Il governo freddo di Monti: con lui o contro di lui?

Qualcuno potrebbe essersi chiesto perché il Rasoio, così abituato a fare il punto della situazione politica e sociale di questo paese, sia rimasto in silenzio fino ad oggi più o meno dall’epoca –che sembra oggi lontanissima- della caduta del governo Berlusconi. E’ presto detto. Dopo anni di rincoglionimento collettivo, sono serviti un paio di mesi per tornare “sul pezzo”, per tornare cioè in sintonia con la politica vera, quella cioè che si assume l’onere di scelte precise, a volte anche impopolari, per riorganizzare il sistema al mutare della marea. Sono trascorsi due mesi che potremmo definire “di decompressione”, come si fa dopo un’immersione subacquea. Oggi, siamo nuovamente riattivati e ci sembra opportuno, in questo momento cruciale, dare la nostra chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Italia e soprattutto in Europa alla luce di una riflessione mai come in questo momento necessaria.

Iniziamo con un fatto positivo: il trauma, la nevrosi da crisi sistemica e l’immobilismo pssimista sembrerebbero essere lasciati alle spalle. Ci sono voluti 4 anni, dal 2008 anno in cui la grande depressione è dilagata ad oggi, per digerire l’idea che forse il nostro modello di sviluppo elaborato nel secolo scorso non è più sostenibile.

Si torna a parlare di crescita, di misure,  di riforme. Tutte queste parole riconducono ad una situazione di instabilità e cambiamento a larghissima scala. A noi del Rasoio –diciamocelo- piace cambiare, anche perché abbiamo ben poco da perdere, visto che il posto e lo stipendio fisso è una fissa di altri, e noi non abbiamo da difenderlo, né per il presente, né probabilmente per il futuro. Ma andiamo con ordine.

A molti i cambiamenti che il governo freddo di Monti sta apprestando non piacciono affatto: lotta all’evasione fiscale, pensioni contributive, revisione dei contratti di lavoro, aumento della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica. Detti così alcuni dei provvedimenti emanano un pessimo odore soprattutto per la classe media, e figuriamoci poi per la terza classe. Ma Monti assicura che siamo solo all’inizio della fase 2, e i benefici di “Crescitalia” si vedranno a medio e lungo termine. Forse questo cambiamento annunciato dal governo fa indignare molti, che già erano indignati prima, figuriamoci adesso.

Proviamo allora a fare l’avvocato del diavolo, dove al posto del diavolo ci sta il diabolico ex-commissario Mario Monti.

In Europa veniamo da una stagione durata decenni di governi conservatori, che si sono sempre posti l’obiettivo di trovare la strada migliore per essere rieletti e per godere della rendita di due millenni di storia grandiosa e di mezzo secolo di buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America, motore trainante di tutte le economie occidentali del ‘900. Sono stati governi conservatori, quelli europei occidentali, anche quando si presentavano come progressisti. Fra i casi più esemplari, quello piuttosto recente del whig Tony Blair, che in politica interna insistette convintamente sul solco di privatizzazioni (trasporti, energia, acqua) già tracciato dalla lady di ferro tory Margareth Thatcher sul finire degli anni ’80 (di lei fu celebre il motto anti-socialista “La società non esiste”), mentre in politica estera sancì un patto indissolubile con i repubblicani di G.W. Bush. Fu così che il partito di Blair si guadagnò l’appellattivo di New Labour che in sostanza di “new” aveva solo il fatto di essere una destra travestita da sinistra, tanto in patria quanto nei consessi internazionali. Una sinistra, quella del New Labour, imitata da molte sinistre del Vecchio Continente sull’onda del principio che bisogna privatizzare, trasferire risorse pubbliche in mano privata per creare concorrenza e mercato. Andate a chiedere agli inglesi se sono contenti delle ferrovie private, o dei servizi energetici, tanto più che i sussidi governativi ai colossi privati che hanno rilevato il capitale pubblico sono raddoppiati dopo le privatizzazioni.

Per un certo periodo essere progressisti ha significato aderire, senza mai affermarlo esplicitamente, ad un’idea di capitalismo morbido, ma col forte retrogusto di interessi propri, particolari o di partito, non certo della collettività.

