Perchè manifestare soltanto non basta più.

Sono ormai tre anni che il Governo Berlusconi dispone di una maggioranza in Parlamento (inizialmente tra le più solide mai viste). In questo lasso di tempo sono stati presi diversi provvedimenti, come il tentativo di riforma per decreto dell’Università (per altro fermo alla Corte dei Conti per assenza di copertura finanziaria) e gli interventi sulla Pubblica Amministrazione. Altri invece sono stati portati avanti attraverso numerose manovre economiche. Emerge chiaramente a distanza di tre anni l’incapacità di questo Governo di incidere, di fare quelle riforme strutturali che la BCE, l’UE, il FMI suggeriscono quasi quotidianamente e di cui il Paese ha un bisogno impellente. La debolezza di questo esecutivo è manifesta e non si scorgono manovre politiche credibili per formare una nuova maggioranza, all’interno del centro-destra, che abbia la forza di governare.

Ma il problema più grande è che questo esecutivo non è disposto a riconoscere la sua debolezza, o forse non può. Non si dimostra disposto ad accettare aiuti, a recepire le istanze della società civile e delle parti sociali, a fare scelte coraggiose per l’interesse del Paese. Così non potendo governare concentra tutte le sue energie in uno sforzo conservativo ben sintetizzato dal mantra recitato dai fedelissimi come Gasparri: “in una democrazia si governa con il voto degli elettori che noi abbiamo ottenuto, inoltre non siamo mai stati sfiduciati dal Parlamento, quindi andremo avanti”. Così il loro impegno è rivolto nel tenere i ranghi serrati e nell’evitare le defezioni nelle Camere. Il risultato è che questi signori hanno messo sotto scacco Montecitorio e Palazzo Madama che non sono più un vero luogo di confronto, ma uno dei teatri dello scontro tra le forze politiche. Ogni giorno, nei fatti, un gran numero degli articoli della Costituzione non sono rispettati (diritto al lavoro e l’uguaglianza tra i cittadini di fronte alla legge per citarne alcuni).

In questo contesto perde di significato richiamarsi democraticamente alla Costituzione: un documento non rispettato non è una garanzia, ma una dimostrazione della sconfitta dello Stato e della civiltà del nostro Paese (nonché dell’incapacità della società di far valere le sue leggi e la sua storia). Allora chi garantisce i cittadini se nei fatti la legge è “debole”? Nessuno. Infatti chi sta scrivendo la storia in questi giorni non sono soggetti politici che si muovono in un quadro istituzionale fatto di regole condivise, ma sono singoli gruppi di potere che all’interno di un sistema partitocratico modificano il contesto nel quale tutti dobbiamo giocare deregolandolo, e scontrandosi così sulla base dei rapporti di forza.

In questi anni di berlusconismo le piazze si sono riempite più e più volte, ma gli unici esiti favorevoli sono stati la riuscita difesa di quel baluardo di istituzioni e regole minime che ci consente ancora di continuare a chiamarci Stato (con qualche ipocrisia non trascurabile). Ma questo non basta per uscire dalla crisi. Questo basta perché una parte di popolazione possa rimanere in piedi alla fine della bufera.

Per ribaltare la situazione servirebbe un’opposizione capace di raccogliere le istanze dei cittadini facendo una sintesi dei problemi e delle soluzioni disponibili. Un’opposizione che avesse l’autonomia e il coraggio di fare riforme epocali. Un’opposione capace di aprirsi alle migliaia di movimenti sorti in questi anni senza perdere la rotta, e condurre questa sinergia di intenti verso una riscossa sociale, politica ed economica.

Ma questa squadra non si vede. O meglio, si scorgono uomini, donne e movimenti capaci di realizzare questo progetto, ma bloccati da consuetudini di potere, dalla paura di buttarsi in questo gioco rischioso, troppo attenti al peso e alla legittimazione dei poteri forti (che hanno contribuito a portarci dove siamo).

Lo stallo è totale, con l’aggravante di una crisi che picchia come un bufera e che non intende risparmiarci. Possiamo in queste condizioni arrivare al 2013? E se anche dovessimo farcela quali risorse economiche e sociali avremmo per rilanciare il paese? Io non penso sia possibile.

Allora cosa potrebbe portarci fuori dalla palude?

Forse l’unico scatto si produrrebbe se una massa di cittadini bloccasse il paese. Se una movimento spontaneo decidesse di occupare le scuole e le università, di fermare i trasporti, il funzionamento della macchina statale e i luoghi di lavoro per un tempo indeterminato avanzando una sola richesta: il cambio trasversale della classe dirigente e nuove elezioni. Solo una mobilitazione di questo tipo (non di natura violenta), in un contesto governato da rapporti di forza dove le regole della democrazia non sono sempre osservate, potrebbe creare una rottura e un nuovo inizio per il nostro paese.

Altrimenti possiamo sempre continuare a chiedere civilmente le dimissioni del Premier e sperare che una classe dirigente nuova emerga da sola (mettendo da parte quella attuale), sempre che nel frattempo la Cina, la BCE e qualche speculatore non abbiano già comprato il nostro paese togliendoci definitvamente ogni forma anche apparente di sovranità.

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2 risposte a “Perchè manifestare soltanto non basta più.

  1. puntano allo sconforto generale.. credono che sempre più gente dirà che manifestare non conta più niente, che non vogliono perdere soldi dallo stipendio.. sono pienamente daccordo con te, c’è bisogno di uno sciopero intelligente.. iniziamo con l’ abolire totalmente la visione delle ormai inguardabili reti televisive del nostro governo, a non fidarci delle rassicuranti notizie dei telegiornali, a volere di più, a informarci e a informare in maniera libera, senza marci filtri.

  2. Non puntano più allo sconforto generale, al momento cercano solo di rimanere in piedi. Lo sconforto generale viene generato dal fatto che l’opposione di centro-sinistra non sia capace di mettere a disposizione le sue strutture di partito per costruire un’alternativa. Per essere più precisi il Partito Democratico non riesce a cambiare al suo interno in modo tale da rendere possibile questo processo.

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