Quel corridoio rosso e le sedie di legno (di Anna Maniscalco)

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che ha tutto un suo spazio. La prima volta che i miei genitori mi portarono al cinema per vedere un film non d’animazione, non per bambini. Era l’inizio del millennio e si trattava dell’ultimo Woody Allen, “La maledizione dello Scorpione di Giada”. Mi fece ridere fino alle lacrime e, per diversi anni a venire, alla domanda < Che cosa vuoi fare da grande? > rispondevo: < Woody Allen >.

Ricordo anche che quella sera, al cinema, ci andammo a piedi. Perchè era nel centro di Modena. Era dietro l’Accademia, a un passo dai Giardini. Si chiamava Cinema Cavour, e l’ingresso era tutto rosso. Forse no, ma io nella mia mente lo rivedo così. Un corridoio rosso e la sala con le sedie di legno. Probabilmente erano già state imbottite; nell’immagine sfocata che ritorna alla mia memoria però erano di legno, più romantiche che scomode. Tre anni dopo ci sono tornata con il mio papà a vedere “Il Mistero dei Templari”. Il film non aveva nulla di speciale, ma era bello stare in quella saletta confortevole con mio padre, che là ci andava bambino. Quando uscì il seguito, lo andammo a vedere al Raffaello. Perché ormai il Cinema Cavour, dietro all’Accademia, non esisteva più.

Ci sono passata davanti pochi giorni fa, e allora l’ho notato, per la prima volta dopo anni. Resta abbandonato, serrato, le locandine ricoperte di scarabocchi e dei numeri di telefono scritti da amici che fanno gli spiritosi. Non potrò più controllare se effettivamente le sedie erano di legno oppure no. Rimane l’insegna, un’ombra del tempo che fu. Il Cinema Embassy non è più nemmeno quella. Ora è un supermercato. Dove passò una pellicola di Sofia Coppola, adesso puoi comprarti il sugo di pomodoro. Per non parlare dello Splendor, del Principe. Il centro di Modena era pieno di sale. Si guardava il film, e poi si passeggiava, per strade che erano vive anche dopo cena, discutendo magari di quanto appena visto. Con un gelato, stagione permettendo.

Adesso si esce dal multisala, dove sei arrivato affannato perchè se non sei lì mezz’ora prima la prenotazione ti scade e stai fresco, rimani lì con i tuoi nachos e senza biglietto, e poi scappi a recuperare la macchina, imprechi nel parcheggio e infine vai. Adesso, magari, neanche pensi a che film andare a vedere. Nello stesso edificio ci sono tutte le ultimissime uscite, una vale l’altra. Ragazzi, ci troviamo là, decidiamo poi cosa vedere. Sarà più comodo, ma certo non restituisce il gusto di scrutare attentamente la colonnina sul giornale per vedere in che sala danno il film che davvero interessa, la sala che in cartellone ha solo quello, la sala che profuma di cinema e non di pop corn. Che poi, è buono anche quello, ma dov’è la magia?

Forse sono solo nostalgica. Ma quando chi è più grande di me ricorda: “Il Principe, era quello dei cartoni animati a Natale”, non posso non pensare a cosa significasse andare a vedere un film. Era prima di tutto un piccolo piacere che ci si concedeva. Un momento rilassante, da soli, con la famiglia, con gli amici. Noi, in una sala che può contenerci appena, noi e il nostro regista preferito, noi e i nostri eroi del momento. Un bellissimo tête-à-tête, con l’odore delle poltrone un po’ vecchiotte, quando erano poltrone. Un posto intimo quanto sacro, come la platea di un teatro. Un posto pronto ad accogliere famigliarmente una bambina che andava a vedere il suo primo film non d’animazione.

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che un suo spazio, ora, non ce l’ha più.