Obama nel 2008 ha nazionalizzato le banche sull’orlo del fallimento causato dal coinvolgimento nella compravendita di prodotti finanziari spazzatura, come i subprime. La politica di quelle banche verteva sul fare soldi sui soldi prestati nei mutui, non su prodotti dell’economia reale, cioè le merce materiale che produce ricchezza, lavoro e stabilità sociale attraverso la loro circolazione. Il risultato che i soldi non possono produrre soldi all’infinito era piuttosto scontato, ma quello era diventato un gioco speculativo a cui le banche non risucivano più a sottrarsi. Ad un certo punto, diremmo dalle nostre parti, è tutto aria fritta e pezzi di carta. Così il piano di risanamento della privatissima Merrill Lynch, ad esempio, altro non era che una nazionalizzazione operata da Obama attraverso la pubblicissima Bank of America.

Lo stato capitalista per definizione quindi nazionalizza. E nazionalizza perché ha al suo interno una quota talmente alta di gestione privata del denaro pubblico dei cittadini che basta una banca “too big to fail” per mandare un’intera nazione in potenziale rovina. E sull’onda di un Obama obbligato al socialismo, anche le sinistre europee hanno ricominciato a cercare strade alternative al modello del buon capitalista, alle quali anche loro dagli anni ’80 in poi si erano ispirate con lo slancio di chi ha scoperto l’acqua calda, dimenticando in un battito di ciglia (o meglio nel tempo di caduta di un muro) il loro retroterra culturale di riferimento e insieme rompendo i rapporti con quelle classi di lavoratori che rappresentavano il loro bacino elettorale e la loro passata fortuna. (quando ci si chiede perché molti operai hanno votato Lega o Berlusconi, o nel resto d’Europa, destre populiste).

Di fronte alla crisi buona parte dell’Europa è retrocessa in serie B. Le agenzie di rating (S&P, Moody’s, Fitch) hanno declassato i titoli sul debito sovrano di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Francia. Com’è noto, molti fondi assicurativi che operano sul mercato internazionale non investono nel debito di paesi che non godono di un rating da triple A, e il risultato è che molti capitali sono usciti dai confini europei per andare a pascolare in mercati che promettono margini di rendimento più sicuri, non a rischio default. In questo contesto di forte indolenza dei mercati, la classe Europa non si è mostrata un blocco compatto di fronte ai downgrades delle agenzie di rating, ma si è ingenuamente divisa in secchioni e inadempienti, come accade in una classe dove i rapporti sono già abbastanza instabili. L’Europa continentale da una parte e quella mediterranea, in pratica, dall’altra. Il conflitto tra politiche economiche comunitarie e sovranità nazionali ha segnato indelebilmente queste settimane, in particolare nel rapporto Germania-Grecia.

La Germania infatti possiede buona parte dei titoli di stato greci ed è quindi molto esposta nel caso di default elladico: per questo Angela Merkel ha spinto fino all’ultimo a Bruxelles per un commissariamento della Grecia, commissariamento che alla fine non ha trovato d’accordo gli altri partner europei.

Prima dell’arrivo di Mario Monti l’Italia veniva costantemente bacchettata come uno degli anelli deboli della catena, insieme a Grecia, Irlanda e Portogallo, con l’aggravante che l’Italia rappresenta proprio una di quelle economie “too big to fail”, ed ha quindi una maggiore responsabilità di fronte agli altri 27. Con Monti l’Italia ha riconquistato l’orgoglio e una voce autorevole e un posto d’onore nel vertice delle tre economie più importanti del continente. In poche settimane  il governo dei professori ha cercato di mettere in riga questo paese attraverso pacchetti di riforme radicali, nel tentativo almeno apparente di abolire privilegi, liberalizzare, combattere l’evasione fiscale. A che prezzo, lo vediamo dalle proteste che in queste settimane attraversato lo stivale da nord a sud.

Si può essere d’accordo o meno con i provvedimenti del governo meno tecnico e meno democratico (perché non eletto) della storia d’Italia, ma almeno non si può tacciare questo governo di immoblismo come il precedente.

Di fronte alle proteste di questi giorni pongo però un quesito: l’Italia ha una disoccupazione giovanile record al 31%, una generazione intera è stata quasi completamente ignorata dalla politica, una generazione tuttavia altamente competente, iperqualificata eppure esclusa non solo dal “posto fisso”, ma dalle condizioni minime di welfare che i paesi dell’Europa del nord specialmente garantiscono ai propri giovani da decenni. Abbiamo giovani lavoratori di tutti i settori che nella maggioranza dei casi occupano ruoli precari nel settore pubblico e privato subordinati rispetto a dirigenti che hanno meno della metà dei loro titoli accademici e di formazione professionale. Cosa dovrebbe volere questa generazione che ci piace tanto definire dei bamboccioni, dei mammoni, come nell’editoriale di Vittorio Feltri fresco di qualche giorno fa sul Giornale? Volete vedere i giovani scendere in piazza a fianco delle corporazioni per difenderle dal mostro delle liberalizzazioni, quando essa stessa manca di ogni minima tutela non del salario, ma finanche del posto di lavoro, pilastro fondativo della costituzione? Dovrebbero fare finta di non sapere che un buon welfare è loro negato dall’evasione fiscale più alta d’Europa operata con tanto gusto dalla generazione precedente?

