo “acceso”. Possiamo poi non parlarne perché sono temi difficili, ma non si può sempre banalizzare. Le parole hanno -per fortuna- ancora il loro significato.
      Concludo sperando, non certo di averti convinto, ma almeno di aver contribuito a rendere più “completa”, come tu chiedevi, questa importantissima questione.

  6. Io penso che la sottomissione al capitale per il benessere e la crescita futura sia originata dalla stessa matrice che ha portato i ribelli libici, egiziani e turchi a chiedere giustizia e democrazia.
    Ci si sente schiavi, schiavi di un regime, schiavi di una crisi economica, schiavi del capitale. E non ci sono molte vie di fuga se non la de-costruzione e la ri-costruzione di molti valori che a priori si ritengono “buoni e giusti” ma che in realtà sono soltanto “comodi e imposti”.

    Ma penso anche che la de-costruzione non sia una rivolta che mette a ferro&fuoco una città colpendo NON i centri del potere, ma i negozi del popolo stesso. Questa non è LOTTA PER IL POPOLO. La lotta per il popolo non può creare danni economici e sociali al popolo stesso, il “una vittima per il risultato è concepibile” non deve funzionare altrimenti ritorniamo a quell’enorme macchina che è il potere, perchè la cosa importante è l’obiettivo.
    La visione romantico-marxista della lotta popolare credo non sia l’ideale per descrive quanto sta accadendo a Londra. Nessuno, giustamente, ha pensato alle strategie del potere e delle istituzioni che marchiano e vanno a simboleggiare i corpi biologici con razzismi, stress economico e stress sociale multirazziale. Ma è tutto lì, il discorso. Nelle istituzioni che assoggettano i corpi, e nel processo è prevista anche la rivolta perchè tanto nessuno entra in parlamento a cavallo, non più almeno (povero Cromwell). Distruggono i negozi dei loro concittadini, eliminano le possibilità economiche del popolo stesso.
    Basta guardarli ammazzarsi tra loro, mandare qualche agente di Scotland Yard e via che si va, aspettando che le acque si plachino. Tanto, i centri del potere non saranno mai coinvolti.

    Non so, si rischia di generalizzare una situazione che non si conosce ponendo una visione esterna che ha comunque una forte influenza marxista. Ma ho apprezzato molto i commenti di F. e Olmo che almeno creano una considerazione critica e un confronto sull’argomento.

    • Hai straragione, Giulia. E’ un tutti contro tutti, perché non esistono sindacati, organzizazioni, partiti e chi più ne ha più ne metta, che radunino la protesta sotto una forma e un metodo costruttivo e non distruttivo, ma questo, non mi dirai che è colpa della gente!

      • No anzi, è colpa di chi la gente la perde di vista completamente.
        Prima il governo che basa le proprie masturbazioni mentali su processi fittizi crogiolandosi in moneta inesistente e lusso solo apparente.
        Dopo i ribelli che io appoggio se e solo se non vanno a minare la libertà personale del Popolo, motivo teorico della loro rivolta.
        Il fatto è che a me sembra sempre troppo semplice dire che la rivolta è “popolare”, prova ad andare a chiedere ai proprietari dei negozietti saccheggiati se sono parte di questa rivolta.
        Il mio scetticismo deriva unicamente dalla visione di un modus operandi che dista poco da quello del Potere: Potere e rivoltosi agiscono nell’interesse del popolo, mentre il popolo ripara vetrine e tenta di uscire dalla crisi economica. E’ questo che mi lascia perplessa, la messa in secondo piano dell’unica cosa da salvaguardare e da maneggiare con cura.

        Inoltre, nella rivolta egiziana la protesta era “collettiva” e non ci sono stati atti di violenza urbana verso i nuclei economici popolari. Gli scontri sono stati verso le forze dell’ordine, cosi come in Libia i ribelli hanno preso di mira le strutture del potere. Non esiste alcuna superiorità occidentale, l’ho già detto e lo ripeterò fino alla morte. Una volta usciti da un etnocentrismo ridicolo ci renderemo conto che noi, a differenza dei popoli del nord Africa, non siamo abituati ad organizzarci per ottenere ciò che desideriamo. Ti ricordo il documentario sull’Argentina e la forza con cui la protesta è riuscita a buttare giù dei governi massicci. Mi chiedo, cosa accadrà dopo Londra? Cadrà il governo? Elimineranno la crisi economica? Troveranno Eldorado?

