La clessidra, l’amore e la bomba atomica

Tim è alla ricerca della Principessa, rapita da un mostro orribile e malvagio. Questo è successo perché Tim ha commesso un errore.  Più di uno anzi., Ha commesso molti errori durante il tempo che hanno trascorso insieme, tanti anni fa. I ricordi sono offuscati, sostituiti da altri ricordi, ma un’immagine gli è rimasta impressa nella memoria: la Principessa che gli girava bruscamente le spalle, la sua treccia che lo sferzava con disprezzo. Lei ci aveva provato, ad essere indulgente, ma chi può dimenticare una bugia colpevole, una pugnalata alla schiena? Certi errori cambiano irreversibilmente una relazione, anche se chi ha sbagliato ha imparato dal suo errore e non lo rifarebbe mai. Lo sguardo della Principessa si incupì. E lei divenne più distante.

Il nostro mondo, basato su rapporti di causa ed effetto, ci ha insegnato ad essere avari di perdono, perché perdonare ci espone al rischio di soffrire. Ma se abbiamo imparato dai nostri errori, se ci hanno fatti diventare migliori, non dovremmo essere premiati per questo, piuttosto che puniti?Ma se il mondo funzionasse in maniera diversa, potremmo dirle: “Non intendevo dire quello che ho detto” e lei risponderebbe: “Non importa, capisco” e non se ne andrebbe via. E la vita proseguirebbe come se davvero quella cosa non fosse mai stata detta. L’esperienza ci renderebbe comunque più saggi, ma non dovremmo più soffrire per i nostri errori.

Tim e la Principessa passeggiano nel giardino del castello. Ridono insieme, inventando nomi per gli uccelli colorati. Gli errori dell’uno sono nascosti all’altro, al sicuro tra le pieghe del tempo.-

Tanto anno fa, Tim aveva lasciato la Principessa. L’aveva baciata sul collo, aveva preso la borsa da viaggio e se n’era andato. In parte, rimpiange di averlo fatto. Ora si è rimesso in viaggio per trovarla, per dimostrarle quanto sia stato triste andar via, ma anche per dirle quanto sia stato bello. Per molto tempo, aveva pensato che la loro fosse una relazione perfetta. Lui, ferocemente protettivo, correggeva i suoi errori prima che influissero su di lei. Lei, a sua volta, tenendo a freno i propri errori lo compiaceva in tutto. Ma crogiolarsi nel conforto dell’amicizia può avere gravi ripercussioni. Per renderti perfettamente felice, lei deve capirti perfettamente. E cosi non puoi sottrarti alle sue aspettative, o alla sua influenza. La sua benevolenza ti ha circoscritto e la tua vita non uscirà mai dalla mappa che lei ha tracciato. Tim non voleva essere manipolabile. Voleva una speranza di trascendenza. Aveva bisogno, a volte, di essere immune al tocco amorevole della Principessa. In lontananza, Tim vide un castello dove gli stendardi garriscono anche quando il vento si è spento, e il pane in cucina è sempre caldo. Un posto un po’ magico.

A pranzo dai genitori, un giorno di festa, a Tim sembrò di essere tornato indietro nel tempo a quando viveva sotto il loro tetto, oppresso dall’ostinazione con la quale i suoi si aggrappavano a valori per lui privi di senso. Sporcare di sugo la tovaglia bastava a scatenare un battibecco, a quei tempi. Cercando sollievo nella brezza fresca, Tim si avviò verso l’università che aveva frequentato dopo aver lasciato la casa dei suoi. Via via che si allontanava da quell’ambiente soffocante, sentiva gli imbarazzi dell’infanzia dissolversi nel passato. Ma riviveva ora tutte le insicurezze dei giorni dell’università, tutto il panico del barcamenarsi nelle relazioni sociali. Tim accolse con sollievo la fine della visita: nel presente, seduto nella sua casa e immerso nelle contraddizioni, si scoprì molto migliorato rispetto al passato. Giorno dopo giorno, migliorandosi, si avvicina sempre di più alla Principessa. Se lei esiste – e deve esistere! – trasformerà lui, e tutti gli altri.

