It’s a long way to the top…Sull’orlo del successo (o della rovina)

Nell’ultima puntata abbiamo divagato sulla ormai antica questione della morte vera o apparente del rock’n’roll e sulla possibilità che la nascita di ogni nuova band possa permettergli di sopravvivere ai miasmi di questi tempi impaludati e -chissà forse il giorno in cui ce ne sarà davvero bisogno- di risorgere dalle ceneri, più vivo che mai.

Se avete seguito la storia della nostra ormai formata band, ricorderete che nella puntata precedente eravamo finiti a parlare di democrazia. Che c’entra la democrazia con il rock’n’roll? C’entra, c’entra…perché la band deve prendere decisioni importanti e, data la pluralità di menti e posizioni che la compongono, occorre applicare il metodo democratico, benché quelle stesse menti siano tutt’altro che democratiche, anzi sovversive e riottose nei confronti di ogni metodo e ordine costituito.

Ebbene dopo aver compiuto i primi passi, dopo essersi dotati di un nome, di una saletta, di una serie di strumenti per lo meno di accettabIli e di un repertorio più o meno vasto di pezzi per lo spettacolo, occorre che il più matto della banda salga in cattedra e gridi “E’ ora di fare pezzi nostri!” di fronte ad altre facce ebeti nelle cui espressioni potreste leggere un ampio abbecedario di brillanti pensieri, da “Era ora che qualcuno lo dicesse”, “Se li scrivi tu stiamo messi bene!”, a “Ma questo è scemo?”. Insomma che dire, senza i pezzi propri la banda finisce per diventare quella strana e informe creatura che prende il nome di tribute band.

Ahimé, qui urge una seria digressione per me maledettamente complicata da affrontare, giacché molti amici suonano o hanno suonato in tribute band. Ma per senso di responsabilità bisognerà farlo: i lettori che non si intendono di queste cose hanno tutto il diritto di sapere di cosa stiamo parlando.

C’era un tempo –ebbene sì- in cui questa particolare categoria di band non esisteva. Esistevano le “serate tributo”, quelle sì, a quello o a quell’altro musicista o gruppo, ma nessuno, a parte quelli che si travestono da Elvis a Las Vegas, si era mai sognato di scimmiottare Freddy Mercury o da Angus Young pensando di poter fare così un po’ di soldi e avere una certa forma rifratta di popolarità. queen tribute band

Prendiamo ad esempio Max e Dave dei Muppet Suicide, due miei cari amici che suonano in un tributo ai Guns’n’Roses: sono fra i miei chitarristi preferiti, sebbene sconosciuti al grande pubblico. Potreste vederli suonare in giro per l’Italia coi Muppet. Ma ciò che vi auguro di più è trovarli su una spiaggia con due acustiche mentre jammano qualche blues da strapparsi le mutande o qualche pezzo del gruppo originale di Dave, gli Atomic Ants. Tutta un’altra musica.

Bè, quello che voglio dire è che il successo delle tribute band ha il fascino nostalgico e decadente di un passato sopito, un eredità maledetta che è difficile strapparsi di dosso. Non è tutta colpa loro, s’intende. E’ un problema anche di noi che andiamo a sentire musica dal vivo. Preferiamo consumare il pezzo cantabile, conosciuto, che ascoltare qualcosa di nuovo e unico. Preferiamo la rifrazione dei nostri idoli che esplorare nuove armonie e ritmi. Siamo il target pubblicitario di X-factor e di Amici anche se mettiamo il chiodo, ci facciamo la cresta come i punk o ci ricopriamo di bracciali anelli e orecchini.

Il risultato della ribalta delle tribute band ha significato la crisi delle band originali. I maggiori responsabili di questa crisi, però sono le agenzie, i gestori di eventi e di locali. Provate a chiedere i  giro quanto pagano una tribute band (cifre con tre zeri di solito), e quanto una band originale (se va bene, una pizza). Dovrebbero chiamarle minute band, nel senso che sono un simulacro piccolo piccolo degli originali, come i piccoli duomi di Milano che vendono nelle baracchine, utili al più come arma contundente anti-premier. E i locali che le chiamano a suonare dovrebbero chiamarli mortali, non locali, perché premiano le copie e fanno morire chi vuole suonare per davvero.