Immagino i farmacisti protestare di fronte ad un ufficio dove si sta svolgendo un colloquio di lavoro.  Una venticinquenne laureata, con master, e lodi, tre lingue conosciute, esperienza all’estero, esperienza in mille lavoretti, non sposata è al terzo colloquio e non viene alla fine assunta perché di lì a poco sarà prevedibilmente incinta e bisognerebbe pagargli il sussidio di maternità…

Vediamo i parlamentari – rappresentanti delle professioni difendere gli albi, quando una direttiva europea li vuole aboliti da 23 anni! Precisamente dal 1989 (direttiva EU 1989/48).

Vedo tanti opporsi a questo cambiamento. E vi dirò, è difficile essere in completo disaccordo con chi protesta, specialmente se rischia il posto di lavoro, il salario, e specialmente quando richiede che a pagare in questo caso non sia la terza o la seconda classe. Bisogna pretendere che tutti paghino secondo ciò che posseggono o di cui usufruiscono e che agli evasori sia pignorato tutto come si fa negli USA, dove ti mettono pure in galera per diversi anni e la società non ti considera un furbo, ma un ladro e basta.

Ma il concetto è: o siamo tutti socialisti, protezionisti, tutelati, oppure siamo tutti capitalisti, europeisti, competitivi e concorrenti. Ogni forma intermedia è ambigua e almeno in questo momento, fallimentare. Primo, perché abbiamo un debito pubblico che accumulato in 70 anni di clientelismo e piazzismo politico è oggi al 120,5% del PIL (significa che su 5 che produciamo 6 dobbiamo dare indietro ai nostri creditori), mentre in Germania è all’81,7% e in Estonia al 5,8% (l’accordo stipulato dai 27 –Gran Bretagna e Repubblica Ceca escluse- prevede ce dal 1 gennaio 2013 il debito pubblico non potra superare il 60% del PIL, quindi dobbiamo mangiarne ancora di crostini duri…).

Se vogliamo godere di una moneta forte come l’Euro che ci consente di importare materie prime ed energia a prezzo vantaggioso senza le quali addio PIL e addio salari, dobbiamo per forza accettare una riduzione di tutte quelle tutele che hanno costi pubblici troppo elevati. Si rinuncerà a tutele solo però in cambio di opportunità.

Altrimenti falliamo, usciamo dall’euro, torniamo piccoli, ma forse più corrispondenti a ciò che veramente siamo, fuori dal G8, G20,GGG e vertici vari, ci facciamo costare di più gas, elettricità e benzina, e ci teniamo pure il posto fisso (a che salario poi, si vedrà), e tutte le tutele che ci piacciono di più.

Secondo perché ogni modello ambiguo significa che qualcuno è scontentato e qualcun altro lo è meno e dato che il governo non è certo un baluardo del proletariato, o se preferite delle classi di reddito medie e basse, valutate voi chi ne uscirà meno scontentato. La tensione sociale oggi è talmente forte che basta un nonnulla, basta una battuta tipo “il posto fisso, che monotonia!” a far saltare sulla sedia tutti.

Bisogna scegliere se stare da una parte o dall’altra, da quella del liberismo cosmopolita montiano o del protezionismo nazionalista e popolare. L’Italia è da sempre il laboratorio politico del vecchio continente e lo sta dimostrando una volta di più. Ma se Mario Monti dovesse fallire, se l’Europa unita e cosmopolita nata dalle macerie di due conflitti mondiali e di una guerra fredda dovesse  sfaldarsi oppressa dai debiti e dalle logiche del mercato, vedo un grosso pericolo all’orizzonte.

Sullo sfondo della vicenda euroeea si addensano vecchie nubi nere, cariche di distinzioni nazionalistiche, di populismo, di xenofobia, di chiusure. Voci di autarchia e rivendicazioni di supremazia morale non vengono più pronunciate sottovoce. Ripensando alle vicende del ‘900, ai totalitasimi sorti da paesi in bancarotta, sappiamo che non è il momento di abbassare la guardia. Da qualunque parte di questo grande gioco si stia, è il momento di stare sul pezzo.

greece greek riots

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