  7. Allora, io non sono mai stato a Londra e non ho certo il “polso politico” della Gran Bretagna, comunque (sollecitato dal buon Monaco) farò qui qualche considerazione.
    Innanzitutto: sono abbastanza d’accordo con una parte delle considerazioni dell’articolo, e meno con altre. Specifichiamo…
    Il parallelo fra Cameron e Gheddafi non lo vedo appropriato: Cameron sarà conservatore e “cattivo” finchè si vuole, ma al momento non mi risulta che abbia usato (o minacciato di usare) la Royal Air Force contro i “ribelli” (e sarebbe una cosa ben triste per la RAF, ieri eroina della Battaglia d’Inghilterra contro la Luftwaffe…). Posso anche esprimere dubbi a proposito del fatto che l’atteggiamento verso la “lotta del popolo” debba essere sempre univoco: sia perchè non è così semplice definire una “lotta di popolo” (ad esempio, come chiarirò più tardi, ho qualche dubbio sul fatto che questa in Inghilterra lo sia…), sia perchè, per dire, il popolo può anche pigliar cantonate (se, per assurdo, un popolo si rivoltasse contro un Governo democratico chiedendone a gran voce uno fascista, non credo si dovrebbe sostenerlo).
    Ora, nemmeno io credo che tutto ciò possa stigmatizzarsi, come cerca di fare Cameron, come “pura criminalità”; sicuramente c’è in quest’esplosione di violenza qualcosa che va ben oltre. Ma non me la sento nemmeno di mettere la mano sul fuoco sul fatto che sia un’avvisaglia di una qualche rivoluzione. Certo, Cameron ha torto a dire che è SOLO criminalità, ma se noi dicessimo che è SOLO afflato sociale saremmo in torto quanto lui. A parte il problema individuale dell’accettabilità o legittimabilità della violenza, quando io vedo ragazzi tirare pietre nel Paese degli hooligans non mi viene in mente solo la protesta sociale; e quando vedo delle persone svaligiare degli esercizi commerciali, assieme al “moderno” esproprio proletario mi viene anche in mente la “cara” vecchia RAZZIA, un concetto che di sicuro ci ha accompagnati nella nostra millenaria storia di Europei ben più a lungo dell’altro. La mia impressione, insomma, è che in questi “riots” ci sia un po’ di tutto, e se di sicuro in piazza ci sono dei disperati che lanciano il mattone con le lacrime agli occhi sono pronto a scommettere che c’è anche qualcuno che aspettava solo il momento buono per “divertirsi” un po’.
    Questo non esclude che la disperazione sociale sia fra le basi di questi episodi, e chi ha ancora qualcosa da perdere (soprattutto la classe di persone che hanno originato questa crisi) dovrebbe prestare comunque orecchio al crepitio dei fuochi a Londra.
    Detto questo, concordo con il fatto che siamo ad un punto di snodo, ad un momento vitale della storia d’Europa; così come dello “scontro” fra interesse pubblico e privato (magari risalire fino ai Fugger è un po’ troppo, ma in fondo ci sta… ;)). Come spesso hanno detto servizi ed articoli vari dal 2008, una crisi può anche essere un momento positivo di rinnovamento e di razionalizzazione (e la stessa Inghilterra ne diede prova tre secoli e mezzo fa con la Guerra Civile, che, fra le tante cose, perlomeno pose le basi per il definitivo trionfo del modello parlamentare). I leaders europei potrebbero, adesso, decidere cosa si vuole dalla vita: se continuare il solito noioso rondò dei 27 Stati o se cogliere l’occasione per rilanciare la “Federazione” o gli “Stati Uniti d’Europa” o qualche altra formula che porti finalmente l’Europa alla realizzazione del suo destino di unità, tante volte cercato da Roma in avanti e sempre frenato per qualche motivo. Io preferirei questa opzione. Il punto è che, per queste cose, ci vogliono uomini politici LUNGIMIRANTI; e purtroppo, al momento, in Europa questa lungimiranza latita, temo. Purtroppo per ora l’Europa sembra fare la voce grossa come Europa solo come “enforcement” al bisogno dei singoli Stati principali. Così a lungo non può continuare, ma qualcuno la fa continaure, vediamo quanto durerà. Attribuisco la colpa alla maggioranza di Governi conservatori nell’Europa “che conta”, speriamo che il futuro ci porti tempi (e uomini) migliori.
    Poi però c’è la questione delle forze politiche. Nuovo-vecchio, Moderno-Contemporaneo et cetera. Il buon Enrico ed io ne abbiamo già discusso più volte… Io tutte queste forze nuove non le vedo. Almeno in Italia. Vedo qualcuno che si propone come nuovo ma prende come sua bandiera concetti anche molto vecchi, e vedo qualcuno che si propone come nuovo assoluto, ma mi convince poco. In realtà, io non credo che ci possano essere cambiamenti notevoli nella SOSTANZA; da che mondo è mondo, dai tempi dell’antica Roma o prima ancora, il panorama politico, pur con tutte le differenziazioni del caso, si è sempre fondamentalmente organizzato attorno alle due macroaree (o mega-partiti, se vogliamo) dei Progressisti e dei Conservatori. Cambieranno i nomi, cambieranno alcune forme ed alcune ritualità, ma in sostanza credo che la cifra della politica democratica rimarrà questa anche nei secoli a venire. Quanto ai vari Movimenti che compaiono nella politica europea, non mi sembrano tutta questa novità: non è la prima volta che vediamo “Movimenti” nella storia d’Europa; e proprio la storia di questi Movimenti ci insegna che, per “legge di natura”, giunge un momento nella vita di un Movimento in cui deve decidere se morire o sopravvivere; nel primo caso continuerà a fare il Movimento e scomparirà, nel secondo caso si “sedimenterà” (accettando le “regole del gioco”), diventerà un Partito e sopravviverà. Nulla di nuovo, in questo.
    Probabilmente avrò scordato qualcosa, nel caso posterò ancora

