Siamo ancora in viaggio

Roma, via Nazionale. Sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni campeggia il grande manifesto della mostra “Homo Sapiens”. Quando la sede è così prestigiosa non può che trattarsi di un evento fuori dall’ordinario e a giudicare dall’eco che sta avendo sulla stampa e le televisioni nazionali, vale la pena esplorarlo. A chi ha assistito nell’ultimo decennio al violento riaccendersi del dibattito sulle origini della nostre specie, risulteranno noti gli attacchi e i tentativi di messa all’indice delle teorie evoluzionistiche da parte dei neo-creazionisti (si pensi ad esempio alle posizioni dell’ex ministro della pubblica istruzione italiano Letizia Moratti o dell’attuale vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Roberto De Mattei, o ai neo-con statunitensi). Si parla quindi di evoluzionismo, in questa mostra. E ora vediamo come se ne parla.

Se prima di entrare incrociate un addetto ai lavori lo sentirete commentare “nella prima parte del percorso ci sono alcune datazioni imprecise”, “le didascalie sono troppo lunghe”, “troppe copie, ci sono pochi oggetti originali”. E su questi aspetti avrebbe forse ragione, ma dopo che ne sarete usciti se avrete colto il significato del percorso, vi verrebbe voglia di rintracciare quell’addetto per spiegargli cosa non ha capito. E cosa non ha capito il biologo, il paleoantropologo, il genetista, o l’archeologo?

Per prima cosa gli è sfuggito un fatto fondamentale: la mostra è stata curata da Telmo Pievani e Luigi Luca Cavalli Sforza. Quest’ultimo è sì, un genetista di fama internazionale, il cui compito è principalmente quello di dare un profilo scientificamente consistente alla mostra; ma la faccia giovane e operativa (l’avrete forse visto intervistato anche da Corrado Augias su Rai Tre) è quella di Telmo Pievani, il quale non proviene dal fronte delle cosiddette scienze esatte, ma dalle loro “retrovie”, da quella disciplina che osserva e interpreta la storia del pensiero scientifico in divenire, che propriamente si chiama filosofia della scienza. I filosofi della scienza sono un po’ come i cronisti di guerra: si infilano fra la linee e riportano al grande pubblico quelle che sono le mosse, le tattiche, le battaglie cruciali dei contendenti, dove i contendenti sono una nutritissima schiera di accademici in questo caso, che fanno riferimento da un lato all’evoluzionismo di derivazione darwiniana e dall’altro al creazionismo, e alle relativi neofondazioni di entrambe le scuole. Homo Sapiens siamo noi, quindi questa è una mostra che parla di noi, e come scrivono gli stessi curatori nell’introduzione al catalogo, del nostro viaggio iniziato due milioni di anni fa. Non si vada perciò alla ricerca del dato o dell’oggetto da museo in sé, ma si colga l’impostazione del filosofo che mira a decostruire, tecnicamente a destrutturare, il nostro modo di pensare e il nostro common sense per spiegare a tutti “Perché la pensiamo così?” e di conseguenza “Quanto sono vere le nostre convinzioni su noi stessi e sulla nostra specie?”

Il percorso inizia con uno schermo interattivo. Sul touchscreen ci sono 36 volti umani di diverse etnie. Prova a suddividerle fino ad un massimo di dieci gruppi, di dieci “razze”, invita lo schermo.  Il risultato di questo test, che non si vuole qui anticipare,  è un indizio già molto chiaro sull’impatto destrutturante che la mostra vuole pereguire, non con strumenti retorici ma attraverso solide premesse scientifiche.

La prima parte infatti sembra un classico “Materiali e Metodi”, cioè il capitolo che sugli articoli scientifici è destinato a spiegare la tematica trattata e le premesse metodologiche, in altre parole “di cosa” si parla e il “come” se ne parla. E’ ricca di dati sull’origine africana del genere homo dalle scimmie antropomorfe, di come, quando è grazie a cosa ci siamo evoluti fino ad emanciparci da quello che una volta veniva definito lo “stato di natura”, raggiungendo poi i diversi continenti attraverso più ondate “out of Africa”.

