Mens sana in corpore sano

E’ poco più di mezzanotte e ho appena terminato la visione del programma Sirene in onda su RaiTre. La trasmissione di stasera seguiva l’intera missione fatta dalla Guardia di Finanza di SanRemo nei confronti della casa di riposo Villa Borea. Le immagini sono disumane, non sono per tutti e sono molto forti ma credo che per far capire la portata della violenza e della bestialità la visione del video possa rendere giustizia.

Posso dire che in alcuni momenti mi sono coperta gli occhi, quasi che queste potessero proteggermi dalla frammentazione dell’idea di Essere Umano che professo e in cui credo da anni. Ma le retoriche, qui, non ci piacciono e non ci interessano. Ci interessa invece affrontare un altro tema, strettamente legato al tema della crisi economica, che nelle ultime settimane rimbalza tra telegiornali e talk-show senza mai avere una risposta esaustiva: i costi della sanità pubblica. Ho sentito la settimana scorsa a Ballarò parlare di “impossibilità di riduzione ulteriore delle spese della sanità pubblica e, anzi, necessità di espansione degli investimenti” perché i fondi che si investono sono fondamentali per il funzionamento di quello che viene definito “il miglior sistema sanitario d’Europa”. Per prima cosa mettiamo luce su un paio di punti: gli ospedali, le strutture sanitarie e le strutture di assistenziali che fino a pochi anni fa erano considerati servizi pubblici, sono diventati pochi anni fa aziende, simili a quelle private, che producono beni semplicemente di un altro genere. Questo significa che agli amministratori è stato assegnato un budget predefinito per far fronte alle proprie esigenze, che gli incassi vengono calcolari in base al tipo e alla qualità venduti, che sono stati introdotti sistemi di controllo della qualità dei processi produttivi e, infine, come qualsiasi altra azienda privata, sono stati predisposti dei meccanismi di premio per chi contribuisce al raggiungimento degli obiettivi e delle penalizzazioni che possono colpire principalmente i dirigenti responsabili realizzazione dei progetti prestabiliti. Come si va a monetizzare la salute? E’ necessario quantificare quanto produce, a quali costi e pagare all’azienda quanto viene prodotto. Questo avviene tramite i DRG, cioè un calcolo combinatorio basato sulla scheda di dimissione ospedaliera (SDO) in cui vengono indicati patologia del paziente, procedura diagnostica e terapeutica. Ogni DRG ha un valore economico prefissato che viene corrisposto dalle regioni alle aziende ospedaliere.

Significa, per noi comuni mortali, che le aziende premiate sono quelle che garantiscono il maggior numero di prestazione al più basso prezzo possibile. Vi do un momento per riflettere sull’ultima frase. La maggior quantità di prestazioni al più basso prezzo possibile.

Villa Borea è un esempio tra tanti di azienda ospedaliera-assistenziale statale sommersa (anche se di statale mantengono probabilmente soltanto il valore nominale sull’insegna e sulla carta intestata). Perchè sommersa? Perchè per essere un’azienda riconosciuta dallo stato sono necessari controlli continui e protocolli rigidi demografici e di sicurezza. Come tante altre case di riposo che diversamente non potrebbe sopravvivere in forma strettamente privata, Villa Borea è prima di tutto un’associazione che riceve fondi di mantenimento per assistenza ad anziani dalla regione  ligure. E secondariamente, non essendo un’azienda ospedaliera e assistenziale diretta, non è sottoposta a controlli sul personale e protocolli di sicurezza. La responsabile, nondimeno moglie del senatore PDL Gabriele Boscetto, accusata di non aver denunciato i soprusi e le violenze sessuali che venivano inflette alle anziane della casa di riposo è stata rimessa in libertà e, volendo, da domani può tornare a gestire la sua associazione e la sua struttura. Quindi, i soldi pubblici grazie alla regione ligure sono stati dati non per eliminare le attese chilometriche delle prestazioni mediche, ma per finanziare un mattatoio. Ma, secondo il ragionamento basato sul DRG, Villa Borea risulta un ottimo investimento per l’azienda ospedaliera e per la regione ligure: a grande quantità di prestazione corrisponde una spesa minima di trattamento perché gli anziani non venivano alimentati, non venivano prestate loro cure mediche, non esisteva un direttore sanitario da retribuire e soprattutto gli infermieri venivano presi da una struttura privata esterna. Solo a me sembra paradossale?