    • Grazie dell’intervento Luca,
      aggiungo solo una qualche considerazione. I movimenti fanno parte della nostra storia, per fortuna, e dipingerli come qualcosa di già visto rivela solo il carattere ciclico della storia.
      Anche il Psi in Italia alla fine dell’800 era quasi un movimento e la Sinistra Storica il partito “progressista”. Alla fine abbiamo visto come quest’ultima sia morta sotto i colpi del trasformismo di De Pretis e il militarismo di Crispi, finendo archiviata dal Psi prima e dal nascente Pci poi. Il Pd oggi è messo più o meno come la Sinistra Storica di inizio ‘900.
      Non è solo una questione di programmi politici, perché tu puoi avere anche le idee più di sinistra del mondo, ma se poi quelli che le scrivono non vanno in Parlamento a farle valere è inutile. Questo è quello che in parte hanno fatto i governi socialisti in Europa negli ultimi 10 anni. C’è poco da fare. Se Prodi è stato consulente di Goldman Sachs, può guidare tutti i governi di centro-sinistra che vuoi, ma sarà sempre condizionato da una formazione liberale, quando non liberista.
      Qui bisogna colpire le multinazionali, ridimensionare parecchio il mercato finanziario che pesa 5 volte di più dell’economia reale, tassare i super ricchi e mantenere uno stato sociale come forma di garanzia e di accesso all’istruzione e al lavoro. Questo devono fare dei governo progressisti, senza il bisogno della legittimazione dei mercati, ma con il consenso delle popolazioni.
      E la classe politica, che è vecchia e corrotta, non ha la credibilità nè la legittimità per farlo. Quindi o i mega-partiti fanno quello che scrivono nei programmi, serrando i ranghi e mandando a spasso i vari capibastone e faccendieri, oppure prima o poi i movimenti che tu ritieni non troppo innovativi travolgeranno il vecchio sistema di potere, come fecero i fascisti con la destra storica. Poi chi ha ancora qualcosa da dare si riciclerà ne nuovo sistema, come è sempre successo.

    • Caro Aderkas (vorrei chiamarti per nome e darti un volto in modo da sapere a chi scrivo, anche perché il tuo commento è molto puntuale e alza ancora di più il livello della discussione),
      sono d’accordo su vari punti del tuo discorso. In particolar modo, sulla necessità di una maggiore “lungimiranza” dei governi e delle opposizioni in europa: in pratica di tutta la politica. Sono anche d’accordo sulla scarsità endemica di novità sotto questo profilo, ma forse questa non è colpa dei giovani politici, quanto della modalità di accesso all’elettorato passivo. Falla te una campagna elettorale a livello non locale senza l’appoggio economico del partito! Siccome i partiti hanno il rimborso elettorale, oltre che numerosi altri tipi più occulti di finanziamento (come emerge dalle ultime indagini delle varie procure), la scelta delle “novità” la fanno le segreterie di partito e, come si vede specialmente qui in Italia, il partito mica ti candida se hai idee nuove, ti candida se sei sodale con la linea del partito! E se il partito, ai suoi vetusti vertici, ti dice che devi spingere il bottone, anche se le tue idee sono nuovissime e validissime, tu il bottone lo spingi, se no col cavolo che ti ricandidano! Come dicono Stella e Rizzo da diversi anni in ogni loro volume, quello del politico è un mestiere, non è un impegno civile, almeno a livello parlamentare e benché la distorsione non interessi la totalità dei parlamentari, di certo riguarda per la sua larga maggioranza, come dimostra, solo per citarne uno, il voto sulla recente proposta di legge di tagliare l’assegno vitalizio ai parlamentari di brevissima durata, proposta dall’IdV che ha ricevuto solo 22 voti a favore e 498 no. E’ questa è democrazia?

      http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=314

      E ora, alcune cose su cui non sono d’accordo (ma in grande tranquillità, naturalmente ;).

