Gli occhi di Sally (di Sara Belletti)

Sempre il vestito più vecchio, quello sgualcito.

Sally metteva ciò che era più vecchio e insignificante e stancamente lo indossava come uno straccio. Sally non voleva essere guardata, non voleva amici con cui trascorrere pomeriggi caldi d’estate, né voleva essere adorata dalla maestra o desiderata dal ragazzo più carino della scuola. Sally non voleva niente.

L’ho sempre guardata con un misto di timore, curiosità e incomprensione. Credeva di essere invisibile a tutti ma ai miei occhi era chiara e luminosa nelle sue grandi felpe nere. Sally non andava al supermercato all’angolo della strada, non spendeva mai soldi, non si fermava davanti alle vetrine come le sue coetanee erano solite fare. Passava il tempo camminando. Nonostante la sua giovane età, credo avesse già percorso più kilometri di una persona col doppio dei suoi anni.

Sally spariva per pomeriggi interi e tornava solo al calare del sole, si perdeva nei vicoli scuri e nell’oro del grano fresco delle campagne, ma solo ai miei occhi si perdeva: ai suoi sembrava fosse tutto conosciuto da anni, sembrava fosse una vita che vagava da sola, sempre estremamente silenziosa e lenta. Spesso andava nella casa abbandonata fuori dal paese, in mezzo al nulla. Si fermava davanti ad essa, guardava se qualcosa era cambiato dalla volta precedente, sembrava controllasse che tutto fosse come l’aveva lasciato e che nessuno avesse messo mano sul suo piccolo luogo sacro.

Se il controllo risultava positivo -come sempre accadeva- si sdraiava sull’erba alta o si sedeva sul dondolo silenzioso di fianco alla casa e si spingeva coi piedi sul terreno fresco: sembrava conoscesse il movimento del dondolo a memoria, sembrava ballasse o volasse al ritmo di un’armonia dettata dal… Niente.

Intorno era deserto, non un rumore. La tranquillità aveva dolcemente preso il posto della frenesia della gente e della confusione delle auto. Era un luogo idilliaco, un fermo immagine di una dimensione estranea all’umanità, tranne che per Sally.

La casa non era nascosta da alti alberi o irraggiungibile, stava lì, al centro di un tappeto d’erba morbida che l’abbracciava come fosse un prezioso gioiello. Tutti potevano vederla ma mai nessuno al di fuori di Sally le aveva prestato attenzione: gli occhi della gente scorrevano su quella casa come su una vecchia pratica in mezzo a una risma, come fosse nulla. Per Sally era una delle cose più importanti che animavano la sua silenziosa e per tutti insignificante vita. Chissà cosa vedeva coi suoi occhi in quella casa… Quanto avrei voluto vedere coi suoi anche per un secondo solo… Ne sarebbe valso mille.

 Forse vedeva fiori nascere dal tetto e cinguettii sommessi di una nuova nascita e forse foglie di mille colori crescerle dalla testa con frutti carnosi appesi ai rami; e donne leggiadre e danzanti in abiti di seta rosa e ghirlande tra i lunghi capelli. Forse sentiva musica, tanta dolce e festosa musica di stelle suonare da un vecchio giradischi dentro la casa.

Io, coi miei stanchi, vecchi occhi di cenere, vedo solo una casa in rovina, un ricordo spoglio e triste del passato di qualcun altro; forse m’incute persino una leggera paura tutto quel mare muto, così profondo e sconosciuto. Sally vedeva ciò che io non vidi mai nella mia vita e che probabilmente è negato anche ai tuoi occhi di lettore.

La sottile bellezza di un albero che lancia i suoi rami verso il cielo tanto da toccarlo quasi e l’incanto di quello stesso cielo che sembra vuoto ma non lo è e “chissà cosa nasconde dietro quella tenda turchina” si chiedeva Sally dietro quegli invidiati occhi. Lei vedeva questo e altro, e di ciò viveva e si nutriva come la gente vive per il lavoro e grazie ad esso si nutre: stessa operazione, coefficienti diversi.

Spero che qualcuno di voi incontri la mia Sally un giorno e si innamori degli straordinari e puri occhi della sua anima e si vesta dei suoi sogni impalpabili come del miglior vestito sgualcito.

 

Sara Belletti

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