Grazie infinite, Signor Glenn Gould

A 11 o 12 anni mi sono innamorata perdutamente di Glenn Gould, ed è bastato ascoltare le sue due versioni delle Variazioni Golberg:la prima, quella del 1955-56 incisa a 23 anni, 

e la seconda, quella del 1981-82, anno della sua  morte.

 Poi ho letto i suoi libri, le sue riflessioni, i suoi dialoghi con se stesso (un capitolo dell’Ala del turbine intelligente si chiama proprio Glenn Gould parla con Glenn Gould di Glenn Gould), le pagine di feroce critica musicale, momenti di megalomania, irriverenza o eccentricità esasperata alternati ad altri di spietata autodistruzione e lucidissime autocritiche mai di commiserazione. A Glenn Gould sono state attribuite montagne di citazioni, dicerie, leggende e stravaganze sufficienti a fare di lui un pagliaccio, un fenomeno da baraccone, col cappotto e i guanti in Luglio, sempre seduto sulla sua seggiolina rasoterra, gobbo e con lo sguardo meravigliosamente luminoso, il genio misantropo che a 32 anni decise di non suonare mai più in pubblico e si rifugiò nella sua casa sul Lago Simcoe, in Ontario. Anche tutti questi elementi, la più che mai classica aura di genialità e follia che si portava dietro e che veniva tritata e ritritata nelle sue biografie e nei suoi stessi testi di cui io mi nutrivo e ovviamente la sua (per me) travolgente bellezza, furono anche queste tutte cose che alimentarono il mio amore per lui. Ma sinceramente credo che gran parte degli aneddoti e delle leggende che gravitano intorno alla sua figura e che fanno di lui un puntiglioso misantropo perlopiù odioso e presuntuoso non rendano giustizia alla sua persona. Distinguiamo fra persona e figura! Poteva apparire eccentrico e arrogante ma sono convita che un uomo capace di suonare in questo modo, di fare due versioni così delle Variazioni Goldberg, una all’esordio della sua nascita di pianista e una alla fine della sua vita, due versioni enormemente distanti, simbolo e sintomo di una crescita umana che è molto rara da trovare, insomma un uomo ossessionato dal progresso tecnologico nel campo della registrazione, deciso a trovare la perfetta corrispondenza fra idea e linguaggio non solo per sé ma per il mondo, incidendo e registrando dal 1964 (anno del suo ultimo concerto) fino alla morte (1982) senza tregua la musica che gli risuonava nella testa, che gli impregnava le membra e che sentiva di dover esperire, comunicare, deciso fino al giorno della sua morte a portare avanti, da solo, una missione eroica e umanitaria, ecco un uomo così non penso che meriti di essere definito scontroso, sgradevole, presuntuoso e misantropo. E poi già allora pensai che in confronto a tutti i virtuosi sedicenti demoniaci che pestano i loro strumenti e violentano i testi musicali in nome della tecnica, della brillantezza accecante delle loro vuote letture, ebbene in confronto a questi chiunque sia interprete e non lettore è certamente umano e non disumano nel senso letterale della parola.

Glenn Gould cantava mentre suonava, come Keith Jarrett, ripeteva la melodia, in modo spontaneo, spesso a voce alta e in contrasto con il massimo lirismo e la minuziosa misura dell’ interpretazione, dove ogni nota aveva la sua forma perfetta e ogni minuscola variazione equivaleva per lui ad un uragano che avrebbe potuto spezzare il tronco della più grande quercia del mondo. Si scusava, con sincerità e naturalezza, dicendo che era un riflesso incondizionato, che non poteva farci niente, insomma, se provava a colmare le lacune lasciate dal pianoforte, che rendevano l’idea e l’espressione distanti.

Ho passato anni della mia vita profondamente ossessionata e impressionata da Glenn Gould, ho pianto centinaia di volte ascoltando le Variazioni Golberg suonate da lui, e mi sono sentita come dentro alla pancia di mia madre ascoltando le trascrizioni di Wagner che scrisse per pianoforte 

E anche se oggi il mondo della musica classica è distante da me, quella rimarrà la Musica per me, veramente l’unica  in grado, sempre, in ogni momento della mia vita, indipendentemente dalle mie preferenze momentanee di farmi sentire improvvisamente avulsa da tutto e poi di colpo prepotentemente nella terra, di farmi tornare ad un’infanzia un po’ deformata, di commuovermi e emozionarmi ogni volta con un’intensità incontenibile. Non ho mai rinnegato la gratitudine immensa che nutro nei confronti di Glenn Gould e di chi mi ha reso in grado di sentirlo così come lo sento.

Al mio maestro

 

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