      Nessuno ha detto che le rivolte di Londra sono una bella cosa, questo è stato abbondantemente specificato nei commenti precedenti. Nessuno qui li giustifica, né li spinge. Però condannarli a prescindere o per principio mi ripugna. Li si condanna, certo, ma solo dopo che li si è analizzati, compresi, si è discusso e si cerca di porvi rimedio. E’ vero che la decisione spetta ai governi, ma il giudizio a quei governi spetta a noi cittadini, questa sì è democrazia! Cos’è la democrazia se non la possibilità di giudicare i governi e il loro operato? Nessuno in democrazia è alieno al giudizio del popolo, questo è il suo bello, ma a noi piace giudicare i nostri pari -o peggio- i più disperati di noi, mentre siamo ossequiosi e proni di fronte ai potenti.
      Tu sostieni che c’era qualcuno nelle strade che lanciava mattoni e sciacallava “giusto per divertirsi un po’”. Questo è assolutamente vero, lo si vede nelle immagini…ma a maggior ragione, visto che gli scontri hanno coinvolto non una sola persona (come la strage norvegese, da considerarsi un aberrazione sporadica) ma MIGLIAIA di soggetti, proprio per questo la politica ha una maggiore responsabilità, proprio per questo è un fatto politico e non solo di cronaca giudiziaria. Chi ha consentito che si creasse un terreno sociale ed economico fertilissimo, come si vede in molti paesi europei (noi compresi, visti i fatti del 14 dicembre), a questo scempio, a questa “guerra dei poveri”?
      Ricordo il 14 dicembre, io ero a Roma, quando gli studenti hanno cominciato la sassaiola e hanno incendiato il camioncino della GdF. Il giorno dopo alla Sapienza ho chiesto un po’ in giro ai ragazzi se condannassero o meno i fatti del giorno dopo, e posso assicurarti che la maggioranza di loro NON li condannava. E se ti riguardi la puntata di Annozero di quella settimana, dopo i fatti, i rappresentanti degli studenti, incalzati da Casini che chiedeva loro di prendere le distanze dai crimini (perché di aggressioni si trattava), essi rifiutarono la condanna pubblica delle azioni commesse dai più riottosi. Non si può pretendere che degli studenti condannino dei loro pari, quando i politici stessi non condannano i loro pari (anzi li salvano dai processi) e i sodali dello Stato non condannano lo Stato quando esso tradisce la Costituzione e la democrazia. Tu mi dirai, quand’è che lo stato ha tradito la nostra Costituzione e la nostra democrazia (che sono la stessa cosa giacché la nostra è una Costituzione democratica, art. 1)?
      Ogni giorno., lo Stato fa scempio della legge a cui esso stesso decise di sottoporsi per il proprio sano funzionamento. Faccio solo tre esempi, sufficienti, credo a dimostrare che il nostro NON è uno Stato democratico:

      1. Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ti chiedo: siamo tutti uguali di fronte alla legge? Direi che è superfluo argomentare.

      2. Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
      A parte Kossovo, Libia, Afghanistan che sono tutte situazioni ambigue e comunque -a pare mio, in accordo con la Costituzione sono stati interventi appunto RIPUGNANTI, l’Iraq? Siamo andati in Iraq perché un’altra “democrazia”, gli Stati Uniti, con una menzogna planetaria aveva stabilito ci fossero “armi di distruzione di massa”. Evvai mandiamo i Tornado! Bello dichiararsi -mendacemente- democratici a casa propria, e fare i guerrafondai altrove! Non ho letto nella nostra Costituzione che noi dobbiamo “esportare la nostra democrazia” (per fortuna i Padri Costituenti, erano ben più umili e giusti di noi, che votiamo poltici guerrafondai).

      3. Art. 17. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
      Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
      Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”.
      Ti chiedo: quanto successo alla scuola Diaz, durante il G8, quando i vertici della polizia ordinarono alle forze dell’ordine di riempire la scuola Diaz di armi per poi pestare “liberamente” dei giovani che le armi non le avevano proprio, è democrazia? Ed è democrazia il fatto che abbiano mentito spudoratamente alla stampa fino alle prove inoppugnabili delle procure, nonostante fossero pubblici ufficiali? Ed è democrazia il fatto che siano ancora a piede libero gli ufficiali responsabili, anzi occupino ancora le più alte cariche del corpo di “sicurezza” nazionale?

      Se ti rinfreschi la memoria rileggendo ogni singolo articolo della nostra Costituzione -quella sì, almeno sulla carta “democratica”-, ti accorgerai che ogni singolo articolo, specialmente i cosiddetti “principi fondamentali” è ogni giorno macchiato di ogni sorta di reato da parte non tanto del privato cittadino, quello E’ sottoposto alla legge e paga la sua violazione, ma dello Stato stesso! Attraverso i suoi stessi funzionari!