Durante il viaggio sentì che ogni luogo evocava un’emozione, e ogni emozione un ricordo: un tempo e un luogo. Non poteva allora accadergli di incontrare la Principessa quella sera stessa, semplicemente vagando e ascoltando le proprie sensazioni? Una pista di sentimenti, di timore e ispirazione, avrebbe potuto condurlo a quel castello: in futuro, stretto nel suo abbraccio, il suo eccitante profumo crea un momento cosi intenso da riportarlo al passato. Il mattino dopo Tim uscì subito di casa, diretto verso qualunque cosa il giorno gli riservasse. Sentiva qualcosa di simile all’ottimismo.

Lei non aveva mai del tutto compreso i suoi impulsi, quell’intensità che, col tempo, aveva cesellato rughe sul suo viso. Non gli era mai abbastanza vicina, ma lui la stringeva come se lo fosse, bisbigliandole all’orecchio parole che solo un’anima gemella dovrebbe ascoltare. Terminata la cena, entrambi compresero che il momento era arrivato. Lui avrebbe detto: “Devo trovare la Principessa”, ma non ce ne fu bisogno. Con un ultimo bacio, si mise in spalla la sacca da viaggio e se ne andò. Per tutte le notti che seguirono, lei continuò ad amarlo come se fosse rimasto lì a confortarla e a proteggerla, e al diavolo la Principessa.

Forse, in un mondo perfetto, l’anello sarebbe un simbolo di felicità. È un segno di eterna devozione: anche se non troverà mai la Principessa, lui continuerà a cercarla. Continuerà ad indossare l’anello. Ma l’anello afferma la propria presenza. La luce che emana è come un avvertimento. Tiene lontane le persone. Sospetto, diffidenza. Le interazioni cessano prima ancora che Tim apra bocca. Col tempo impara a trattare gli altri con prudenza. Imita il loro incedere esitante, aprendosi con delicatezza un sentieri attraverso le loro difese. Ma è stancante, e funziona solo in parte. Non gli procura ciò che gli serve. Tim comincia a nascondere l’anello in tasca. Ma non lo sopporta: se restasse nascosta troppo tempo, quella parte di lui potrebbe soffocare.

Seduti a un caffè all’aperto, in una piazza luminosa, i clienti si rilassano al sole, godendosi le bibite fresche. Ma non Tim: lui nota a malapena il sole, non sente il sapore del caffè. Da quest’angolo abbraccia con lo sguardo la città, e nel vacillare dei passanti, nell’arco tracciato dalla mano di una commessa mentre mostra una confezione di tè a un cliente, Tim spera di trovare indizi. Quella sera, al cinema, avventure fittizie scorrono implausibili sullo schermo. Il pubblico è vario. Alcuni sono clienti del caffè, che ora siedono felici nelle poltrone di velluto, ansiosi di assaporare qualcosa di nuovo per distrarsi dalla noia delle loro facili esistenze. Altri sono pescatori e agricoltori, che sperano di dimenticare la fatica e riposarsi le mani. Anche Tim è qui, ma studia il rossetto sulle labbra dell’attrice, calcola l’angolo del pennacchio di fumo di un elicottero caduto in lontananza … Gli pare di cogliere un messaggio: quando il cinema chiude e la maggior parte degli spettatori si dirige a sud, verso la piazza, Tim va a nord.

Quelli come Tim sembrano vivere controcorrente. Flusso e riflusso, correnti che si scontrano.

Più di ogni altra cosa, Tim vuole trovare la Principessa. Conoscerla, finalmente. Sarebbe importante, per Tim, come una luce abbagliante che abbraccia il mondo rivelando segreti a lungo tenuti nascosti, che illumina – o materializza! – un palazzo dove vivere finalmente in pace. Ma come reagirebbero gli altri abitanti della città, di questo mondo che scorre al contrario? All’inizio la luce sarebbe calda e intensa, ma poi svanirebbe, portando con sé il castello; sarebbe come dar fuoco al luogo che abbiamo sempre chiamato casa, dove giocavamo con tanta innocenza da bambini. Distruggendo per sempre ogni speranza di sicurezza.

Il ragazzo gridò alla ragazza di seguirlo, e la prese per mano. Lui l’avrebbe protetta; sarebbero fuggiti da questo opprimente castello, vincendo le perfide creature fatte di fumo e dubbi, per vivere insieme, finalmente liberi. Il ragazzo voleva proteggere la ragazza, la teneva per mano, o le poggiava un braccio sulle spalle mentre camminavano, per farla sentire protetta e vicina a lui tra la folla impersonale di Manhattan. Svoltarono e si diressero verso la stazione della metropolitana in Canal St., mentre lui si faceva strada tra la calca. Il braccio di lui gravava sulle sue spalle, un senso di costrizione intorno al collo. “Mi opprimi con il tuo ridicolo bisogno” disse lei. O forse: “Stai andando nella direzione sbagliata, e mi trascini con te.” In un altro tempo, un altro luogo, lei disse: “Smettila di strattonarmi, mi fai male!”

