Auschwitz non è mai esistito

Non riesci a toglierti via dalla pelle quella sensazione fastidiosa.

Sono quattro ore ormai che ti trovi immersa nella vasca da bagno, nell’acqua ormai fredda. Prendi in mano il sapone e cominci a sfregarti le spalle ed il collo per l’ennesima volta, mentre lo sporco sgocciola nell’acqua che ti sembra fango. Strofini violentemente i polsi, mentre cominci a passare la spugna sulle cosce sempre più freneticamente, i movimenti così veloci e le mani così arrossate che ti spaventi. Presa dall’angoscia lasci scivolare la saponetta, mentre avverti uno strano rumore che ti fa salire il cuore in gola.

Quello che senti assomiglia ad un verso spaventato, simile ad un miagolio. Appoggi la schiena contro le fredde piastrelle del bagno, con il fiato corto e i battiti cardiaci che ti rimbombano nelle orecchie: chi è che fa quel rumore? Chi è che si trova in quella stanza chiusa a chiave?
Senti i versi farsi sempre più acuti e piagnucolanti, fino a che non ti accorgi, sbarrando gli occhi, che escono dalla tua gola. Ti tappi la bocca istintivamente, disperata, il pugno serrato e le nocche livide.

L’acqua non è abbastanza sporca.

Come se niente fosse riprendi il sapone e cominci a passarlo sulle caviglie, e mentre allunghi il braccio bianco intravedi il tuo nome: 927119.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

L’avevi ripetuto così tante volte che ti era rimasto impresso come un marchio, scolpito nella memoria ogni volta che chiudevi gli occhi. Gli appelli erano due, uno al mattino e uno la sera, tutti i giorni. Le file erano serrate e i numeri urlati in rapida successione non avevano pietà: chi non si ricordava il proprio diventava cenere che usciva da un camino.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Cominci a strofinare con forza i polpacci.

Ti avevano chiamata cagna ebrea, ma si erano accorti che eri bella.
Dopo qualche mese, i capelli rasati avevano cominciato a ricrescere, e da sotto il fazzoletto da lavoro si intravedevano i tuoi riccioli neri. La pelle, nonostante il sudore e la fatica, era rimasta bianchissima; gli occhi verdi limpidi avevano continuato a vivere.
Ti avevano chiesto quanti anni avevi. Sedici? Bè, allora sicuramente avresti desiderato lavorare in un luogo più caldo. Non potevi credere che ti stessero offrendo una simile fortuna, così li avevi seguiti senza obiettare, i piedi nudi che affondavano nella neve, le dita viola ormai insensibili.
Ti avevano spogliata e ti avevano guardata a lungo, ma a te non importava: mentre eri nuda sotto il loro sguardo avido, per la prima volta dopo mesi ti trovavi in una stanza con un camino acceso. Non potevi desiderare altro al mondo. Ti avevano dato da mangiare, ti avevano permesso di lavarti.
Il tuo posto era sotto il tetto di una delle baracche private, e dalla finestra ogni tanto vedevi correre delle figure esili. Erano talmente simili ed insignificanti che dopo poco tempo arrivasti a pensare che fossero tutte la stessa persona.
Gli ufficiali venivano a trovarti svariate volte al giorno. Ti dicevano “bella”, ma quando ti domandavano il nome la tua pronuncia non poteva sbagliare:

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Ti è sembrato di vivere quei mesi come in un sogno. Stentavi a credere al dolore fisico che provavi, quando sfinita ti lasciavi scivolare a terra, i muscoli tremanti. Non facevi altro che ripeterti che eri al caldo e che potevi mangiare, e come un mantra ripassavi mentalmente le cifre del tuo nome.
Le ultime settimane non pensavi nemmeno più ai tuoi gesti: un uomo in divisa entrava nella stanza e mentre cominciava a sfilarsi gli stivali con l’aria esausta, come dopo una lunga giornata di lavoro, le tue mani automaticamente ti spogliavano, e prima che l’uomo avesse finito tu eri già nuda, pronta ad eseguire gli ordini.
Mentre diventavi di loro proprietà avevi imparato a non sentirti nel tuo corpo, eri riuscita a non vivere quello che stavi facendo, tutto grazie alla ripetizione spasmodica e incontrollata del tuo nome.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Pronunciando quei numeri all’infinito, nel disperato tentativo di rimanere in vita, eri diventata infine quello che loro avevano deciso, dimenticando la tua vera esistenza.

Mentre ti insaponi il ventre ed i fianchi guardi l’acqua, e all’improvviso ti sembra che il suo colore sia sufficientemente sporco. Hai anche smesso di gemere senza accorgertene.
Soddisfatta, prendi in mano l’asciugamano e ti alzi in piedi. Ti sei dimenticata quanto tempo hai trascorso chiusa in bagno. Ti asciughi lentamente, scorrendo le dita sul tuo marchio. Lo guardi quasi senza capire, poi lo leggi ad alta voce con un sorriso: “Neun. Zwei. Sieben. Eins. Eins. Neun.”

Ti basta sentire quei suoni per acquietarti totalmente. Ogni oscurità sparisce dai tuoi pensieri. Vai in cucina e comincia a preparare la cena, canticchiando.
La tua coscienza è pulita, la mente è serena, il corpo è sano, perché tu lo sai, e ne sei certa che Auschwitz non è mai esistito.

Valentina Camac

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