I rumori della Valle (di Pietro Tarozzi)

Avrei voluto allontanare il più possibile, evitarlo, se si poteva, il momento in cui i barbari dall’esterno, gli schiavi dall’interno si sarebbero avventati su un mondo che si pretende essi rispettino da lontano o servano dal basso, ma i cui benefici sono a loro interdetti”

Adriano, imperatore romano

18, marzo, Val di Susa
Arriviamo verso mezzogiorno a Susa e il cielo non promette nulla di buono.
Fa freddo ma qualcuno che non conosciamo ancora ha preparato anche per noi polenta e ragù.
Quanto segue vorrebbe essere il semplice racconto di una giornata, nessun dettaglio tecnico sul Tav, sulla sua inutilità e sulle ragioni che stanno tutte da una sola parte. Le informazioni a riguardo ci sono, basterebbe leggersele, poi confrontarle con la banalità dei comunicati ufficiali che trovano in un nuovo treno per il trasporto delle merci la chiave d’accesso dell’Italia a un Europa in via di decomposizione. Qua e Qua qualche dato ma potrebbe essere prodotta un’intera biblioteca.Per quanto mi riguarda vorrei solo essere in grado di riassumere i rumori della Valle.
Si sale, l’appuntamento è su una collinetta che domina Susa, un’ex zona militare abbandonata che per qualche ora rivivrà una più degna esistenza. La gente non è molta ma mentre si procede ci si saluta come tra persone che condividono un comune sentire: di preoccupazione.

E’ un’eleganza ancestrale quella che ci attende, spettacolo che è il riassunto vivente di atmosfere tzigane, circhi novecenteschi e sit-in hippy. Giocolieri, attori e musicisti intrattengono i presenti, i bambini si divertono mentre i grandi chiacchierano, mangiano e applaudono. All’esterno dell’edificio diroccato quattro attivisti con le tute bianche si calano nel vuoto per dipingere una grande scritta NoTav che dominerà la città di Susa per qualche tempo.

Ci si muove verso la collinetta da cui si vede la valle, Susa ha un fascino tutto suo: di confine e piemontese. Un ragazzo del posto ci legge la sua città, quella che si ramifica sotto di noi: la Dora Riparia, il vecchio ponte fatto saltare dai partigiani durante la guerra e la discarica sulla montagna che potrebbe riempirsi di nuovi materiali inquinanti se iniziassero i lavori. Ci indica dove dovrebbe sorgere la nuova stazione internazionale (una stazione internazionale in un paese di 6.500 anime rimane un mistero) e le aziende che hanno affari con il Tav. Solo lavori di recinzione perché di cantieri in Val Susa non ve n’è l’ombra. Sono racconti di fallimenti e l’odore è quello tipico mafioso.

Ci racconta di come, secondo lui, viene visto il progetto dall’alto, da chi detiene il potere: “è come in un plastico”, ci dice, “tu tracci una linea senza la minima idea della vita e del luogo che scorre là sotto, non puoi toccarlo e non lo afferri, hai solo il plastico ed i soldatini che muovi come nei migliori film di guerra”. “Il problema”, argomenta, “è quando anche tu che ti opponi cominci a vedere le situazioni come in un plastico”. “Cosa vuoi dire?” “Non lo so neanche io, dico tante cose.” Certo è che da lassù, sopra Susa, nella vita reale e non come in un plastico, l’affermazione ricopre tutto il proprio senso anche in assenza di parole di spiegazione. Ci racconta dei fatti di luglio e delle vicende di poche settimane fa’, del gas Cs lanciato vicino alle abitazioni e dei rastrellamenti fino dentro ai bar, vetrine comprese. Conosciamo le vicende e siamo qua anche per questo.

Dopo avere parlato di lacrimogeni e rastrellamenti l’appuntamento a Giaglione per visitare il non-cantiere si tinge di cupo come il cielo sopra di noi. Ma scendendo dalla collinetta dell’ex-forte militare ci accorgiamo che non siamo soli. Non lo siamo mai stati in Valle, eppure non conoscevamo nessuno. Si canticchia camminando e un musicista che aveva suonato poco prima durante il pasto, conoscendo la canzone prosegue le strofe dettando i tempi. Anche solo la musica comunica come ha sempre fatto.