Ma lasciamo le tribute band e il loro pubblico nostaligco nel loro brodo di ieri l’altro. Torniamo invece alla nostra storia, ai nostri aspiranti rockers di oggi chiusi nella loro saletta, soffitta, fienile o garage a discutere di come mandare avanti la baracca. Si tratta di un momento cruciale, di un attimo infinitesimale dove le parole pesano come macigni e dietro ogni sguardo si cela il destino ineluttabile di ciascuno dei componenti della banda. Sull’orlo del successo o della rovina.

Molte delle band che proliferano al sole malsano della Pianura Padana vengono da città medio-piccole, o addirittura paesi, non certo paragonabili ad una Los Angeles o a Londra. In queste località i rapporti tra persone rispondono ad una logica antica, di tipo gentilizio-clientelare, nel senso che i legami di reciproca contiguità residenziale se non addirittura di consanguineità (gens) contano più delle capacità, delle aspirazioni, dell’impegno e del talento dei musicisti. Ne deriva perciò che la band nasce come gruppo di amici, se non addirittura di consanguinei (penso ai “vecchi” Slavekill di Corlo).

All’interno della band ci sarà sempre qualcuno che spinge di più e qualcun’altro che è lì perché con quella band può mettersi in mostra con le ragazzine, o perché può rimanere in compagnia e non isolato sui libri di scuola o sul posto di lavoro, affrancandosi dall’etichetta di nerd, che dalle nostre parti, almeno fino a 16-18 anni ti togli di dosso col calcio o con la musica. La posizione di alcuni elementi (i più alti in grado nella gens di appartenenza) sarà perciò intoccabile. Essi avranno perciò un posto sempre assicurato nella band anche se a cantano come un maiale sgozzato o suonano la chitarra come un Mr. Tambourine parrocchiale alle prime armi con un bel “Camminerò”…

Dalla piccola città di provincia bisognerà perciò andarsene, prima o poi. Andarsene o morire soffocati, non c’è alternativa. Poi, tranquilli, ci sarà sempre tempo per tornare. Bisognerà spiccare il volo e misurarsi con qualcosa di più grande. Lo dice anche Lou Reed nella sua Small Town:

There is only one good thing about small town
there is only one good use for a small town
there is only one good thing about small town
you know that you want to get out

When you’re growing up in a small town
you know you’ll grow down in a small town
there is only one good use for a small town

You hate it and you’ll know you have to leave.

Al momento di spiccare il volo perciò, non tutti sono dotati di ali. Alcuni metteranno lo scoglio di una vita normale, giustificandosi nei modi più disparati: “mio padre è contrario”, “devo lavorare”, “non ho soldi”, “devo finire l’università” o “mi sposo fra un mese” di fronte all’impeto del sogno altrui. Chiunque abbia vissuto quel momento sa. E se l’ha già vissuto e ci ripensa, infondo, l’ha sempre saputo, anche prima di arrivare alla resa dei conti che quello sarebbe andato avanti a misurarsi nell’ignoto e quell’altro sarebbe rimasto lì a contemplare lo stranoto, perdendo così ogni senso reale della misura. Già dalle prime battute si sapeva chi avrebbe un giorno lasciato il nido per migrare, e chi invece sarebbe rimasto a presidio di quel tiepido e rassicurante riparo. Il rischio di questa fase è notevole e molto dipende da chi morde il freno per spiccare il volo, da chi traina il gruppo. Se le sue ali sono ben piumate, simmetriche e forti, allora potrete stare sicuri che il volo sarà alto e maestoso come quello di un cigno (giusto per citare i Queen, quelli veri); ma se quelle ali sono ali di Icaro allora sarà la rovina.

