Agitare prima dell’uso (un’ironia di Francesco Cinti)

L’arma di distruzione di massa più sottovalutata al mondo è il dopobarba. Fate entrare un tamarro cosparso di playboy ad una festa universitaria e sgombererà la sala più velocemente di una raffica di Thompson. L’unico motivo per cui vietano il trasporto di liquidi sugli aerei è che, ad alta quota ed in uno spazio di manovra di qualche centimetro, nessuno vuole come compagno di fila uno sfigato intriso di sandalo. Il dopobarba è in grado di decidere le sorti delle vostre rimorchiate, manipola l’esito di un colloquio di lavoro e determina la distanza radiale minima che i passeggeri mantengono a bordo dei mezzi pubblici. Provateci anche voi: se l’autobus del mattino è inagibile, cospargetevi di Penhaligon’s e otterrete un simpatico effetto “emarginato della classe”, come quando versate qualche goccia d’acqua in un mare d’olio: avrete guadagnato comodi metri di spazio vitale altrimenti ottenibili solo mediante metodi poco buddisti quali sfollagente e tirapugni. Il successo – e l’infamia – della suddetta arma è dovuta ad una inevitabilità della nostra specie: volenti o nolenti, siamo costretti a confrontarci con l’odore del nostro vicino. Parafrasando Suskind, potrete anche tapparvi le orecchie e cucirvi gli occhi, ma non potrete fare a meno di respirare. A chi propone di usare la bocca, replico che i recettori olfattivi sono attivi anche in quel caso, mentre mi arrendo di fronte al coraggio di chi è pronto a bucarsi le narici con chilometri di strisce di coca pur di non dover sorbirsi più il profumo della propria suocera. Il nome stesso del dopobarba suggerisce le modalità d’uso: prima passi col trilama – quadrilama per i più sofisticati – quindi te ne spargi una dose abbondante su entrambe le mani e cospargi violentemente picchiettando sulle guance come se stessi impastando la pizza. Andando oltre ogni semplice consuetudine sociale, questa gestualità è necessaria al fine di lenire gli effetti devastanti dell’alcool etilico sui brufoli decapitati e sui tagli che spesso si praticano in modo maldestro nel sottomento e in corrispondenza delle pieghe laterali del collo. Il problema è che, data la facilità d’uso e la mancanza di un tappo “a prova di bambino”, il dopobarba finisce spesso nelle mani incaute di chi 1. La barba se la sogna di notte, e 2. È solito misurare ancora nel sistema medievale delle once piuttosto che in uno leggermente più razionale delle “poche gocce per palmo di mano”. È questo il motivo principale per cui il dopobarba diventa il peggior biglietto da visita di certi soggetti, e il suo miasma pestilenziale si insinua irrimediabilmente nella corteccia dei nostri ricordi. In un momento di sana conversazione familiare ho stilato la mia personale lista di “incontri ravvicinati del terzo naso”: vedete di offendervi poco se ci ritrovate il vostro dopobarba preferito.

Per l’uomo che deve chiedere poco (o niente).

Ogni volta che rievoco l’immagine di mio nonno, non posso tralasciare alcuni particolari: la cura maniacale per i capelli, la pelle rugosa e pelosina delle guance che ti gratta come la buccia di un kiwi, il suo arsenale di giacche distinte ed eleganti e il retrogusto di nazionale esportazioni nascosto nei suoi vigorosi abbracci. Ma la presenza di nonno nella stanza era percepibile a partire dal suo dopobarba. A detta della nonna, non si è mai separato dal suo prediletto Denim, una fragranza talmente maschile che ad una prima sniffata di afferra per il collo e ti appende per il muro, mentre la seconda sa di una minaccia mano armata. Quel dopobarba gli attribuiva una personalità autorevole e precisa, e in vecchiaia anche una certa severità, che in realtà tradivano il suo animo bonario e generoso. Dopo la sua morte, nonna non ha osato violare il suo piccolo santuario, ma curiosando nell’armadietto del bagno ho trovato una boccetta piena ancora per metà. Ai suoi piedi era deposta la spazzola per spargere la schiuma, un coltello a mano libera e una piccola striscia di cuoio per rifarne il filo: a distanza di anni, ogni cosa è ancora cosparsa di Denim, come a voler trasmettere anche ai posteri il ricordo vivido di un uomo di fatica, che poco aveva da chiedere alla vita se non un po’ di riposo.

Il profumo della natura.

