Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

La faccia del sergente si fa seria e rimaniamo in silenzio per un po’. La discesa è pericolosa per colpa del ghiaccio e mi sento quasi in colpa per averlo ferito: so che vuole proteggermi, mostrando le difficoltà della mia ricerca, ma ho fatto una promessa. E non posso dimenticarla.

“Scusami Pietro” dice il sergente senza guardarmi negli occhi.

Non so cosa rispondere.

“Però devi permettermi di raccontarti un’altra cosa, perché se non parlo devo pensare alla guerra che si avvicina, e non voglio”.

“Mi dica sergente”.

“La leggenda della nascita della stella alpina” dice, girandosi e stringendomi d’occhio, poi riprende “così per i prossimi minuti mi sentirò di nuovo a casa”.

Ed io sorrido, ricordando le parole di mia madre: non aver paura di mostrare le tue debolezze ad un amico, perché è il solo che le saprà accettare. Capisco quindi che il sergente si fida di me e che, forse, ho trovato finalmente un amico in questo luogo così lontano da casa.

“Devi sapere che la Regina delle Nevi era una fata bellissima. Pastori e cacciatori che s’inerpicavano lassù, sulle vette più alte delle Alpi, dove regnano le nevi perpetue, restavano incantati della sua tanta bellezza e avrebbero dato qualunque cosa per poterla sposare. Davano, infatti, di solito la vita. Perché una legge implacabile del destino impediva che la fata potesse sposare un mortale. La Regina delle Nevi del resto doveva aver proprio un cuore di ghiaccio: attirava presso il suo palazzo di cristallo i malcapitati, li accoglieva benevolmente, poi, sul più bello, appena essi le domandavano di sposarli, sbucavano fuori ad un suo cenno migliaia e migliaia di folletti da tutti i crepacci delle rocce. Erano tanti e tanti, che non se ne vedeva la fine e, circondando il pretendente e sospingendolo verso l’abisso, lo facevano precipitare giù per picchi e dirupi. Il giorno dopo qualche alpigiano ritrovava il cadavere sulla riva del torrente. Un giorno, questa sorte crudele toccò ad un giovane ardito cacciatore di camosci, il più bel giovane che si fosse mai veduto al mondo. Aveva visto la Regina delle Nevi in una rosata aurora di maggio e n’era restato cosi affascinato che, tornato in pianura a casa sua, non aveva più trovato pace e non pensava che a lei. Era timido e ingenuo perciò non osava ancora rivolgere alla bellissima Regina la fatale domanda di nozze ma, da quel primo giorno che l’aveva ammirata, era tornato più volte nel regno delle Nevi per aver la possibilità di rivederla ancora. Si sedeva ai suoi piedi, taciturno, e stava ore intere a contemplarla senza nemmeno muoversi.  La fata era in verità commossa di questa muta ammirazione. E siccome il giovane non domandava di sposarla, non c’era ragione di chiamare l’aiuto dei folletti. Fors’anche, chi lo sa, senza avvedersene, la fata gli si era affezionata. E se non ci fosse stata la legge del destino a vietarle le nozze con un mortale, forse quello era l’unico uomo che si sarebbe adattata a sposare. I folletti però se n’erano accorti e temendo che la loro Regina potesse un giorno trasgredire la legge e attirare nel regno il castigo, di loro spontanea iniziativa, senza aver avuto alcun ordine dalla loro sovrana, anzi a sua insaputa, una volta che videro il giovane salire le balze dirupate del monte lo attorniarono e lo spinsero nell’abisso sottostante. Era il tramonto e le torri lucenti del gran palazzo di cristallo, dimora della Regina, erano tutte rosate per l’ultima carezza dei raggi del sole morente. Da una finestra del palazzo la Regina delle Nevi aveva visto ogni cosa. Era fatale che fosse così ma il cuore di ghiaccio della Regina delle Nevi si era a poco a poco mutato in un povero cuore sensibile di donna e, dai suoi occhi divinamente belli, scesero calde lacrime che, rotolando giù come vive perle sulla superficie levigata del ghiacciaio, caddero tra le rupi e si fermarono, trasformandosi in piccole stelle d’argento.

