Capitalismo è convertire lussi in necessità: visione antropologica della crisi economica

Le merci ci circondano accompagnandoci in ogni momento della nostra vita presente e futura. In ogni rito di passaggio , le merci scandiscono un sistema di segni che viene ricordato e conservato come esempio di soddisfazione, di dedizione, di abnegazione, più semplicemente di dovere sociale compiuto. Le merci giungono a noi dalla produzione e dallo scambio. Al centro del mondo delle merci sta, nell’immaginario collettivo, il consumatore razionale che massimizza l’utilità sua e di coloro che lo circondano e di colore con cui egli viene cognitivamente in contatto attraverso le previsioni che elabora per raggiungere l’obiettivo.

La ragione strumentale determina i percorsi dell’orientamento all’azione. I percorsi non possono condurre alla composizione di ogni conflitto, alla dispersione della tensione e all’inveramento di un mondo che si pensa sia solo “quasi perfetto”: si è convinti che ogni migliore realtà sia possibile perché si è fatto scherno ideologico di ogni utopia, ma la segreta convinzione di costruire la vera perfezione attraverso il profitto di mercato e la sua divina mano invisibile, traspare dagli occhi azzurri e dai capelli biondi dei cantori degli equilibri perfetti di marginalistica ascendenza.

L’immagine pacifica del mondo delle merci avanza inesorabilmente nell’intero globo. È ugualmente evidente che questa immagine della perfezione spesso si appanna, quando le crisi di mercato incrinano le certezze delle ragioni strumentali (indeboliscono le attività dei sovrani gestori del flusso delle merci e dei capitali), questo perché il flusso delle merci è determinato dall’utilizzo di una moneta che assume una dimensione sempre più importante nel mondo produttivo. Il mondo  è nel mezzo della prima crisi mondiale da sublimazione della proliferazione del debito eretto a leva finanziaria illimitata. Una glorificazione tragica dell’irrazionalità borsistica e dell’opportunismo manageriale. È il prodotto di un colpo di stato condotto dalle corti manageriali costruitesi nell’ultimo ventennio. Manager prodotti al di fuori delle regole della tradizione, formati e legittimati dalla scolarizzazione postuniversitaria specialistica, creatrice di reticoli emofiliaci detti capitale sociale, che in realtà funzionano come famiglie mafiose non violente. Sono stati creati dalla nuova utopia (realizzabile questa volta) dell’impresa perfetta che insegna a tutte le altre: le società di consulenza. Queste, allevano risorse umane e le allocano nelle imprese visibili. Sono le imprese invisibili che governano ciò che studiano e ristrutturano e ritrasformano continuamente. Il tutto glorificato dalla teoria dell’agenzia che grazie alla corresponsione di stock options commisurate alla valorizzazione azionaria apre invece la forbice della divaricazione degli interessi tra comportamento acquisitivo di piccoli gruppi segreti e destino dell’impresa come reticolo di saperi e di fedeltà. Questo percorso conduce alla sovra valutazione della performance, esaltando il breve termine e il risultato artificialmente inscritto nei libri contabili.

Ora della verità: debitori e creditori non riescono a rendere solvibili i loro beni e le loro attese. Ecco la crisi che vede fallire le cattedrali della finanza e della circolazione monetaria. La strage degli innocenti è compiuta. Questa crisi dimostra che l’assunzione dell’utilitarismo a paradigma totalizzante dell’universo economico conduce al disastro della stessa economia capitalistica. Si è presupposto che tutti noi altro non avessimo in mente che il dar vita a comportamenti egoistici orientati solo dall’interesse materiale. Il fine dell’impresa doveva essere quello del profitto tout court: dare dividendi agli azionisti grazie all’aumento del valore delle azioni. Sarebbe possibile rendendo tutti proprietari. I manager diventano proprietari e nello stesso tempo erano il prototipo del cagnolino pavloviano, stimolato dall’odore e dal sapore del cibo che lui stesso si preparava. Profitti e Azioni iniziano a salire vertiginosamente vent’anni fa perché invece di investire come un tempo, si distribuivano i dividendi. Tutti correvano a comprare azioni perché si pensava nel breve termine. L’etica degli affari che si impara sul campo grazie a dirigenti virtuosi e che nessun master insegna, dovrebbe imporre di non vendere più questi strumenti finanziari, cosi come dovrebbe imporre di non far sottoscrivere mutui non pagabili. Il problema è che se non li faccio sottoscrivere i miei indicatori di premio scendono e le mie stock options diminuiscono di valore perché il titolo scende. Perché funzioni la cosiddetta leva finanziaria è necessario vendere e continuare a vendere.

Ma poi, arriva la crisi. Si ricomincia, tuttavia è necessario cambiare. Se non si vuole avere dinanzi ai nostri occhi, di nuovo, gli effetti delle stock options, tali da alimentare la bolla finanzia e da far decadere la propensione a investire con conseguenze devastanti sull’economia reale. Queste non hanno nulla a che vedere con il profitto capitalistico, sono ricavi da rendita di posizione, una posizione di dominio assoluto sull’agenzia realizzata grazie al monopolio delle informazioni e alle spericolate manovre finanziarie.

Di fronte ai fallimenti temporanei della ragione strumentale dello scambio mercantile, a cui fa fronte lo statalismo effimeramente risolutore, emerge un argomento squisitamente antropologico: il dono. Non pensiamo che tutti possano conoscere gli studi sul Kula fatti da Malinowski, pertanto diciamo che il dono è una forma di scambio fondata sulla reciprocità personalizzata e differita. Personalizzata per è una relazione non deificata. Il dono è energia psichica affettiva e non può essere riconducibile al puro calcolo cognitivo. Differita perché dura nel tempo. È un bene che con l’uso non si consuma, un bene che vive nella e della storia. Il dono convive con il mercato. Del mercato non è l’alternativa, quanto invece una risorsa formidabile e potente.  Se esiste la poligamia delle forme di scambio (un dono quindi oltre lo stato e il mercato) esiste allora la polifonia delle forme dell’allocazione dei diritti di proprietà. Questo è il problema reale e profondo che occorre intendere in tutta la sua importanza per costruire un ritratto veritiero delle forme dello scambio: esse sono un indice delle forme della proprietà. Tutte quelle forme di allocazione dei diritti di proprietà fondate sullo scambio reciproco del dono e il suo dispiegarsi intragenerazionale e intergenerazionale, fondano società di persone anziché di capitali e contribuendo in tal modo alla formidabile crescita della stessa economia di mercato. Essa, per diffondersi, ha bisogno di tranquilla solidarietà: il “date e vi sarà dato” non nega il mercato ma addolcisce e tempera la crescita economica.

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4 risposte a “Capitalismo è convertire lussi in necessità: visione antropologica della crisi economica

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  2. consiglio a tutti di arrivare alla fine. in particolare l’ultimo troncone del discorso individua una soluzione allo stesso tempo empiricamente verificabile, sperimentabile, migliorabile e dunque un’utopia possibile, forse l’unica alternativa sensata al capitalismo attraverso una rivoluzione quotidiana non violenta

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