      Quindi, per concludere, a me non interessa vivere in uno Stato democratico, o fascista, o socialista, o dispotico, o monarchico etc, perché fortunatamente una vita felice è possibile sotto qualsiasi regime. Non esiste lo Stato perfetto. Se la democrazia esistesse, tuttavia, forse sarebbe la migliore delle forme di governo. Ma per mia deformazione educativa, fornitami dallo Stato stesso (quello buono, la scuola) e dalla famiglia onesta in cui sono cresciuto, ahimé, aborro quando qualcuno mi piglia per i fondelli e mi dice menzogne. E aborro ancor di più quando le menzogne sono dette ad un popolo intero.
      Io voglio vivere in una democrazia VERA, non in una democrazia FALSA. Dove esiste giustizia e verità. Qualsiasi forma di governo VERA è migliore di una FALSA, se non altro perché porterà nel futuro a qualcosa di meglio, mentre la falsità non genera altro che ulteriori falsità (i bugiardi lo sanno bene). Finché ciò non sarà, pur beccandomi mio malgrado critche da destra, da sinistra e dal moralismo “democratico” di chi stigmatizza a prescindere gli insorti, comprenderò la violenza dei disperati, dei precari, degli studenti, degli operai, che in questi tempi difficili anima i popoli dal nord al sud dell’Europa.
      Mi sembra infantile liquidare i fatti di Londra con l’argomento di Cameron e dei pregiudizialisti che si tratta di criminali, sciacalli da trattare alla stregua di ragazzini viziati che vogliono soldi, cellulari, playstation. Come ho cercato di spiegare, spero con chiarezza, è evidente che c’è qualcosa di molto più profondo. Lo Stato lo sa bene, ma anche questa volta mente. E il bello è che una fetta consistente di gente per bene, ci crede pure!
      In piazza a Roma ogni anno, ad ogni manifestazione non vedo gente che vuole più soldi o cellulari. Vedo solo gente che vuole più giustizia e verità, però anno dopo anno la protesta degenera progressivamente, si acuisce e fa danni peggiori: perché? Se lo Stato non ascolta, e non provvede a questa richiesta del popolo, non ci si lamenti! E se la protesta degenera, dopo che lo Stato delegittima sindacati, associazioni di lavoratori, studenti, associazioni di donne, di pastori sardi, di abitanti aquilani e via dicendo, allora non ci si eriga a sommi giudici inquisitori ma ci si chieda con umiltà e autocritica perché le porteste che una volta erano organizzate e addirittura autonormate, ora si traducono in incendio di camionette e vetrine spaccate e, quel che è peggio, morti ammazzati.

      A presto

      Claudio

  8. Ho letto la risposta al mio commento, e credo sia stata molto più esplicativa e completa dell’articolo. Leggere fin da subito le stesse parole mi avrebbe dato più chiarezze e meno ambiguità.
    Chapeau (per la risposta).

  9. Pingback: Anarchy in the UK: o State senza diritti o Stato di Polizia! (di … : Made in India·

  10. A Enrico: molto semplicemente, non volevo dire che la presenza dei Movimenti sia un male, dico soltanto di stare attenti al movimentismo ed a tenere sempre a mente che, a prescindere dalle dichiarazioni, un Movimento è semplicemente l’anticamera di un Partito (a meno che non voglia destinarsi a scomparire); capisco poi l’ostilità (giustificata e condivisa da me nel 90% dei casi) verso la vecchia classe politica, ma non mi pare che nei due Governi Prodi ci sia stata questa valanga di iperliberismo da capitalismo selvaggio stile Rockfeller (anche se le sue liberalizzazioni potevano esser fatte meglio).

    A Claudio: scusami, ma almeno per il momento su blog e cose varie preferisco mantenere il nick (cmq posso darti un indizio: tu ed io abbiamo già discusso 😉 ).
    Mi pare che parte del mio discorso sia stata fraintesa: io per primo prendo le distanze dalle affermazioni di Cameron. E non voglio condannare “a priori” tutti i giovani che a Londra stanno protestando contro le ingiustizie sociali, mettendoli in ua sola “massa” con i violenti. Dico solo che di quella massa fanno parte ambedue, e bisogna tenerne conto. E sarebbe colpevole non farlo. Tu dici che la rivolta coinvolge migliaia di londinesi. E’ vero: ma, proprio perchè la cosa va analizzata, siamo in grado di dire quali siano le PROPORZIONI fra disperati e semplici facinorosi? La violenza, anche quando comprensibile (non voglio parlare di “legittimità” o meno, perchè poi apriremmo un discorso che prenderebbe le mosse dalla Rivoluzione Americana o prima ancora!), è una brutta bestia, non solo per i suoi effetti, ma anche per i suoi antecedenti: da che mondo è mondo c’è stato chi ha cercato di fare i fatti propri facendo prendere la brace bollente in mano al “popolo”; e qui in Italia abbiamo una certa tradizione (plurisecolare) di capipopolo a dimostrarcelo. E questa è una cosa da tenere sempre a mente.
    Poi, se parliamo del manifestante che fa violenza per disperazione, è vero, il manifestante pacifico che ha marciato con lui il giorno prima può non condannarlo; ma lo condanneranno migliaia di persone che stanno a casa e che avrebbero perfino interessi IN COMUNE con lui. Tutto ciò mi ricorda una discussione che feci una volta con un conoscente riguardo alle occupazioni nelle ferrovie, e gli feci notare come fosse assurdo che i manifestanti occupassero i binari dei treni REGIONALI, i cui viaggiatori erano tutti “poveri cristi” come loro e che, anzi, loro avrebbero dovuto cercare di farsi amici, invece di invelenirseli contro. I “figli del popolo”, per chi ci crede ancora, dovrebbero collaborare, piuttosto che calpestarsi (lo diceva anche Pasolini a proposito dei manifestanti e dei poliziotti, figli del popolo anche loro, in ben altri tempi che questi).
    Piccola nota a margine: prima che vi fosse la prima notte tranquilla a Londra, ero anche più pessimista per la questione, perchè il tutto mi ricordava in maniera sospetta gli antefatti di “V per Vendetta” (il film, perchè sul fumetto di Alan Moore non ho ancora potuto metter mano): situazione confusa, paura dei “good citizens” nelle loro case ed u ambizioso politico conservatore che ne approfitta… Ora, lungi da me paragonare Cameron ad Adam Susan/Sutler, ma chissà che qualcuno nella destra inglese non stia già progettando di lucrare sulla paura scatenata da questi riots… Non dimentichiamoci che spesso le dittature nascono in climi simili (e qui in Italia, ripeto, ne sappiamo qc; ma è storia vecchia, assai più vecchia di Mussolini, perchè già Robespierre e la sua cricca, e prima ancora Cromwell, dittatore a furor di popolo, insegnarono qc al riguardo)