L’appuntamento a Giaglione per la marcia è bagnato da un pioggerellina fine. Non si capisce quanta gente vi sia ma la cifra può essere racchiusa tra le 150 e le 250 persone. Si riconoscono Perino eTuri Vaccaro, il pacifista che strappa sorrisi ai poliziotti. Più tardi lo vedrò intonare una preghiera con altre decine di persone davanti al non-cantiere, prima di scoprire, il giorno dopo, che verrà arrestato a Torino senza alcun motivo se non la sua presenza.
Non stupisce più il fatto. Sempre per lui due settimane fa avevamo assistito al ripristino della consuetudine fascista del “fermo di polizia preventivo”, arresto senza imputazioni. Un po’ come quello che accadeva durante il ventennio ogni qualvolta che un gerarca andava in visita a una città. Allora l’occasione fu la visita di Napolitano, sabato c’era Monti e il trattamento si è rivelato lo stesso.

Sicuramente, dopo avere visto pregare quell’uomo che gira a piedi nudi, ci si accorge che per esso le barriere non contano e che tutto il resto assume una rilevanza relativa perché, oltre l’indignazione, quell’uomo sarà ovunque infinitamente più libero dei suoi carcerieri.
Potranno fare il Tav, privatizzare l’acqua, tradire la Costituzione, abolire i diritti dei lavoratori, il tutto in meno di un anno, ma sarà dura privarci pure della dignità.

I primi sbarramenti sono aperti e si prosegue verso la zona militarizzata. Il cantiere osservato dall’alto del sentiero appare minuscolo e senza senso, come un piccolo feudo, in dissonanza con la bellezza della Val Clarea. Non è nient’altro che un piccolo recinto di filo spinato sotto a un viadotto, abitato da qualche cellulare della polizia e da qualche mezzo militare. Avvicinarsi alle recinzioni mette angoscia, l’assurdità della visione non lascia fughe ai dubbi. Gli unici lavori eseguiti sono quelli che sono stati fatti per recintare piccole porzioni di terreno, quelle che il movimento NoTav presidiava.
Nel 2005, dopo il blitz della polizia contro il presidio di Venaus, i lavori vennero abbandonati e la magistratura mise sotto sequestro l’intero cantiere. Oggi il progetto è già modificato: non c’è più Venaus ma Giaglione, come se il Tav potesse essere costruito in ogni parte della Valle indipendentemente dalla fattibilità e dall’economicità dell’opera.

Accanto al filo spinato cominci a comprendere quanto sia vero l’assioma che il potere lo detieni finché sei in grado di non esercitarlo, perché non appena lo eserciti (almeno nella misura osservabile da questa Valle) hai già cominciato a perderlo ed in maniera definitiva, a prescindere dal tempo. E non è un caso se il coro favorevole al Tav accomuna trasversalmente la maggior parte degli schieramenti politici, questi difendono la loro esistenza ed una sacralità ormai profondamente in bilico.
Ci vuole poco a decifrare la dinamica del “prendi i soldi e scappa”: l’opera è affare bipartisan, dalle cooperative “rosse” come la Cmc di Ravenna alla onnipresente Impregilo, le stesse del famigerato ponte sullo stretto. C’è poco da fare, l’economia, se presa di petto, rimane per molti una materia dal sapore quasi metafisico. Se la si cala in un territorio però e la si legge tramite la lente del suo sfruttamento, alla luce di un dubbio beneficio ed a discapito di una intera popolazione, le sue dinamiche diventano maggiormente decifrabili e certi personaggi cominciano ad assomigliare sempre di più a ladri di polli, con qualche dollaro in più.