Anna Maniscalco

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2 risposte a “Quel corridoio rosso e le sedie di legno (di Anna Maniscalco)

  1. Bello questo articolo. Non sono mai stato un appassionato di cinema oppure un animale da sala cinematografica, ma la passione forte e leggera assieme (mi sembra di ritrovare nel tuo modo di scrivere qualcosa di Calvino) con cui hai raccontato il tuo rapporto con il cinema ieri e oggi mi ha toccato molto. Ritrovo nelle tue parole quel senso di spaesamento, e non il carattere nostalgico, che si vive quando un luogo viene svuotato della sua anima scomparendo per sempre. è successo all’ex-amcm, quando la zona più underground della nostra città è stata parzialmente rasa al suolo (https://ilrasoio.wordpress.com/2010/08/27/amcm%C2%A0r-i-p/); è successo alle vecchie periferie un tempo piene di spazi franchi e semi-pubblici, che col tempo sono scomparsi o sono stati “normalizzati” secondo le logiche dell’utilità monetaria. Ed ora, storia che avevo già sentito raccontare, è successo anche per i cinema. Un sistema che non trasforma il vecchio rinnovandolo, ma lo rimuove costruendo qualcosa di “nuovo” che non risponde quasi mai ad una necessità delle persone, ad un loro desiderio, ma soltanto ad un’esigenza economica. Così il Victoria assomiglia molto all’Ipercoop, le periferie residenziali le une alle altre, e un grigio uniforme cala sulla città svuotandola del suo colore (https://ilrasoio.wordpress.com/2011/05/09/la-citta-senza-cuore/) invitandoti a cercare qualcosa di diverso altrove.
    Non possiamo che aspettarci questo se le strutture che i nostri amministartori decidono di costruire rispondono ad una logica prettamente economica a monte e a valle, funzionano come una macchina da soldi. Un luogo per essere vivo deve contribuire a creare significato, emozioni, vita, altrimenti diventa soltanto uno spremi-agrumi o un posto come un altro dove passare il tempo dove sono le persone che dall’esterno gli conferiscono un senso. Ma se i tuoi non ti avessero portato a vedere il film di Woody Allen non avresti riso, non ti saresti appassionata al cinema, non avresti desiderato andarci con i tuoi amici a vedere altri film, e passeggiare per strada per parlarne e notare così quanto è bella la tua città, il suo centro. Forse allora dobbiamo pretendere come persone e come cittadini, che i cinema, i teatri, i parchi, gli spazi pubblici insomma siano legati alla città e ai suoi abitanti, che siano gestiti con logiche plurali e orientate in base ai desideri e alle necessità dei cittadini, non soltanto alla possibilità di far cassa degli imprenditori. Se avremo la forza di fare questo scatto, forse un giorno la nostra città tornerà a rifiorire: nei cinema le persone si innamoreranno più facilmente, le periferie torneranno ad essere vissute e ad avere un senso, per le strade nasceranno idee innovative (mentre si passeggia con un gelato in mano) ed esisteranno luoghi franchi nei pressi del centro dove i giovani potranno incontrarsi a parlare a loro agio.

    • Grazie mille, hai addirittura scomodato Calvino!
      Scherzi a parte, sono contenta che tu sia riuscito ad avvertire il disagio che mi sono ritrovata a provare vedendo quello che era letteralmente “un gioiellino” del nostro centro – un centro che si spegne tristemente dopo l’ora di cena – lasciato in totale stato di abbandono. Oltretutto mi ritrovo perfettamente nell’esempio che mi riporti dell’ex amcm, un altro luogo affascinante che è stato sfondo e protagonista di alcuni dei miei momenti più felici.
      Stiamo perdendo l’anima, e, invece di aprire una riflessione seria, chi se ne accorge il più delle volte si limita a farne una chiacchiera da bar, una frase scontata come dire “Non esistono più le mezze stagioni”.
      E dire che, se potessero, se avessero il sostegno che meritano, ce ne sarebbero di persone che non vedono l’ora di rimboccarsi le maniche e soffiare di nuovo la vita.

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