Così nacquero le stelle alpine, che spuntano proprio sul margine dei precipizi per ricordare, agli audaci che vogliono coglierli sfidando il pericolo, l’antica storia d’amore e morte del giovane cacciatore di camosci che amò segretamente la Regina delle Nevi e fu da lei segretamente riamato”.

Non ci parliamo più fino al comando, qui ci aspetta un capitano che non dice nemmeno il suo nome e ci indica su una cartina la disposizione del nemico. Ha delle foto di pezzi d’artiglieria ai quali dobbiamo stare molto attenti, impariamo che i cannoni del nemico nell’ultimo mese sono come numero raddoppiati, e ci mostra anche le foto di una macchina da tenere d’occhio: se la vediamo dobbiamo comunicarlo subito perché è una delle auto usate da Guglielmo II, il comandante delle forze tedesche. Sicuramente al seguito di quella macchina deve esserci una scorta armata numerosa con camion e cavalli.

Mentre i due parlano tra loro leggo un comunicato dell’Alto Comando dell’Esercito Italiano, che è appeso nell’ufficio del capitano:

 

                                                    Anno 1914

23 luglio: ultimatum Austro-ungarico alla Serbia.

28 luglio: l’Austria e l’Ungheria dichiarano guerra alla Serbia.

1 agosto: la Germania dichiara guerra alla Russia.

2 agosto: l’Italia si dichiara neutrale, decidendo in questo modo di non partecipare al conflitto.

3 agosto: la Germania dichiara guerra alla Francia, invade il Belgio, mettendo in atto il piano Schlieffen.

4 agosto: l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania.

5 agosto: l’Austria, l’Ungheria ed il Montenegro dichiarano guerra alla Russia.

6 agosto: la Serbia dichiara guerra alla Germania.

12 agosto: l’Inghilterra e la Francia dichiarano guerra all’impero Austro-ungarico.

23 agosto: il Giappone entra in guerra al fianco della Triplice Intesa.

26-30 agosto: Hindenburg e Ludendorff guidano le truppe tedesche alla volta delle armate russe a Tannemberg.

9-15 settembre: la Germania vince sui russi nella zona dei laghi Masuri.

3-13 settembre: battaglia della Marna. Von Falkenhayn sostituisce Von Molke.

8-12 settembre: le armate russe sconfiggono a Leopoli l’esercito Austro-ungarico, dilagando in Galizia.

29 ottobre: gli ottomani attaccano la Russia, a fianco degli Imperi Centrali.

2-3 novembre: la Triplice Intesa dichiara guerra alla Turchia.

6 novembre: l’esercito Austro-ungarico entra a Belgrado, che verrà liberata il 3 dicembre dalle armate serbe, dietro la guida del generale Putnik.

 

Aveva ragione il dottore: sono coinvolte un sacco di nazioni, ed al momento noi ne siamo fuori, per fortuna.

Torniamo al nostro rifugio con tutto il materiale caricato sui muli, più delle sigarette e della cioccolata. Il sergente si è fatto firmare la mia licenza, è di quattordici giorni.

Quella notte non riesco a dormire. E’ da tanto che aspettavo questo momento e adesso ho paura: di quello che potrò scoprire e di ciò che, molto probabilmente, non riuscirò a sapere.

 

“Ehi, Pietro, ci sei?”

“Ehi, sergente, ci sono”.

“Sono le cinque, svegliati: è ora di partire”.

All’alba nessuno è in branda, sono tutti lì a salutarmi. Il sergente ha gli occhi lucidi e mi consegna alcune monete: sono 14 lire e cinquanta centesimi, hanno fatto una colletta per aiutarmi.

