“Se leggera ti farai”: storia del Movimento Pro-Ana

“Permettimi di presentarmi. Il mio nome, o quello datomi dai cosiddetti “medici”, è Anoressia. “Anoressia Nervosa” è il mio nome per esteso, ma tu puoi chiamarmi Ana. Possiamo diventare auspicabilmente grandi socie.”
Inizia così la lettera spedita nientemeno che da Anoressia, per gli amici “Ana”, inviata a tutte quelle ragazze disperate che in lei hanno trovato la soluzione a tutti i problemi, la via d’uscita e la morte. Questa lettera è stata pubblicata su migliaia di pagine web, affinchè tutti potessero conoscere e farsi persuadere da quella che è un’inquietante personificazione della patologia.
Da pochi anni a questa parte nasce sul web il Movimento Pro-Ana: migliaia e migliaia di ragazze che si aggregano in forum, blog e community per condividere la loro esperienza e la loro vita con Ana (della quale si parla sempre come fosse una persona illuminata, quasi una divinità), spazi nei quali dispensare dubbi consigli sulla perfetta alimentazione e nei quali ci si sorregge e sprona a vicenda per abbracciare completamente la malattia, da molti chiamata “filosofia di vita”.
Pagina dopo pagina, blog dopo blog, ho cercato di capire come fosse possibile l’esistenza di simili volontà e consapevolezze disarmanti dell’andare incontro alla morte.
“Vi prego, aiutatemi: come si diventa anoressiche?”,
“Non fidarti di nessuno, fidati solo di lei che ti è vicina, solo lei dice la verità, affidati completamente a lei, fai come ti dice, non opporti, ti farà stare bene!”
E commenti su commenti, incoraggiamenti, saluti affettuosi da tante altre “Piccole Ana”. La maggior parte di queste ragazze ha meno di quindici anni. E’ scioccante vedere ogni pagina decorata da tantissime fotografie di modelle anoressiche, corpi nudi rinsecchiti, croci rosse su un piatto di pasta, addirittura il disegno di una piramide alimentare che alla base ha l’acqua, poi le pillole dimagranti, poi caffè e sigarette e per ultimo, in cima, il cibo (con di fianco scritto “se proprio è necessario”).
Urla disperate, post scritti freneticamente dove si possono leggere le lacrime, le unghie affondate nella pelle, la disperazione di quando si ha tradito Ana, abbuffandosi davanti al frigo aperto. Ma niente paura, perché in questi casi non c’è solo Ana ad accompagnarle e a sgridarle: ha un’amica altrettanto severa e completamente disposta a correggere i loro errori:
“[…]Qualcuno mi conosce come “Bulimia Nervosa”, ma visto che saremo presto intime, potrai semplicemente chiamarmi Mia. Questo è il nome con cui le mie migliori amiche mi chiamano. Le mie amiche leali. Col tempo, anche tu diventerai una mia amica leale. A volte potrai sentirti schiavizzata, ma poi penserai a tutto quello che faccio per te, e ti ricorderai che sono la tua unica vera amica.”
Ed è così che ci sono anche tante piccole Mia, che narrano nei dettagli le loro giornate vissute tra la cucina e il gabinetto, tra la furia dell’abbuffarsi senza assaporare nulla di quanto trangugiato e il dolore seguito dall’immediato sollievo di quando si ha vomitato, a volte per ore.
“Voglio essere felice.. peccato che la mia felicità è legata al mio corpo che è legato al mio peso che è legato alla mia mente.. è tutto un cerchio che si ripete all’infinito.. non smetterà mai.. non finirà mai..”
La cosa peggiore di tutte sono i commenti. E non quelli delle ragazze che si complimentano con l’autrice di tale post perché in un giorno ha ingerito solamente 250 calorie, ma quelli di anonimi che insistono con il sottolineare la pazzia e a ridere, ironizzando quanto siano intelligenti a mangiare così poco o addirittura consigliando vivamente di andare al manicomio. Ci sono anche quelli che provano a spiegare con pazienza la gravità della situazione, provando ad esporre tutti i rischi, cercando di mettere queste ragazze davanti alla razionalità.
Ma la razionalità, con Ana e Mia, non esiste. Esiste solo la profondità dello specchio dalla quale queste ragazze si sono lasciate inglobare, ritenendo la loro vita senza via di fuga. I nomi dei blog sono più che eloquenti: “La mia gabbia dorata”, “Se leggera ti farai”, “Pro Ana per sempre”.
Ed i consigli che si scambiano tra di loro sono a dir poco agghiaccianti: dal mettersi nude davanti allo specchio quando si ha fame al bere litri e litri di acqua ghiacciata, dal fare quattro ore di palestra al giorno fino a contare e ricontare sistematicamente ogni singola caloria.
Queste ragazze sembrano alla ricerca del nulla. Alcune scrivono esplicitamente che tutto il loro amore per Ana e Mia deriva dal fatto che solo rifugiandosi tra le loro braccia sono state capaci di dimenticare i problemi e a nasconderli sotto al tappeto. Si sono rifiutate di affrontare la realtà, nascondendosi dietro le scritte “WANT TO BE LIKE HER” di fianco a foto di ragazze magrissime, si sono convinte che solo seguendo agghiaccianti regole si potrà raggiungere la perfezione e la felicità.
“Essere magri è più importante che essere sani;”
“ Non puoi mangiare senza sentirti colpevole;“
“Non sarai mai troppo magra;”
“Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.”

