C’è festa e festa

Nella prima settimana di gennaio, come ormai da alcuni anni, Reggio Emilia ha ricordato la nascita del vessillo nazionale avvenuta in questa città nel lontano 1797. Ciononostante la Festa del Tricolore è un appuntamento giovane, tanto che quella dello scorso 7 gennaio è stata appena la 16° celebrazione.

Inizialmente credo non se la filasse nessuno. La consapevolezza che la nostra città diede i natali alla bandiera è sempre stata scarsa, tantoché lo stesso Museo del Tricolore, ospitato nei locali del Comune, è ben lontano dalla top ten dei luoghi più visitati della città. Nonostante però sia una festa recente possiede già una consolidata tradizione: attira spesso più contestatori che partecipanti e poche delle ultime edizioni sono passate indenni dal carosello delle proteste di piazza animate da uno o dall’altro motivo, serio e meno che fosse. Di certo vi è che in anni recenti la qualità degli invitati d’onore, prima Fini e poi Schifani, non ha contribuito molto a far si che la tradizionale e calorosa ospitalità reggiana desse il meglio di se.

Quest’anno è toccato a Monti e a qualcuno l’evento è sicuramente piaciuto, complice la mattinata di sole, la guardia civica in costume d’epoca, le trombe della banda e certamente anche le speranze che molti ripongono nel Governo dei professori. Ma marce e orazioni non hanno potuto nascondere i tanti movimenti scesi in piazza a contestarne le scelte: dalla lega (la minuscola è d’obbligo) agli indignados, dagli amici di Beppe Grillo  ai centri sociali, dalle bandiere rosse agli skinheads, in città si è respirata per una mattina l’aria di sbandamento e inquietudine che attraversa il paese.

Ma non è alle patrie sfortune che voglio dedicare questo post. Erano tutte cose già attese e già viste, quello che mi ha colpito, non per la prima volta, è stato il cerimoniale della manifestazione, il suo svolgimento nel quasi completo distacco tra governanti e governati, eccezion fatta solo dalla breve cerimonia formale in piazza Prampolini delle autorità, immediatamente dopo ritiratesi nel palazzo, prima del Comune e poi del teatro Valli per proseguire a porte chiuse.

Certo ci saranno stati in gioco i tempi stretti, ci saranno state le esigenze di sicurezza e forse Monti di fare due passi a piedi per salutare la folla, e prendersi un po’ di inevitabili fischi, poteva non averne nessuna voglia, ma non è passata inosservata l’arroganza del corteo di berline blindate e luccicanti messo in moto solo per coprire i pochi metri tra il Comune e il teatro. I discorsi importanti, quelli che valeva la pena ascoltare dopo i peana sulla bandiera, quelli che poi i giornali hanno riportato, sono stati pronunciati a porte chiuse. La diretta un lusso riservato a pochi selezionati.

Dentro al teatro non c’ero, in Comune nemmeno e non mi interessa commentare cosa vi sia stato detto, voglio invece chiedermi perché nelle campagne elettorali le piazze vengono occupate per comizi sul nulla e in occasione di eventi sicuramente più interessanti – parlava quello che da più parti viene visto come l’uomo della provvidenza, fattosi carico dell’ingrato compito di tenere unito il Paese e traghettarlo fuori dalla crisi – tutto avviene tra quattro mura a favore di pochi. La piazza su cui si affaccia il Valli è la stessa dove si tiene il discorso ufficiale del 25 aprile davanti a migliaia di partecipanti. Perché, invece, la Festa del Tricolore viene confinata alla platea del teatro, come se le tante persone venute in centro per l’occasione non fossero state interessate ad ascoltare quel che il presidente aveva da dire?

Torno con la memoria alla mia felice estate in Nicaragua, due anni fa, durante la quale ebbi la fortuna di trovarmi nella capitale proprio il giorno di una importante festa nazionale officiata dal presidente: l’anniversario dell’alfabetizzazione del paese ad opera della Rivoluzione sandinista, appena giunta al potere nel 1980. Agli occhi di un italiano medio, non necessariamente becero, sarebbe una ricorrenza del tutto secondaria, si e no meritevole di un trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani o dei titoli di coda del TG, nessuno uscirebbe di casa per una cosa cosi. Come posso allora rievocare le emozioni di quella piazza caraibica gremita di folla, dove le autorità, ministri e presidente, si accomodano su un semplice palco a pochi metri dalla folla senza alcun cordone di sicurezza in mezzo, dove le personalità si aggirano come se nulla fosse in mezzo alla folla festante che improvvisa piramidi umane, mentre gli altoparlanti intramezzano gli inni nazionali a moderni pezzi rock, in un’atmosfera sacra e profana che fonde assieme la festa popolare con la solenne celebrazione?

Che differenza dalla piazza composta (leghisti a parte) e fiacca di Reggio! Dove appena provo a mettermi in piedi su un gradone per vedere meglio arriva il solerte questurino, “si deve stare seduti li!” e di Monti vedo a malapena la chioma bianca mentre scende dall’auto per entrare in teatro, con la grande piazza dei Martiri del 7 luglio transennata e vuota, percorsa solo da reggimenti di polizia e carabinieri e la popolazione confinata ai margini contro i palazzi, obbligata ad aggirare mezza città per arrivare dall’altro lato.  Monti, come ho detto, l’ho visto di sfuggita, del suo intervento ho letto sui giornali il giorno dopo.

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