Non li voglio, anche se so che mi potrebbero servire, ma loro insistono; sono tanti soldi e mi prometto che cercherò di non spenderli tutti e con quello che mi avanzerà porterò ai miei compagni da mangiare e da bere. Poi, nel darmi la licenza, mi consegna un foglio dicendomi: “Questo, testardo di un sardo, non ha valore nell’esercito, ma in un momento come questo tra i civili potrebbe aiutarti, usalo tutte le volte che pensi che ti possa servire e quando ritorni, brucialo”.

C’è scritto: Asiago – zona di guerra, 15 gennaio 1914Chiunque riesca ad aiutare il soldato Marra Pietro, latore della presente, a completare la sua missione avrà il riconoscimento del 152° reggimento brigata Sassari.

Sergente Pavan  Giuseppe

 

Non riesco a dire niente a nessuno, li saluto con cenno della mano e della testa, mi sento un’angoscia che m’impedisce di deglutire e me ne vado prima di mettermi a piangere, sentendo le loro urla e i loro incitamenti alle mie spalle.

Tanto per cambiare nevica e fa freddo, mentre scendo al comando. Cerco di pensare a cosa farò quando sarò a Modena, andare dai Carabinieri, vedere all’ospedale oppure in chiesa, ma quanti posti dovrò controllare? Ogni cosa che penso poi la scarto. Trovo un passaggio su un camion del 32° fino a Vicenza poi devo aspettare le due del pomeriggio per il treno per Verona. Là, prima di mezzanotte, c’è un treno per Modena; sono talmente stanco, perché sono due notti che dormo poco, così mi addormento subito.

 

“Soldato”.

“ … ”

“Soldato!”

Il controllore mi scuote e mi sveglia.

“Siamo arrivati: non doveva scendere a Modena?”

   

 

Modena

 

 

Secondo giorno di licenza.

Lo saluto e scendo, chiedo in stazione indicazioni per andare in Comune; c’è la nebbia, non l’avevo mai vista così fitta, ma finalmente non sento freddo. In città ci sono molti portici, arrivo in Piazza Grande, che è enorme davvero, forse la più grande che ho visto: ci starebbe quasi tutto il mio paese, forse. Incontro molta gente, c’è una chiesa bianca bellissima con un campanile molto alto. Questa piazza e questa gente mi fanno venire in mente il 15 maggio, san Simplicio patrono di Olbia. Con mia madre e Turi mi ero perso in mezzo a quella confusione allora mi sono ricordato di un suo insegnamento: quando sei in un posto nuovo e ti perdi, vai in fondo a destra ad aspettarmi ed io ti ritroverò.

Ed è proprio andata così. Quando sono arrivato in fondo alla piazza, sulla destra, c’erano mia madre e Turi che mi aspettavano: è stato un momento bellissimo. Quanto vorrei provare a vedere se anche oggi sono in fondo a destra ad aspettarmi. In Comune, due che lavorano lì mi ascoltano e mostrano interesse per la mia storia, però dicono che non sanno niente di Marra Salvatore e vengo a sapere che per abbattere le mura della città ci vorranno parecchi anni. Nel 1882 sono iniziate con la demolizione di porta Bologna ed i lavori non sono ancora finiti. Mi dicono che Giacobazzi, Barbieri, Pastorino e Malagoli sono i nomi delle ditte che stanno facendo i lavori per il Comune.

Scendo in piazza e incontro due agenti del dazio che si stanno recando verso la gabella di Barriera Garibaldi, mi dicono che se vado con loro lì c’è il cantiere delle mura.

In questo momento sono a demolire nel tratto che va dal teatro Storchi al baluardo San Pietro. Arrivato in mezzo agli operai noto che mi guardano tutti: si forma un gruppo nutrito ed uno di loro mi chiede se ci sarà la guerra.

“Non penso, se no, non sarei licenza”.