Nel 2003, il Dr. Agostino Giovannini è il primo scopritore del fenomeno Pro-Anoressia in Italia: rendendosi conto di quanto sia diffuso tra i giovani, dà inizio alla ricerca di materiale che nel 2005 si concretizza in una pubblicazione della sua indagine scientifica, che raccoglie testimonianze, articoli e studi contro la malattia. Ad oggi amministra un blog (http://proanorexiaresearch.splinder.com/) nel quale riunisce e pubblica tutto il materiale trovato, al fine di informare e soprattutto aiutare a combattere questo terribile fenomeno.
In vari paesi, dopo aver scoperto la natura di questi siti, si è giunti all’oscuramento e alla semplice censura del blog pubblici, con il risultato che i ragazzi hanno continuato a creare forum e altre pagine in silenzio, spazi introvabili sui motori di ricerca e raggiungibili solo attraverso invisibili passaparola e richieste private di accesso.
In Italia, tutt’ora, i siti non sono né illegali (come in Francia, dove si rischia il carcere fino a due anni e multe fino a 30mila euro se si pubblicano informazioni su come rifiutarsi di mangiare) né censurati (la Spagna ha ottenuto dalla Microsoft l’oscurazione di tutti i blog Pro-Ana e Pro-Mia).
Da noi si sono piuttosto sviluppati siti internet che combattono il fenomeno, dove dietologi e psicologi si sono messi a disposizione per aiutare tutte le ragazze che, chiuse nella solitudine della loro stanza, hanno trovato in internet l’unico contatto con il mondo esterno.
A nulla servirebbe censurarli: sarebbe solamente un nascondere il problema, sarebbe un vero e proprio insulto a tutte le grida di aiuto che vengono lanciate attraverso le scritte cubitali e le pagine colorate: perché altro non sono che una richiesta di comprensione, un voler risalire dal fondo nero e umido nel quale si sono rifugiate.
Quello che possiamo fare, come minimo, è non ignorarle.

Valentina Camac

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4 risposte a ““Se leggera ti farai”: storia del Movimento Pro-Ana

  1. è qualcosa di surreale… e pensare che ci sono migliaia di altre situazioni a questo mondo che a noi appaiono agghiaccianti, allucinanti, simili a incubi..e che invece non vanno via con la luce, sono presenti in ogni momento nella vita di persone distrutte. ho paura

  2. Quando li avevo io 15 anni (13 anni fa) l’anoressia e la bulimia erano prassi diffuse, sempre più diffuse. Era il boom delle “malattie alimentari”. Era evidente che la doxa aveva fame di questo fenomeno.
    Si disquisiva di un concatenarsi confuso di cause sociali (legate al desiderio/obbligo di aderire ai modelli estetici del tempo – per intenderci, ad esempio, Kate Moss by Calvin Klein) e cause individuali (per lo più traumi psicologici relativi al rapporto con la madre).
    Questo problema, individuale o collettivo che sia, mi ha sempre fatto pensare ad un conflitto di potere, in cui ognuno combatte in sè e per sè.
    Caso vuole, la diffusione delle malattie alimentari è esplosa negli anni immediatamente successivi all’affermazione della cultura grunge e in concomitanza con la contestazione espressa dal “Popolo di Seattle”: i più recenti movimenti di protesta delle giovani generazioni, che denunciavano e rifiutavano l’ipocrisia piccolo borghese dei loro “genitori”, all’interno del sistema capitalista e liberista occidentale.
    A fronte di un “nemico” che si espande, nello spazio e nel tempo, ed accumula e gode (anche in termini di status) degli oggetti e dei traguardi che ha accumulato, cosa si può fare, se non opporre un ineluttabile rifiuto interiore e lo scherno silenzioso per la brama, il bisogno, necessariamente sotteso ad un processo di crescita?
    Come dire: non ho bisogno di crescere e soprattutto non ho bisogno di te, dei tuoi soldi, del tuo cibo. Sgomitare, sbavare, darsi un tono, per niente e per nessuno. Non mangio, non faccio sesso, non voglio figli, non mi serve a niente mostrarmi, viaggiare, raccontare. Tolgo tutto.
    Ecco, il problema è che i valori contro cui si combatte sono piantati dentro di noi, soprattutto per quanto riguarda le femmine. E l’aspirazione ad affermare qualcosa di nuovo e vero, rischia continuamente di degenerare in una malattia “autoimmune”.
    Autodistruzione. Con l’intelletto fai fuori tutto, e fai fuori anche te.

  3. Non ci sono parole per descrivere le mie impressioni e riflessioni dopo aver letto quest’articolo, che mi ha messo di fronte a un fenomeno che non credevo a questi agghiaccianti livelli.
    Ciò che ho pensato sempre più spesso proseguendo la lettura dell’articolo è stato: “Come ha fatto, come ha fatto a scriverlo? Vuol dire che quei siti li ha letti, che quelle foto le ha viste. Io non ce la farei mai. Sarebbe troppo. Eppure se non l’avesse fatto io, ora, non saprei di questa realtà. Grazie.”.

  4. I cattivi modelli che vengono trasmessi in tv hanno causato questo, modelle, attrici, cantanti, ecc, vallo poi a spiegare ad una ragazzina che quello che vedono non è la realtà
    Ciao

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