E la bionda individuò cause di serie A, cause di serie B.

Pochi giorni fa, in una discussione al bar,  mi capita di sentire in un tavolo alle mie spalle una ragazza sulla trentina, bionda, procace e di lingua snella, parlare così: “Ci sono cause di serie A e cause di serie B. Ad esempio la sanità, la salute sono di serie A, la cultura e la ricerca sono cause di serie B”. Come a dire che conta di più la salute che la ricerca scientifica (come se ci potesse essere l’una senza l’altra) e la cultura in senso lato. Come a dire che chi fa il medico è un professionista di serie A, mentre chi fa ricerca o cultura e la divulga è un professionista di serie B.

Una parte di me sentendo la brillante osservazione s’è alzata dalla sedia, ha lasciato lì il bicchiere mezzo pieno e se n’è andata da quel bar, da Modena, e persino da questo paese. L’altra parte è rimasta lì, ad ascoltare in silenzio i distinguo della bionda: “Sarà ben più importante curare un bambino dalla leucemia, che mettere in piedi un museo?”. Siamo tutti d’accordo, no? Chi è il pazzo che non è d’accordo?

Io, e la Costituzione Italiana, ad esempio. Sia io che Lei sosteniamo che sono due cose di primaria importanza entrambe, allo stesso modo. Si tratta di principi, e i principi non sono calcisticamente classificabili in principi di serie A e principi di serie B. Durante il discorso della bionda colgo che è laureata in scienze politiche, all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Allora avrà dato certamente un esame di diritto costituzionale italiano e comparato. E allora certamente saprà come recita la Costituzione Italiana, all’articolo 32 del titolo II (Rapporti etico-sociali), La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Bella la Costituzione Italiana, la più chiara e organica del mondo a detta di molti costituzionalisti. Ma insieme forse anche la più tradita e la più ignorata. La bionda del bar avrà dunque dimenticato in buona fede che molto prima dell’articolo 32, nel capitoloiniziale dedicato ai principi fondamentali, all’articolo 9, si legge: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Pare dunque che i costituenti abbiano messo la cultura fra i principi fondamentali e la salute no. Un errore? O ci sono delle ragioni? I nostri sono tempi in cui la vita umana ha acquisito un valore estremamente alto; nel giugno 1946 quando la carta fu redatta, ad un anno dalla fine della guerra, i milioni di morti avevano fatto abbassare di molto le quotazioni del “valore-vita”, e quindi era fisiologico che la salute fosse considerata quasi un lusso, date anche le condizioni sanitarie in cui vessava l’Italia distrutta.

Ma c’è anche un altro aspetto che non può sfuggire. Gli uomini di stato sanno perfettamente una cosa: una vita conta, ma tante altre ne seguono ad una singola che si spegne. Il popolo sopravvive alla morte di un suo componente. Perciò bisogna tutelare prima i principi collettivi, poi quelli individuali, per questo la cultura viene prima della saluta nella Costituzione. Va conservato ciò che di più prezioso un popolo ha, ciò che gli consente di ripartire anche dopo una catastrofe costata preziose vite umane, e questa cosa è la sua storia, il suo sapere, le sue conoscenze. E a pensarci bene, anche nella vita di un singolo la memoria è importante, forse anche più della salute. Cosa saremmo senza ricordi? Come riusciremmo a ripartire dopo un fallimento, dopo un lutto o un grande sconfitta?

Sembra retorica e astrazione, dire qualcosa del genere nel 2012. Dopo 30 anni di biscione di tette e culi chi dice cose del genere e ricorda la Costituzioe è visto come un marziano. Ma se andiamo indietro di qualche anno, la storia cambia. Qualcuno ricorderà le immagini dell’alluvione che investì la Toscana del 1966: 34 morti tra Firenze e i comuni vicini. Ma le foto degli “angeli del fango” sono quelle che hanno fatto il giro del mondo. Volontari italiani e non solo, giovani militari e civili, impegnati nel tentativo di salvare l’immenso patrimonio della Biblioteca Nazionale o degli Uffizi.