Non sembrano convinti della mia risposta, ma questo non mi fa dimenticare la mia missione.

“Io sono qui perché sto cercando mio padre, Salvatore Marra. Ha lavorato qui nel mese di giugno del 1898”.

“Sono tanti, quindici, sedici anni fa” dicono alcuni scuotendo la testa poi tornano al loro lavoro; uno mi indica una baracca di legno dove c’è il padrone.

E’ gentile, mi stringe la mano. Forse è la divisa.

“Soldato, sono Barbieri Andrea, cosa posso fare per lei, forse cerca lavoro?”

“No, sto cercando mio padre; ha lavorato a Modena nel 1898. Si chiama Marra Salvatore”.

“Sig. Marra, non è disponibile un elenco della gente che lavora per noi e il nome di suo padre non mi dice niente”.

“Dove posso trovare le altre ditte che si occupano della demolizione?”

“Lei cerca un sacco di gente: Malagoli non so, ma per Pastorino e Giacobazzi posso aiutarla. Segua il cantiere e li troverà di certo”.

Nella baracca successiva sono più fortunato: tengono un elenco delle persone che ritirano la paga. Nel 1898 non c’è nessun Marra.

Mentre cammino fra gli operai, penso che anche mio padre ha fatto come loro, con martello e scalpello e piccone a demolire poi pulire quelle pietre. Sono preso dallo sconforto, forse aveva ragione il sergente.

Arrivo in una baracca dove mi indicano il capo. Pastorino Aldo è alto, magro come uno stecco ed ha un grosso cappello bianco; ascolta la mia storia poi mi dice che non si ricorda di Marra Salvatore ma che posso tornare la mattina dopo che c’è la signorina che tieni dietro alle paghe.

Ringrazio ed esco, poi comincio a girare per il cantiere chiedendo a tutti se hanno conosciuto mio padre; cammino fino a sera, sono stanco ed ho fame. Torno in stazione dove c’è una trattoria: mangio qualcosa poi mi metto in una panchina in sala d’aspetto e mi addormento.

 

Terzo giorno di licenza.

Il fischio prolungato di un treno mi sveglia, sono le 5 del mattino, cerco un bagno poi vado subito in cantiere dove non c’è ancora nessuno. E’ il terzo giorno e non ho ancora trovato niente. Finalmente arriva la signorina, ma avrà quasi cinquant’anni.

“Piacere Macchia Tina, cosa desidera?”

“Ieri ho parlato con il signor Pastorino e mi ha detto che devo chiedere a lei: se può guardare se nel giugno del 1898 mio padre Marra Salvatore ha lavorato per voi”.

Non dice niente, fa solo dei lunghi sospiri e dilata le narici più volte, poi tira fuori un librone che peserà più di lei e lo sfoglia fino ad arrivare al 1898.

“Marra?”

“Marra”.

“Marra, eccolo qua. Marra Salvatore ha preso la sua ultima paga sabato 11 giugno 1898; e adesso che ha trovato il suo nome?”

Bella domanda. Sono talmente contento che non capisco più niente: e adesso cosa le chiedo?

“Non le serve altro soldato?”

“Mi sa dire dov’è andato? Dove dormiva?”

“Noi qua segniamo solo le paghe, non siamo tenuti a fare null’altro”.

“Mi sa dire se quel giorno se ne sono andati altri operai?”

“Certo, io sono precisa: cosa crede?”

Resto in silenzio a guardarmi i piedi fasciati negli scarponi da montagna mentre lei riprende la ricerca per me.

“Ecco, gli altri due pagati l’11 giugno sono i fratelli Giovanni e Giacomo Bisighìn”.

“Mi sa dire di dove sono?”

“Voi soldati fate sempre così tante domande?” domanda sorridendo, poi mi dice: “Io non so di dove sono, però posso dirle che tutti gli anni, quando in campagna non c’è lavoro, vengono da noi e, se non sono qui intorno, li trova alla porta San Francesco. Abbiamo un cantiere anche là”.