Il volo più bello lo hanno fatto quelle band che dell’unità hanno fatto il loro punto di forza. Quelle che all’orgoglio e alla forza dei singoli hanno saputo sostituire il reciproco rispetto del ruolo di tutti, la profonda conoscenza e la voglia di rialzarsi assieme dopo ogni sconfitta.

Brian Jones, degli Stones, morto nel 1969

Pensate ai Doors e ai Nirvana, con le rispettive morti di Jim e Kurt, morirono anche le band che alla loro ombra erano nate e cresciute. Troppo disequilibrio tra il singolo e il gruppo. Invece gli Stones, gli ACDC, i Metallica seppero reagire ad eventi tragici come le scomparse di Brian Jones, Bon Scott e Cliff Burton, seppero ritrovarsi pur di fronte ad una fatale perdita.

Crescere, migrare, misurarsi con qualcosa di grande, senza dimenticare la puzza della strada. Come il Noodle di C’era una volta in America, come i Clash che Bob Gruen, il loro fotografo, racconta dopo il live allo Shea Stadium di New York “Visitors backstage included David Bowie and Andy Warhol, but The Clash never forgot their fans. […] Where as most bands never let their audienc backstage, The Clash welcomed they in their dressing room after the show […]. They didn’t want ot be so big that they couldn’t reach the people”.

Alla fine di questo flusso di pensieri, di ricordi e proiezioni penso che i Clash avevano capito tutto, come Vittorio Arrigoni.

Bisogna rimanere umani, a prescindere da quanto si è grandi.

 

P.S. Questa puntata di It’s a long way to the top, la dedico alla grande Amy. Se la porta via a 27 anni dalla sua casa di Londra un cocktail preso contro la sua solitudine, contro il suo male. Se avesse cantato in una band, una vera band, forse l’essere arrivata lassù, sulla cima più alta, non l’avrebbe fatta sentire così sola.

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3 risposte a “It’s a long way to the top…Sull’orlo del successo (o della rovina)

  1. Sorrido leggendo questo articolo.
    Sorrido perchè nel 1965 anch’io formai con altri sei amici miei un complesso, cercando di emulare gli allora famosissimi Beatles e Rolling.
    In quel periodo i gruppi musicali nascevano come sardine e c’era pure tantissimo spazio per suonare in pubblico. Anche noi ricordo si discuteva di fare brani nostri per cercare di uscire dall’anonimato ma pochi riuscirono a “spiccare il volo”, anche per il motivo che si dice nell’articolo;
    la grande città dava opportunità diverse rispetto al paese in cui eravamo nati.
    E’ stata comunque un’esperienza di vita eccezionale; si impara a convivere da subito confrontandosi con altri gruppi piuttosto che all’interno del tuo gruppo stesso.
    E’ stato comunque un successo personale.

  2. Ciao…ho letto con interesse il tuo aricolo… qualche mese fa, con degli amici, abbiamo pensato di dedicare una serata al compianto Freddie in occasione del ventennale della morte. Una bella esperienza, ma doveva finire lì. Invece abbiamo deciso, vista la buona riuscita della serata, di proporre altre serate. Non amo neanch’io le tribute-band (amo però i Queen…) ed ecco però che mi ci sono trovato dentro. E’ il mio sogno pubblicare qualcosa di inedito, ma, tutti nella band, abbiamo lavoro e famiglia…ed il tempo è poco…a questo punto ben vengano le cover…
    Ti dirò di più i tre zeri ai compensi ce li sognamo noi….anzi….quello che prendiamo, solitamente, serve a malapena a coprire le spese, ma va bene così: noi lo facciamo per puro divertimento e passione. Poi magari chissà….i sogni si possono sempre realizzare…. byeeee

    • Nulla di personale, beppe. Fai bene a suonare in saletta e dove vi chiamano. Ci vorrebbe anche un po’ di coraggio ed esprimere magari gl stessi sentimenti che Freddie voleva esprimere, ma con parole e musica propria. Forse è per questo che molte tribute sembrano piuttosto finte rispetto alle band originali

      Good luck!

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