A mio modesto parere, il più grande flop commerciale nel mondo dei dopobarba è rappresentato dal Pino Silvestre. Chiunque prima o poi ha dovuto affrontare l’esistenza di questo oltraggio al mondo delle fragranze naturali, e la colpa è sempre e solo del Natale. Perché c’è sempre qualche parente, preferibilmente sulla sessantina abbondante, che in un momento di follia decide di regalare al proprio sventurato nipote il primo set per la rasatura – anche se magari sono già diversi anni che triboliamo sui nostri primi peli. E siccome l’unico riferimento maschile è un altro parente la cui età mista può solo superare quella di chi sta scegliendo il regalo, la scelta verte inesorabilmente su Pino Silvestre. E’ incredibile, ma sembra che la maggior parte della popolazione italiana maschile, oltrepassata l’età del pensionamento, si volga inevitabilmente verso Pino Silvestre come futuro dopobarba, il che rende inevitabile l’associazione Pino Silvestre e odore di anziano. Pino Silvestre non possiede fragranze, sottotoni e retrogusti: il suo odore è paragonabile ad un unico tronco di dimensioni epiche scagliato da un lanciatore di tronchi scozzese e brutalmente in rotta di collisione con il vostro setto nasale. Nel mondo dei profumi corrisponde alla potenza di cinquanta arbre magique appesi allo specchietto retrovisore. La boccetta è un insulto al design naturalistico, e si erge in una unione di concept diversi: in primis sembra una granata, ad una seconda occhiata un dildo e solo dopo un’analisi approfondita notiamo la somiglianza con una pigna. Il mio sfortunato incontro con Pino Silvestre è avvenuto in un periodo in cui il modo in cui mi vestivo era determinato dai criteri probabilistici di una slot machine. Al pranzo di capodanno mi presentai con scarpe nere, pantaloni marroni, maglione verde e Pino Silvestre sparso abbondantemente sulla cute. Praticamente ero un sempreverde ambulante. Concepito l’errore strategico alla base dell’insuccesso di tale abbinamento, seppellii Pino Silvestre in fondo all’armadio dei profumi nella speranza di non dovermi ricredere una volta superati i sessanta. A distanza di anni una sola cosa mi risulta oscura: il motivo intrinseco della scritta Vapo Naturel ai piedi dell’etichetta.

Pink “Floid”, live from the 40s

Un giorno mio padre salta fuori con: “Lo sai che sta uscendo di produzione il FLOID?”. Pensando si riferisse ad un altro disco della sua gioventù psichedelica, non ho opposto resistenza all’acquisto di uno degli ultimi esemplari, ma quando ho scoperto la verità era troppo tardi. Per chi non fosse al corrente della cosa, il FLOID è un temibile dopobarba il cui uso era largamente consentito dalla NATO negli anni ’40 come misura preventiva globale contro una possibile invasione sovietica. In sessant’anni il suo design è rimasto immutato, presentandosi tutt’oggi come una bottiglia trasparente cilindrica munita o meno di una pompetta in tessuto sulla sommità. Il FLOID si presenta in diverse varianti, ma cercando su internet non sono riuscito a ricavarne il numero preciso. La più celebre è sicuramente quella vanigliato – gialla, alla quale segue una fresco – blu ed una non ben definita versione rossa. L’etichetta, che da sola ricopre il 90% della superficie utile del recipiente, raffigura un uomo seduto sulla sedia da barbiere, i capelli brillantinati, lo sguardo felice e gli occhi a pallini tipici dei grafici anni ’40. Dagli angoli tirati della bocca deduciamo che l’uomo sta patendo le cure del barbiere di fiducia, il quale compare nell’icona nella sola presenza delle sue mani: una regge il flacone di FLOID, l’altra si serra salda sotto la mascella del cliente, nella tipica posizione olio di ricino, bevilo tutto che è un toccasana. L’etichetta recita: FLOID the genuine, e il modo in cui è proposto genuino suona quasi come una minaccia. Il retro riporta gli ingredienti esattamente in questo ordine: alcool, glicerina, paraffina, acqua denaturata, e solo alla fine, profumo. Ma per chi si fosse dimenticato la destinazione d’uso del prodotto, Aftershave campeggia a caratteri cubitali laddove qualche distratto cercherebbe la spoletta per l’attivazione del fumogeno. FLOID è il primo prodotto per la barba a poter essere sparso prima e dopo l’uso: prima del rasoio funge da pretrattamento per convincere i peli a desistere da ogni resistenza, e la brutalità con la quale agisce ricorda irrimediabilmente gli attacchi al napalm contro i vietcong con tanto di Paint it black in sottofondo. Dopo la barba ha il compito di sopprimere ogni sommossa cutanea, irrorando i pori di una quantità immonda di alcool e causando ustioni di svariata gravità che si protraggono nell’ora successiva all’applicazione. Nel sistema educativo spartano, il passaggio all’età adulta era segnato da un inverno in esilio nella foresta, al quale il giovane guerriero era avviato con indosso solamente una tunica di lino e un stuzzicadenti come arma. Doveva sopravvivere con pochi mezzi e molta inventiva, e in caso di ritorno sarebbe stato accettato a pieno fra i suoi pari. Nel sistema educativo casalingo, il passaggio all’età adulta è scandito dal momento in cui tuo padre insegna a raderti (se sei maschio, per le femmine forse è la madre, ma non ne sono certo…). E quella volta non te la dimentichi più, perché al termine della lezione tuo padre ti afferra sotto la mascella, ruota la tua testa verso l’alto e nell’altra mano stringe minaccioso il flacone di FLOID the genuine, alla cui vista tremi come un cinghiale inferocito.

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Una risposta a “Agitare prima dell’uso (un’ironia di Francesco Cinti)

  1. Chapeau! Da donna mi ero sempre, e solo, soffermata sull’universo sessita delle pubblicità dedicate al prodotto perdendo, evidentemente, tutto l’universo di relazioni e reazioni che sottintende.

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