La bacerei, ma ho paura che possa travisare il mio gesto, così la ringrazio solo con lo sguardo poi corro subito fuori e mi faccio indicare dove devo andare. Dove posso trovare i fratelli Bisighìn. Faccio di corsa fino a porta San Francesco, vedo degli operai e vengo a sapere che uno dei fratelli si è ferito mentre lavorava e l’altro l’ha accompagnato dal dottore.

“Dove posso trovare questo dottore?”

“Soldato, segua questa strada, sempre avanti e guardi i palazzi alla sua destra fino a che non trova la scritta ospedale”.

C’è molta gente, vanno tutti di fretta, chi a piedi chi a cavallo e ci sono anche molti carretti e non tutti del cantiere. Cammino e mi accorgo che oggi non ho ancora mangiato niente,  ma ora non ho tempo. Passo davanti a delle case molto grandi e poi eccolo: davanti ad una porticina c’è scritto Ospedale sant’Agostino, voluto dal duca Francesco D’Este nel 1753.

Alla prima persona che incontro chiedo dove posso trovare i fratelli Bisighìn, ma quello mi risponde: “Guardi che io sono qui perché ho bisogno di un medico”.

Mi scuso più volte finché da una porta esce un’infermiera e da lei vengo a sapere che i muratori che sto cercando sono al primo piano ed hanno appena finito la loro medicazione. Salgo e quando mi trovo davanti due uomini chiedo loro se sono i fratelli Bisighìn.

“Sì, io sono Giacomo e lui è Giovanni, come mai ci sta cercando soldato?”

“Io sono Pietro Marra e sto cercando mio padre Salvatore che ha lavorato sicuramente con voi sedici anni fa qui a Modena: l’11 giugno del 1898 ha preso la sua ultima paga e se n’è andato”.

Giacomo guarda suo fratello e cominciano a parlare in uno strano dialetto, poi si volta e mi dice: “Suo padre non l’ha più visto da allora?”

“No, in realtà non lo vedo dal 2 maggio del 1897”.

Sempre Giacomo: “Guardi soldato, forse pensiamo di aver capito: tutti gli anni nel tempo della mietitura torniamo a casa e qualcuno che ama lavorare in campagna ci segue. Forse Salvatore ha fatto lo stesso, ma è passato così tanto tempo che non possiamo esserne certi. Dato che ora, come può vedere, mi sono rotto un braccio ed il dottore mi ha detto che per un po’ non riuscirò a lavorare, se lei ha tempo e mi segue a casa le farò vedere delle foto”.

“Perché delle foto?”

“Tutti gli anni a casa nostra, ad Albarello di Sotto, finita la mietitura si fa una festa ed un fotografo di Castelnuovo del Garda fa alcune foto che conserviamo: se siamo fortunati a riconoscere suo padre forse riesco a dirle dove può essere andato dopo”.

Passiamo da un dormitorio, dove mi offro di prendere le sue cose sistemandole sul mio zaino, poi mangio qualcosa con loro. Salutiamo Giovanni e subito in stazione a prendere il treno delle tredici per Verona. Durante le due ore in treno gli chiedo altre notizie: “E’ sicuro di aver capito chi è mio padre?”

“Penso di sì”.

“Siete stati assieme per quanto?”

“Credo sette o otto mesi”.

“Vi ha mai detto che veniva dalla Sardegna?”

“Se è l’uomo che credo, non siamo mai riusciti a fargli dire di dov’era, tant’è che pensavamo avesse dei problemi con i gendarmi”.

Rimango in silenzio, guardando fuori dal finestrino. La campagna riempie lo sguardo ma il cuore è vuoto: mio padre non ha dovuto solo abbandonare la sua famiglia, ha anche dovuto lasciare indietro le sue radici, la sua isola. Chissà quanto si sarà sentito solo.

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