In una delle prime sale qualcuno potrebbe rimanere scioccato dal modello plastico di “Eva”, cioè della prima femmina della nostra specie; modello al quale si è giunti ripercorrendo a ritroso la storia del nostro DNA mitocondriale. Eva ha gli occhi stretti, le labbra voluminose, il naso appiattito, i capelli rasta… ed è nera. E se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza…(vedi la forza nell’implicito sillogismi aristotelici?).

Ancora un dato che tarda a entrare nel nostro senso comune: le varie ondate africane hanno determinato spostamenti differenziati nel tempo e nello spazio e conseguenti isolamenti, tali per cui nello stesso momento hanno convissuto diverse specie (quindi non interfeconde, o forse sì?) anche nel medesimo continente, come ad esempio Sapiens e Neanderthalensis, ma anche altre. Insomma non siamo sempre stati tutti fratelli, ma abbiamo convissuto con dei cugini, che poi si sono estinti, lasciandoci definitivamente soli (a competere con noi stessi, inventandoci differenze fantasiose per giustificare tale competizione).

Altre cose emozionanti si incontrano più avanti nel percorso, dettagli che molti addetti potrebbero aver tralasciato. In una vetrina ci sono quattro punte di freccia provenienti dall’Australia, realizzate per scheggiatura da Aborigeni attuali. Ebbene due di queste sono come tradizione in pietra, come quelle preistoriche in selce che potremmo vedere a decine nei nostri musei, altre due sono invece di porcellana e di vetro di bottiglia. Se gli Aborgeni producono con materiali moderni oggetti preistorici, significa che a dispetto del mondo globalizzato in cui noi occidentali crediamo spesso di vivere, siamo coinquilini di intere popolazioni di simili, ma diversi, anche nell’emisfero opposto, anche a migliaia di anni di distanza.

La seconda parte della mostra, forte delle fondamenta scientifiche date dalla prima, si occupa di un passato meno remoto della nostra specie, fino ad arrivare a noi. Da pelle d’oca, la copia del Milione di Marco Polo posseduta da Cristoforo Colombo. Qui i curatori hanno voluto sottolineare con le figure degli esploratori che siamo in viaggio, che la nostra caratteristica principale è la curiosità, la nostra capacità di migrare, adattarci e fondare nuove “colonie” negli angoli anche più reconditi del pianeta. E ciò è tanto evidente due milioni di anni fa nei vari “out of Africa”, quanto nell’intento di Marco Polo, di Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano.

C’è poi un video con due count-down accostati (o sarebbe meglio dire “count-up”). Uno è la cronologia da due milioni di anni fa ad oggi, l’altro è la popolazione mondiale; il tutto è corredato da un planisfero in cui si accendono e si amplificano progressivamente le aree del pianeta che vanno via via popolandosi avvicinandosi ai nostri giorni. Ebbene, l’impressione è che negli ultimi due secoli e mezzo, l’uomo abbia colonizzato le terre emerse come un parassita farebbe con un organismo ospitante, in modo cioè esponenziale. Difficile pensare che un simile trend possa essere sostenuto a lungo.

Sul finale anche un po’ di ironia molto mascherata. Una sala interattiva mostra la nostra affinità genetica con altri organismi: con la banana abbiamo un patrimonio di geni comune al 50%, con il topo a circa il 94% e con la trota? (una stoccata a qualche consigliere regionale reazionario del Pirellone?).

Infine una piccola sala, tutta dedicata all’Italia, e alla ricerca archeologica e antropologica che essa porta avanti sul suo ricchissimo territorio. Ricerca? Se si eccettuano le ultime scoperte neandertaliane alla grotta di Fumane, non è stato messo molto altro, a parte qualche stranoto pezzo da museo la chimera etrusca di Arezzo (tributo agli archeologi), le laminette auree di Pyrgi e il vocabolario d’italiano dell’Accademia della Crusca (tributo ai linguisti). I visitatori potrebbero pensare che in Italia la ricerca sia agonizzante…La sala Italia: forse più un “suggerimento” politico, che un pallino dei curatori.