    P.S: non volevo fare un parallelo storico fra Cromwell, Robespierre e Mussolini, non sono tipo da paragonare mele, pere e prugne; quindi non ditemi di evitare parallelismi perchè volevo solo riportare esempi 😉 )

  11. Io sono stato a Londra dal 2 al 10 di questo mese e ho visto l’insorgere dei movimenti. Pur avendo avuto una visione parziale, come è ovvio, ho toccato con mano la faccenda. Io non sarei così incline a costruirci sopra iperboli. Queste rivolte sono una cosa ben diversa dagli scontri seguiti all’innalzamento delle tasse universitarie, ma ricordano ben di più il macello delle banlieu di Parigi di qualche anno fa. Minoranze etniche, stipate a morire in casermoni, senza la capacità di dare un nome al proprio disagio, che sfasciano non tanto ciò che trovano, come alcuni giornali di Londra hanno scritto, ma i luoghi dove, all’interno del “sistema”, si sentono di troppo, inadeguati. Se il mondo smette di (o non ha mai iniziato a) chiamarti per nome, ti senti un qualunque che può permettersi di bruciare edifici a cazzo. Parlare di “popolo”, “classi”, in questo caso è fuorviante. Giulia lo ha circa capito. Il popolo è anche chi ripara le vetrine senza grattarsi i maroni e dire “E lo Stato dov’è?” (domanda che qui siamo bravissimi a porci – va bene se ‘porci’ lo leggete come ‘maiali’). L’analisi dell’articolo, un po’ vaga, va bene, è validissima. Ma non sarei così lanciato nell’accorpare tutte le rivolte ad un unico fattore. Soprattutto quando non si entra nello specifico culturale, che in Occidente è dato dal fatto che i poveri sono borghesi culturalmente, ma vogliono avere il benestare economico per poterlo essere. Che in genere tu rivoltoso sfasci ciò che trovi per strada è sintomo che del potere non te ne frega un cazzo, ti va bene fintanto che ti dà quello che vuoi. Tu ora hai una tv vecchia con una scart sola, sei incazzato perché in quell’ingresso scart hai dovuto metterci il digitale terrestre e il lettore dvd se ne sta lì da mesi inutilizzato, e allora sommando piccole cose ti senti deprivato del tuo poter essere come gli altri, che non è mera omologazione, significa la capacità di tenere il passo col mondo. Anche il povero ora vede tutto, sa tutto, è periscopico, sa che c’è l’IPhone4 e l’IPad2. In sala d’attesa dal medico di famiglia legge QuattroRuote e vede le macchine nuove, le Porsche Carrera etc. Questo è più dilaniante di tutto il resto. La rabbia si esprime nello stesso modo, ma ha motivazioni diverse. Pensare che tutti reagiscano con lo stesso afflato colto, idealista, consapevole con cui agiremmo noi (è un ‘noi’ per intenderci) è sbagliato. Così come raccontarci la storia inter nos. Bisognerebbe forse smettere di analizzare i fatti (leggetemi tra le righe).

