Il professore, la polvere e la memoria

Mentre leggo per la milionesima volta Le Anime Morte, osservo i muratori che stanno terminando l’ albergo qui in Vinohradska. Mi piace la letteratura russa, mi e’ sempre piaciuta perche’ ha tempi cosi statici che permette la riflessione e il respiro rilassato. Allora mentre continuo a leggere, uno dei muratori si ferma e mi dice in un russo stretto:

– Gogol’ ?  Mjortvyje duši?

E io, che per strani percorsi della vita ho sempre rifiutato la lingua russa come ne ho accettato la letteratura, produco un’ espressione ben lontana dalla comprensione che lo fa sorridere. Si siede sulle scale vicino a me e mi indica il libro, poi gli si illumina il volto segnato dalla polvere delle piastrelle che sta posando e mi dice : “Parlez-vous francais?” e io li sorrido perche’ lo capisco e posso rispondergli che si, non solo lo capisco, ma lo parlo quasi come l’ italiano. Lui e’ felice di questa cosa e mi sorride prendendo il libro tra le mani e mi dice: “Io desideravo insegnare Gogol’ per tanti anni in Russia. Quando io insegnavo, esisteva ancora la Cupola e dovevo insegnare quello che loro dicevano. Poi un giorno io ho insegnato Gogol’ ai miei ragazzi, perche’ dovevano crescere e dovevano comprendere cosa si nascondesse al di la’ della Cupola. Non ho piu’ potuto insegnare dopo quel giorno”. Mentre mi racconta quello che il Comunismo gli ha tolto guarda un punto che non esiste nella dimensione spaziale che ho davanti. Capita quando alcune parole fanno partire una mostra cinematografica di ricordi in bianco e nero e tu tenti di non interromperla fissando il vuoto per concentrarti sull’ interno.  Gli chiedo:

– cos’e’ successo dopo? Sei scappato con la tua famiglia?

Lui mi guarda come se fossi li per errore, come se l’avessi strappato con violenza dal suo mondo mnemonico, poi mi sorride e mi dice che la sua famiglia e’ in Russia, dove deve stare. Mi dice che ha lavorato nelle miniere fino alla caduta del Muro, perche’ le persone intelligenti venivano messe in luoghi li, dove il lavoro creava mostri di alienazione. Mi cita T.S. Eliot quando mi racconta queste cose e in un francese con forte influenza russa mi dice: “vous devez absolument lire PrufrockPrufrock Il représente vous et moi et tout le monde.” Lui non sa che davanti ha una delle massime stimatrici di quella canzone d’amore e continua a dirmi che se le persone che possono creare qualcosa vengono chiuse in un luogo e viene loro instaurata la paura del mondo, queste persone non potranno mai essere un danno. Mi dice che lui ha sentito persone che fino a pochi mesi prima erano semplici operai salire velocemente le cariche dei distretti, perche’ potevano essere mise en pâte come meglio credevano i padroni. Gli chiedo che studi ha fatto, mi dice che si e’ laureato in Filosofia nel 1969 e che ha cercato di insegnare Filosofia ma non era possibile con i limiti che la Cupola fissava. Mi dice: “Tu insegni Platone, ma non puoi nominarne la Republica. Insegni Nietzsche e non puoi norminare l’ Übermensch. Insegni cose a meta’ e questo non e’ giusto per loro. E io capisco che con il termine “loro” lui indica tutte le generazioni che devono fare affidamento sui propri tutori. Mi dice che e’ come truffarli, perche’ prima o poi devono alzare gli occhi e incontrare nuovi posti e nuove persone

Poi gli chiedo come e’ arrivato qui e lui mi dice che la tratta e’ stata la sua salvezza. Ha venduto se stesso per poter uscire dalla Russia e venire qui, nella fu Cecoslovacchia, e che ha lavorato quasi cinque anni per ricomprare le sue mani. Pero’, continua, nessuno qui mi ha mai trattato come una cosa. Anche se urlano, se non pagano, mi guardano sempre come se fossi una persona. A volte questo mi basta, altre volte prego di avere la forza per andare Avanti e sopportare. Gli chiedo perche’non torna a casa dalla sua famiglia, cosa continua a fare qui, perche’ continua a lavorare dieci ore al giorno per poco piu’ di tre euro all’ora. Lui non mi risponde subito, credo di aver esagerato con la domanda gli chiedo scusa, gli dico che non volevo aprire cose chiuse. Lui ha gli occhi lucidi ora e mi dice che preferisce stare qui, lavorando ogni giorno per spedire a casa soldi che qui sembrano pochi ma la’ nelle campagne russe sono una fortuna. Preferisce sapere I suoi figli felici, che tornare e vedere che non lo riconoscono perche’ erano troppo piccoli quando e’ andato via.

Poi si alza, mi dice che deve tornare al lavoro e mi chiede se ogni tanto possiamo parlare di Gogol’ o Zola o Eliot cosi, per tenere in esercizio la memoria.  Sorrido, non mi costa niente anzi mi fa piacere. Poi, come ultima domanda, gli chiedo se gli manca insegnare. Lui scoppia a ridere e mi dice:

–          Signorina, quando mi manca io chiudo gli occhi e ricordo. Le mani ormai lavorano da sole.

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2 risposte a “Il professore, la polvere e la memoria

  1. In effetti non ci sono parole da aggiungere a questo regalo che Giulia ci ha inviato da Praga…

    Mi permetto per questo di utilizzare quelle di Aleksander S. Puskin:

    IL RICORDO
    Quando per il mortale tace il rumore del giorno,
    E sulle mute piazze della città
    Si posa la semitrasparente ombra della notte
    E il sonno, ristoro delle fatiche del giorno,
    Allora per me nel silenzio si trascinano
    Ore di tormentosa veglia:
    Nell’ozio notturno più vivi bruciano in me
    I serpenti dei rimorsi del cuore;
    Ribollono i sogni; nella mente, oppressa dall’angoscia,
    Si affolla un gran numero di grevi pensieri;
    Il ricordo silenziosamente davanti a me
    Apre il suo lungo cartoccio;
    E leggendo con ripugnanza la mia vita
    Io tremo e maledico,
    E amaramente mi rattristo, e amare lacrime verso,
    Ma non cancello le tristi righe.

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