Lui si mise al lavoro con riga e compasso. Ragionò. Dedusse. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Stava cercando la Principessa e non si sarebbe fermato finché non l’avesse trovata, perché ardeva di bramosia. Sezionò dei ratti per esaminarne il cervello, impiantò fili di tungsteno nei teschi di scimmie assetate. Lei era di fronte a lui, spettrale, e lo guardava negli occhi. “Sono qui,” disse. “Sono qui. Voglio toccarti. Guardami!” implorò. Ma lui non la vedeva. Sapeva guardare soltanto l’esterno delle cose. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Attraverso questi indizi avrebbe trovato la Principessa, visto il suo viso. Dopo un’intensa notte di lavoro, si inginocchiò dietro un bunker nel deserto; si protesse gli occhi con un vetrino da saldatore e attese.

In quel momento calò l’eternità. Il tempo si fermò. Lo spazio si contrasse in un punto grande quanto una capocchia di spillo. Fu come se la terra si fosse aperta e il cielo si fosse squarciato. I presenti si sentivano dei privilegiati, come se stessero per assistere alla Nascita del Mondo[1]

Qualcuno vicino a lui disse: “Ha funzionato.”

Qualcun altro disse: “Ora siamo tutti figli di puttana.”[2]

Lei era in piedi, alta e maestosa. Era furiosa. Urlò: “Chi è stato a disturbarmi?”. Ma poi, passata la rabbia, sentì la tristezza che giaceva sotto; lasciò il suo respiro cadere gentilmente, come in un sospiro, come ceneri che fluttuano con delicatezza nel vento. Non riusciva a capire perché lui avesse deciso di scherzare con la morte del mondo.

Il negozio di dolciumi. Al di là di quella vetrina c’era tutto ciò che lui desiderava. Il negozio era decorato con colori brillanti, e gli aromi che ne provenivano lo facevano impazzire. Cercò di correre verso la porta, o almeno di avvicinarsi al vetro, ma non poteva. Lei lo tratteneva con una forza immensa. Ma perché lo tratteneva? E come poteva lui liberarsi dalla sua presa? Pensò di ricorrere alla violenza. Erano già stati li durante una delle loro passeggiate giornaliere. Lei non badava ai suoi strilli, il dolore che le causava tirandole la treccia per farla fermare. Era troppo piccolo per capire come comportarsi. Lei lo prese in braccio e lo strinse a sé: “No, piccino,” disse. Lui tremava. Lei seguì il suo sguardo, vide le leccornie adagiate sui cuscini dietro il vetro: la tavoletta di cioccolato e il monopolio magnetico, l’universo computazione e il calcolo etico, e tante altre cose ancora, all’interno. “Forse quando sarai grande, piccino, “ bisbigliò lei, posandolo a terra e avviandosi verso casa, “Quando sarai più grande, forse”. Dopo quel giorno, continuarono a passare di fronte al negozio di dolciumi, ogni giorno, come sempre.

Lui mentirebbe se dicesse di aver capito. Anzi, forse non è mai stato confuso come ora. Ma tutti questi momenti che ha contemplato … è successo qualcosa. Nella sua mente quei momenti sono solidi e pesanti, come pietre. Si inginocchia, tenendo la mano verso la più vicina. Accarezzandola la scopre liscia e fresca. Soppesa la pietra; si accorge che può sollevarla, che può sollevarle tutte. Può usarle per creare delle fondamenta, un argine, un castello. Per costruire un castello di dimensioni appropriate gli serviranno tantissime pietre. Ma quelle che ha possono bastare, per il momento.

sito ufficiale: http://www.braid-game.com/


[1] citazione di Robert Jay Lifton tratta dal suo libro The Broken Connection, dove descrive proprio l’esplosione della prima bomba atomica.

[2] Citazione questa volta di Kenneth Tompkins Bainbridge, fisico che ha partecipato al progetto Manhattana (il progetto che si è occupato della costruzione della bomba atomica) che commenta (rispondendo a Robert Oppenheimer) l’esposione della bomba atomica di prova, il “Trinity test”. Questo test è stato svolto nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico

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