Siamo tutti Giovanni Tizian

Oggi volevo approfittare del nostro libero spazio per “rimbalzare” una notizia che ieri è uscita sui giornali locali: un giovane giornalista, che da anni collabora con la Gazzetta di Modena, da venti giorni si muove sotto scorta a causa delle minacce ricevute per colpa delle parole che ha scritto, delle inchieste che ha portato avanti su giornali e riviste.

Sul Rasoio avevo già scritto di come la criminalità organizzata sia ben radicata nel nostro territorio – Cose di casa nostra, 8 dicembre 2010 – proprio grazie alle parole di giornalisti come Giovanni Tizian; articoli che mi hanno aiutato a capire meglio il luogo in cui viviamo, lavori che mi hanno ricordato che la nostra “isola felice” è in realtà un territorio di caccia per ogni genere di malaffare.

Per chi non avesse avuto la possibilità di leggerlo sulla Gazzetta di oggi, vorrei lasciarvi qui sotto l’articolo con cui il giovane giornalista traccia i contorni della vicenda.

VADO AVANTI – di Giovanni Tizian – Gazzetta di Modena, 12 gennaio 2012

Un giorno come tanti, caffè, rassegna stampa e la solita corsa per chiudere il pezzo e guadagnarmi la giornata. Ma poi arriva una telefonata, ero fuori città. “Abbiamo deciso di tutelarti”, il giorno dopo avevo già la scorta assegnata. E’ diventata fissa pochi giorni fa. Stai tranquillo, mi hanno detto, fai quello che ti dicono e segui le nostre direttive. Cambia la quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno si avverte il cambiamento. Dalla spesa all’organizzazione del lavoro, programmare le interviste, pianificare la propria vita con minuziosa attenzione. Ma la voglia di andare avanti è più forte. Raccontare il potere delle mafie al Nord vuol dire raccontare il lavoro oscuro del Paese. Da anni collaboro con la Gazzetta di Modena, da anni mi occupo di mafie al Nord. Delle cosche dell’Emilia. Quelle stesse cosche che negli anni in cui emigravo verso Modena raccoglievano quanto seminato decenni prima. Un raccolto fatto di patrimoni enormi, un fiume di denaro accumulato sulla pelle degli onesti.

Erano gli anni ’90 quando ci trasferimmo in Emilia, qui ho iniziato a scrivere. A raccontare di come i clan si muovono e impongono servizi alle imprese, obbligano commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. E’ quanto racconto nel libro, appena pubblicato da Round Robin, “Gotica”. Un libro inchiesta in cui raccolgo la mia attività di cronista di giudiziaria e inchieste giornalistiche realizzate anche con il mensile Narcomafie e Linkiesta.it.

Era il 1989 quando mio padre venne ucciso a Locri mentre tornava a casa dal lavoro. Era un funzionario di banca, a sparargli mani ignote, ma armate da ‘ndrangheta. Il suo omicidio è rimasto irrisolto, come tanti in Calabria. Io avevo sette anni e lo aspettavo come tutte le sere. Da quel 23 ottobre non tornò più.

Da quando lavoro a Modena ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano in Emilia Romagna come se fossero a casa loro. Nell’ultimo anno le indagini che hanno riguardato il territorio emiliano romagnolo sono state numerose. Arresti, sequestri, processi. Da Rimini a Piacenza le cosche corrono rapide di cantiere in cantiere e consolidano il loro potere. Autotrasporto, edilizia, azzardo legale e illegale, facchinaggio. Parlare di narcotraffico e di pizzo è parlare, in fondo, di una questione di ordine pubblico. Ricostruire i percorsi del denaro mafioso vuol dire demolire la facciata di legalità creata con la complicità dei cosiddetti “colletti bianchi”. Rapporti che rendono i boss invisibili e socialmente accettati. E succede così che l’apertura di un negozio etnico suscita più allarme sociale rispetto alla colonizzazione dei territori da parte delle cosche. Che in questi territori, oltre la linea Gotica si sentono forti, e perfette. Tanto che vorrebbero con le loro intimidazioni bloccare i giornalisti che fanno inchieste sui loro affari. Giovani giornalisti, precari ma con una passione immensa. Che rischiano e amano il proprio lavoro, che per pochi euro, al Sud come al Nord, mettono in gioco la propria vita per far conoscere a tutti questa realtà. Giovani cronisti che vivono una doppia vulnerabilità, fisica ed economica. Per questo uno degli attestati di solidarietà che mi ha commosso maggiormente è la campagna lanciata dall’associazione daSud e da Stop’ndrangheta.it, “Io mi chiamo Giovanni Tizian”. Un appello per tutelare me, ma anche tutti i giovani giornalisti precari di questo strano paese.

 

Vorrei chiudere con un piccolo ma importante ringraziamento, il motivo per cui ho scritto queste poche e semplici parole. Grazie a Giovanni e a tutte quelle persone che fanno una scelta ben precisa: da che parte stare.

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2 risposte a “Siamo tutti Giovanni Tizian

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