Merita quindi una visita la mostra “Homo Sapiens”? Sì, ma solo se accurata. E se affrontata disarmati di preconcetti. E ciò vale tanto per  il grande pubblico quanto per gli addetti ai lavori.

Si potrebbe dire che fare una mostra di questo tipo a due passi dal Vaticano sia stata un’operazione audace. In Germania, in Francia, o in Giappone non lo sarebbe, ma nell’Italia oggi lo è. Veniamo da tanti anni di rincoglionimento collettivo –ammettiamolo-, dove la scienza e la sua “narrazione”, per dirla alla Giorgio Manzi, non hanno goduto di grande credito e trasmissione. Uno degli scopi di questa mostra è anche affermare che tutto quel discredito era di fatto immeritato. Tagliando la ricerca non si fa altro che escludere il nostro paese dall’avere una voce autorevole in quel dibattito sovranazionale sulle origini e sul destino della nostra specie.

Ma il fine principale di Pievani e Cavalli Sforza, mai perseguito con la retorica del politico ma sempre con la freddezza analitica dello scienziato, è certamente quello filosofico di renderci più coscienti del nostro essere umani, del nostro esserlo in questo pianeta e nel nostro viaggio ancora in corso.

A Matteo Romandini

e Nicola Nannini.

che come me sono ancora in  viaggio.

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3 risposte a “Siamo ancora in viaggio

  1. bellissimo articolo. mi consigli la mostra con due bambini di 9 e 11 anni che hanno già visto museo egizio a torino, al cairo, AMNH a New York, Pigorini,la mostra su Darwin, Body worlds di Von Hagens,leggono, osservano la natura e dall’età di 6 anni invece di fare religione a scuola, hanno fatto un’introduzione alla storia delle religioni e etica a casa

    • Cara Paola, sono ben felice di sapere che ci sono bambini (ormai quasi ragazzi) così curiosi e appassionati, evidentemente da qualcuno avranno preso! La mostra, come ho cercato di esprimere nell’articolo mi è piaciuta nel suo complesso, mi sembra comprensibile anche dai non adulti e dai non addetti ai lavori, grazie anche all’iso di diversi supporti multimediali. Sui dettagli si può sempre discutere, ma per me sono stati 10 euro spesi bene, anche perché dà un’idea dello stato dell’arte delle ricerche, e di quanto esse siano “passate” nel common sense (poco o tanto lo lascio decidere a te e alla tua famiglia, nel caso andiate).
      Per dovere di cronaca devi sapere che questo articolo -piaciuto a te e ad altri- ha ricevuto anche le critiche di alcuni accademici, ai quali la mostra non è piaicuta. Ci sono quindi pareri discordanti, ma il merito di un’iniziativa come questa è anche quello di fare discutere.

      Grazie mille del commento
      un caro saluto

  2. Ciao,
    ho visitato la mostra nei primissimi giorni d’apertura, colto dalla una grossa euforia di poter ammirare un’esposizione interamente dedicata alla storia della nostra specie. Devo dire che ne sono rimasto soddisfatto perchè ho molto apprezzato il carattere scientifico e il taglio cronologico e tematico che gli organizzatori hanno voluto imprimere.
    Ci sono andato anche una seconda volta per capire appieno l’esposizione e la mia comitiva era composta da “addetti e non” ai lavori. Proprio sulla base di quest’esperienza di comitiva, posso dire che non è un esposizione della quali tutti riescono a capire appieno il significato. I non addetti ai lavori rimarranno colpiti dalle fin troppo “spettacolari” installazioni e ricostruzioni ma faranno difficoltà a capire l’evoluzione dell’osso ioide dai primi ominidi al sapiens oppure il complesso discorso del DNA e la questione dei Denisoviani.
    E’ vero che molti accademici si sono lamentati sia per la scarsità di materiali che per l’assenza di archeologi curatori nel catalogo, ma devono anche capire che non è una mostra sul Paleolitico ma una mostra a carattere antropologico e forse anche mirante alla riflessione filosofica e sociale.
    Un’ ultima nota, aimè negativa, sulle visite guidate ed è un vero peccato per una mostra di tale rilevanza ma ho notato che non sapevano pronunciare i nomi degli ominidi e facevano difficoltà con le datazioni.

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