La cultura ha ricevuto negli ultimi anni in Italia mediamente lo 0,8% delle risorse pubbliche derivanti dalla tassazione. Il più grande patrimonio pubblico italiano, conta meno dell’1%. L’Italia è il paese più visitato al mondo in rapporto alla sua popolazione e lo è grazie al suo patrimonio storico e naturalistico. Il PIL derivante dal settore cultura è stimato a 140 MLD di euro, mentre la spesa per esso ammonta ad un misero 1,8 MLD (fonte UE “Economy of Culture”). La cultura quindi, senza considerare l’indotto che beneficia del turismo (alberghi, ristoranti, etc.) che è ovviamente incalcolabile (e forse in parte anche sommerso) produce 21,3 volte la spesa per esso. E questo nel paese europeo in cui i Beni Culturali sono in gran parte di proprietà e gestione pubblica, per buona pace di chi vuole privatizzare il patrimonio pubblico. E rispetto agli altri paesi europei? Bè il grafico qui di seguito direi che parla da solo:

Quindi il settore cultura è in Italia quello che gode del maggiore moltiplicatore di guadagno. Cioè per ogni euro che lo stato e quindi i cittadini investono in cultura ne tornano ventuno. In termini finanziari si potrebbe dire che c’è un rendimento del 2100% annuo, superiore a qualsiasi rendimento di fondo azionario, misto, bilanciato, obbligazionario, btp, e chi più ne ha più ne metta . Ora, perché allora investire così poco? La risposta è piuttosto semplice. Ogni investimento nel settore cultura porta frutti in un arco di tempo a medio e lungo termine, non certo istantaneamente e non certo nell’arco di tempo di una legislatura, ossia nel tempo concesso al politico eletto democraticamente per fare in modo di essere rieletto. Non è “economico” per i politici di oggi investire su questo settore, meglio fare rotonde e parcheggi, quelli sì che portano voti.

A me sembra assurdo, ma ripeto sono ben consapevole di far parte di una minoranza, che lo stipendio medio degli insegnanti, cioè di coloro che trasmettono cultura e risultati della ricerca scientifica alle nuove generazioni nel 2008 era di 26.000 euro lordi (contratto collettivo credo ad oggi  non ancora rinnovato), mentre quello di un manager che produce cartoni per il latte è di 45.000.

Possiamo dire che il prestigio sociale di una professione si misura col salario che il contratto collettivo nazionale gli attribuisce. Evidentemente l’educazione dei figli degli italiani è meno importante dei cartoni per il latte. In Italia il potere di acquisto del salario di un insegnante di scuola elementare è inferiore a quello di un’autista di autobus e corrisponde a meno della metà di un suo omologo svizzero, americano o inglese.

Ecco spiegato il punto di visto della bionda procace. Un punto di vista tipicamente italiano. Chi lavora per la cultura e per la sua trasmissione vale la metà di un manager, e meno della metà di un insegnante di un nostro paese confinante, che come è noto non ha i nostri stessi problemi finanziari, benché la sua spesa pubblica in istruzione e cultura pro-capite sia praticamente tripla che la nostra. Avranno forse capito che ricerca, cultura e divulgazione sono il cardine della crescita economica e dello sviluppo?

Ora, smettiamola di chiederci perché un’intera generazione di giovani italiani sta emigrando. Forse alla bionda del tavolo accanto, bisognerebbe spiegare che lo stato delle cose che ci si trova a fronteggiare non è necessariamente il modello da seguire. La realtà e le prospettive future sono la stessa cosa solo in chi manca di immaginazione, di iniziativa, e in chi tutto sommato crede che produrre cartoni per il latte sia e sempre sarà il vero traino della nostra economia, e l’orgoglio dell’Italia nel mondo.

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Una risposta a “E la bionda individuò cause di serie A, cause di serie B.

  1. Articolo giusto e puntuale…
    Mi permetto solo una osservazione: il problema della scuola italiana nasce quando è diventata il collocamento preferito (assieme alle Poste) per dare impiego nel voto di scambio, generando una pletora di insegnanti inadatti e poco qualificati da una parte e precari eterni dall’altra… Forse un pò di cattiva pubblicità deriva da questo…

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