Alla luce di questo, ripenso alle parole sentite sui costi della sanità pubblica. Penso, prima di tutto, che si faccia fatica a parlare di “pubblico” e “statale” quando gli ospedali sono diventati uno strumento di monetizzazione della salute. Aggiungo che gli investimenti statali nel settore sanitario dovrebbero mirare prima di tutto a garantire il diritto alla salute e all’assistenza a tutti quanti, seguito da un alta formazione del personale (e probabilmente noi a Modena siamo fortunati perchè, dati alla mano, abbiamo un’ottima facoltà di Medicina sulla carta) che però non si limiti alla preparazione clinica ma che preveda una maggiore attenzione per le dinamiche sociologiche e antropologiche che la medicina inevitabilmente si porta dietro. Credo che i soldi pubblici dovrebbe servire per annullare le liste d’attesa di esami, prestazioni e interventi nel nostro paese perchè non basta dire “l’America è messa peggio” per sentirsi migliori (Ricordo che nella riforma sanitaria americana, il sistema MEDICAID amplia il servizio per i cittadini indigenti fino a coprire chiunque guadagni meno del 133% della soglia di povertà –29mila dollari l’anno per una famiglia di quattro persone- e aumenta il contributo federale ai singoli Stati per la copertura dei costi.), bisogna creare una rete medico-sanitaria che sia funzionale e che smetta di pensarsi come un’impresa che produce un bene commerciale, ma sia quella struttura pubblica in cui la giustizia sociale ancora non muore nel nostro paese, al contrario di tutti gli altri settori vitali. Eppure se devo sottopormi ad una visita medica, oggi come oggi posso scegliere tra aspettare tre mesi (se va bene) e pagare il superticket oppure se con qualche decina di euro in più farmi visitare privatamente dallo stesso medico nel giro di tre giorni. Provate a fare due conti utilizzando la tabella sottostante e la vostra esperienza personale…

Io stessa al Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera di Sassuolo ho pagato Eur. 58.00 per una lastra ai polmoni e sette ore di attesa nell’accogliente sala d’aspetto. Con venti euro in piu’  potevo sbrigarmela il giorno dopo in cinque minuti, me l’ ha detto anche l’ infermiera che stava in accettazione, preoccupata perche’  l’ affluenza al Pronto Soccorso stava diventando quella della stazione di Milano Centrale, ma altrettanto non preoccupata dei tempi biblici di visita in pronto soccorso, della mancanza di personale in pausa caffe’  visibile perfettamente dal vetro dell’ accettazione e da un sistema a colori che dubito persino loro abbiano compreso ( sembra la nuova numerazione della Posta, avete presente? Quella marchingenio infernale che suddivide le richieste secondo canoni completamente inutili allo smaltimento delle code ma utilissimi per permettere un esaustivo avvicendamento del personale alla macchinetta della Lavazza?)

Mi chiedo, non è forse lo stesso meccanismo che muove il sistema di assicurazione sanitaria in America “se ho i soldi, mi curo“? Se i soldi pubblici servono a finanziare strutture come Villa Borea, a pagare gli stipendi dei Dirigenti e non ad incentivare la ricerca medica, il lavoro degli operatori socio-sanitari, il progredire delle strutture e il rispetto del diritto sanitario in cosa esattamente siamo migliori? Nel mercato in forte crescita delle assicurazione medica?

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