    • Pietro, che noi non siamo grandi storici o commentatori certo è fatto abbastanza ovvio, e ne sono sinceramente dispiaciuto. Ricordarcelo da parte tua non lo reputo un gesto molto elegante, ma tutto sommat ci sta, così il Marchese Pietro Terzi ci ridemensiona ;). Io tengo molto in considerazione il tuo parere, e non lo liquido solo perché è “inter nos”. E’ giusto informarti che questo articolo ha avuto migliaia di visite in tre giorni, il ché da un lato dimostra che non è rimasto affatto “inter nos”, dall’altro potrebbe -ripeto, potrebbe- anche indicarne la validità, così come anche il tenore dei commenti. A prescindere dalle valutazioni soggettive, ti faccio presente cha a pagina 73 dell’Espresso, uscito ieri -quindi due giorni dopo il nostro articolo- Riva apre con “C’è un filo che lega la tempesta perfetta dei mercati, la recessione, la crisi dell’Occidente, l’Inghilterra che brucia. […] Si è rotto l’ascensore sociale”.
      Tutti i commentatori più autorevoli su Rai News, gestiti in diretta da Corradino Mineo, durante il secondo e terzo giorno di scontri fatti mettevano in relazione tutte le rivolte europee e Mediterranee, persino quelle che in questi giorni si tengono a Tel Aviv, non certo violente, ma anche lì qualcosa di è rotto.
      Ora io capisco che per i militanti di partito come Aderkan (si vede che è di un partito “democratico”) e per i “bastian contrari” cronici come Pietro Terzi è dura accettare che due persone normali abbiano preceduto nell’analisi sui fatti l’Espresso e il Servizio pubblico televisivo, pagato col canone, mentre il Rasoio è gratis. Ciò comunque continua a non significare che quello che abbiamo scritto corrisponda a verità assoluta e/o che si avvereà nelle sue previsioni! Certamente no, ma almeno è condiviso da la stragrande maggioranza degli esperti, pagati per farsi un’idea ed esprimere quei concetti, mentre noi facciamo tutto a titolo gratuito.
      Ma, signori, questa è la democrazia che Aderkan difende a spada tratta: informarsi ed esprimere il proprio parere, non mi sembra ci sia niente di male.

      “Parlare di popolo e classi è fuorviante”, dice Pietro Terzi. Si vede che non ha mai lavorato e che non vive in un quartiere “popolare” di una grande città europea. Le classi, caro mio, esistono ancora. Vogliamo metterci le stelline al posto di questa volgare e pericolosa espressione marxista? Mi fa sorridere, ma va bene…censuriamola, così la ***** media allontana lo spettro del marxismo!
      Ti invito, Pietro, ad andare su un cantiere con operai, ingegneri e capi cantiere. Vedi se non esistono le *****!
      Oppure, prova ad abitare a Roma e vedi un po’ se stare ai Parioli, a Testaccio o a Tor Bella Monaca non significa far parte di **** nettamente distinte! O ancora prova a fare il pastore in Sardegna sulle clline di Porto Cervo e vedi se non esistono le *****!
      Ora tu sei studente universitario e nessuno pretende che vada in cantiere, o ti trasferisca da quella provinciale e benestante cittadina che è Modena per andare a fare la caciotta in Barbagia. Ma ciò non ti autorizza a dire colossali cazzate, e a parlare di cose di cui Modena o via Zamboni forse non rappresentano forse un punto di vista consono su tematiche come queste. Poi se vogliamo fare “pour parler” e fare i Paolo Guzzanti della situazione, allora aprite le dighe!
      Il fatto che tu abbia di quelli che tu chiami poveri, caro Pietro, una visione così indegna, come se tutti fossero (o fossimo?) degli imbecilli , miserabili, sporchi, così gretti da pensano ad avere una scart in più nella Tv -secondo me- non corrisponde al vero. E’ la visione del marchese Pietro Terzi che dimostra che i “poveri” di cui parla non ne conosce affatto. Magari, Pietro, hai guardato solo un po’ troppa TV:v troppo Bruno Vespa fa male! 🙂

      • No. Qui si è fuori dalla critica e controcritica.
        Così come non soppeso la vita di persone che non conosco, non accetto che lo stesso venga fatto con la mia da gente che con essa non ha avuto niente a che fare, soprattutto se lo scopo è quello di screditare quello che sostengo. L’essere più grande e, come ovvio, più esperto di mondo, non ti legittima, Claudio, nel ridurre i miei vent’anni ad uno script di Cento Vetrine. Ho sufficiente materiale alle mie spalle da poter scegliere cosa far vedere e cosa no alle persone. Ti basti sapere che i poveri li conosco, perché ho lavorato al loro fianco e perché, anche se indosso un paio di Persol, il problema della scart è drammaticamente anche il mio. Di più non dico. Ogni cosa ha una sua obiezione. Giulia ne ha già trovata una.Circa quello che penso di classi e popolo, Claudio, invece di scavare per terra dovresti scavare negli archivi di questo blog.
        Per concludere, siccome apprendo che il mio parere viene tenuto in grande considerazione, ne approfitto per dire che non intendo aver più niente a che fare con bassezze di questo tipo. Sono anche stato troppo carino verso chi ha voluto dedurre qualcosa dai miei calzini azzurri.

        Saluti e buona serata

  12. Io sono d’accordo con Terzi sto giro e credo che tu, Claudio, stia drammatizzando un commento che è molto più realistico rispetto alla tua visione romantico-marxista del mondo.
    Nessuno ha detto che i “poveri” sono imbecilli, miserabili, sporchi e gretti, ma questo fa sempre parte della visione alla David Copperfield che non capisco perchè devi far passare per altrui. Io penso siano accecati da un’assenza di identità culturale definita, che li disperde nel mare del “non posso permettermelo” e soprattutto li priva di senso realistico e di spinta per il divenire.
    E basta una semplicissima indagine di mercato per sottolineare questo. Il fatto che il mondo ti sbatta in faccia ciò che non puoi permetterti, non solo appicca il fuoco a Londra ma instaura un circolo vizioso assurdo delle società finanziarie che si vedono richiedere prestiti per Prodotti Elettronici (34%) e vacanze (19%). Al primo posto ci sono i Mutui per la casa che nel 49% dei casi vengono stipulati ben al di sopra delle proprie disponibilità finanziarie a lungo termine.
    L’assenza di identità culturale è provocata da un continuo confronto con un modello mediatico e pubblicitario che non corrisponde al reale, ma anzi ne deforma gli standard di “good life” fino a portare la famiglia seguita dalla sussistenza a fare un finanziamento per andare in riviera. Pensi che lo ritenga giusto? No, non lo ritengo giusto ma è cosi. E per cambiare il corso degli eventi ti assicuro che serve un enorme impegno sociale e culturale da parte di tutti, dai centri del potere al disoccupato che deve accettare qualsiasi lavoro se vuole lavorare, e non è cosi scontato oltretutto.

    • Giulia io non ho detto che la gente di Londra, lo ribadisco, perché siete duri di comprendonio è idealista. Dico però che sia tu che Pietro che Aderkas secondo me banalizzate troppo riducendo la cosa ad un “non posso permettermelo”. C’è molto molto di più di Quattroruote o della Playstation.
      Pietro, guarda le critiche te le becchi tutte! Se tu dici cose non vere e in un modo così basso di una classe sociale che esiste un po’ in tutto il mondo e alla quale fanno parte molte persone a me vicine, mi dispiace ma non passa liscia. Tutto qui, niente di personale. 🙂
      Ciao a tutti e buon ferragosto!

      • L’essere duri di comprendonio non è unilaterale, Claudio, tant’è che del mio commento hai capito non zero, ma addirittura meno di zero. Seconda cosa il tuo non è stato un criticare ma un becero atteggiamento da bulletto gossipparo. Ripeto: non pensare che la giustizia, la bontà e la misericordia siano una prerogativa tua. Non c’è niente di tuo, Claudio, nel mondo. Così come non ci sei solo tu e il tuo altrove e altrimenti apprezzabile afflato. Trovo terrificante questo tuo volerti imporre a rappresentanza di una cosa che non si lascerà mai del tutto a comprendere nei tuoi ideali. Soprattutto quando i risultati sono quelli che abbiamo visto. Ripassa dal via, Claudio, non sarà qualcosa di personale per te, ma l’hai fatta diventare per me.

      • Io invece credo che parlare di “assenza identitaria culturale” e di “sottomissione al capitale” non sia banalizzare ma cercare un filo comune.
        Mi piace perchè il tuo “non banalizzare” in realtà dovrebbe essere prima rivolto alla tua idea di “povero” in pieno stile Spazzacamino alla Mary Poppins, visto che si è parlato di VARIE POSSIBILITA. Ora, io credo sia più intelligente credere che la classe sociale che tu descrivi sia molto più variegata di come la pensi, e lo spero sai? Altrimenti sarebbe tutti degli automi e non lo sono. Ci sono quelli che rompono i vetri, quelli che fanno finanziamenti per andare in vacanza, quelli che lavorano 16 ore al giorno. Ridurre tutta una classe, visto che vogliamo chiamarla cosi, all’ideale del buon povero che sa come tirare avanti perché impasta cemento e buon umore per fare il pane mi sembra offensivo nei confronti del precariato.
        In realtà l’opinione peggiore che traspare è la tua, che li descrivi come privi di auto-difesa, spinta del divenire e tante altre cose. In realtà sono soltanto umano, pertanto la ricerca del benessere ce l’hanno, come hanno la necessità di arrivare a fine mese.
        E scusa sai, ma come te anche noi abbiamo vissuto a contatto con la povertà (vera). Erigerti sul piedistallo dell’esclusiva conoscenza mi sembra veramente poco “critico” e “costruttivo”. E quando chiederai gli esempi, ti risponderò che a Fiorano esistono interi nuclei famigliari migrati dal Burkina Faso e dal Ghana. Lì sono poveri. Ma poveri davvero perchè il Burkina è il paese più povero del mondo e fanno la spesa con 50 euro AL MESE.
        Ah, nessuno parlava specificatamente di Londra nei commenti precedenti. Come tu suggerisci sempre, si è preso spunto dall’articolo per ampliare il discorso.

      • Discussione chiusa sulla questione “classi” per quanto mi riguarda. Giulia le cose me le pupi dire anche di persona, visto che ci vediamo spesso. Pietro, mi dispiace che l’hai presa male. Se vuoi cancello il mio commento, se non ti piace, non ci sono problemi. Ora però, lasciamo spazio anche ad altri. Grazie

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