L’economia odierna presenta spaventose analogie con le centrali nucleari: i profitti sono privati mentre i costi delle catastrofi si scaricano sui contribuenti. E’ economia di guerra e i militari, i bossoli dei lacrimogeni e il filo spianato sono lì davanti a ricordarcelo.

Qualcuno si avvicina alle reti, tenta una comunicazione con i carabinieri oltre il filo spinato. Si tenta di divulgare l’inutilità dell’opera all’unica interfaccia che questo governo tecnico concede: i poliziotti. Ormai è una questione di fede e di dogmi. Appare strano ma nel 2012 il potere che ci governa è quanto di più impermeabile vi possa essere alla ragione, è dogma allo stato puro. Non c’è nessun patto tra i diaconi bocconiani e i cittadini, solo ordini da eseguire e chi ha qualche ragione da discutere può comunicarla ai carabinieri.

In effetti una comunicazione avverrà ma questo solo dopo avere “suonato” per una mezzoretta le recinzioni in ferro con dei sassi. Bom, Don, Bom, Don… Prima uno, poi tre, poi dieci persone tutte a battere le pietre contro lo steccato, unico modo per farsi udire. Strana la frustrazione metallica all’interno di un bosco. Era come suonare il campanello di una porta che non esiste.

Un signore dalla giacca verde prende la parola, di fronte, oltre la recinzione, ha il capitano dei carabinieri come interlocutore. Comincia indicando un generatore con un faro sul quale vi è scritto “Officine Giuliano”, provincia di Napoli. Partono supposizioni, poi domande sul come fosse possibile noleggiare macchinari così in lontananza se a parole il cantiere doveva portare lavoro in Valle.

Discutono di tutto, di Costituzione e di legalità, interviene anche Turi Vaccaro che poco prima avevo visto pregare assieme ad altri signori della Valle. Domanda al capitano perché non viene arrestato siccome è in possesso di un “foglio di via”, una specie di obbrobrio giuridico dalla giurisprudenza incerta.

Le risposte del capitano, quando ci sono, eludono ed alla fine è quasi come battere i sassi contro la barricata: il rumore rimbalza senza interazione. Non c’è scambio, solo una barriera, sia mentale che fisica. Il capitano ha giurato di difendere le Istituzioni e non i cittadini. Ne consegue che queste possano rubare la Costituzione, rispettando le regole, ma il cittadino non possa fare blocchi stradali o manifestazioni per difenderla perché, in queste condizioni, difendere la Costituzione significa diventare dei fuorilegge. Sono strani i confini della legge.

“Papà quando avrò diciotto anni se credi sia giusto mi comprerai la maschera antigas?” domanda un bambino di dieci-dodici anni. Quando senti cose simili hai già la sensazione che la Valle, quella Valle, sia già oggi un museo vivente, carne viva del paese che verrà. Non è semplice spiegarlo, occorrerebbe andare là con i propri sensi per comprenderlo. Mentre con lo sguardo si assapora la bellezza primaverile della Val Clarea, sul versante opposto non si può non deglutire l’anarchica insensatezza di un non-cantiere circondato da filo spinato. Il boccone non scende, rimane appeso come un nodo in gola convinto a non scomparire.

Mentre si cammina non posso non pensare a certi paesaggi del Kurdistan turco: militari e recinzioni come un limes che trasuda una funerea verità, una direzione che ci traghetta verso un nulla catastrofico. Bambine che giocano con vestiti colorati accanto al filo spinato, piccole esistenze poco più grandi di loro ammassate su vecchi camion per il trasporto delle truppe. E’ l’esercito turco: diciottenni senza neanche i peli sulla faccia ma armati fino ai denti. Capre e spazzatura danzano come su una giostra attorno alle barriere, la prima spinta dal vento si incastra agli aculei del filo spinato, le seconde brucano quel poco che può offrire una terra arsa tenendosene lontane. Una saggezza eterna, alle volte, è nascosta in un’immagine.

Il cantiere che vedo non esiste. Ci sono alberi abbattuti che lasciano il posto alle nuove trincee della modernità, quelle che espropriano un luogo vissuto (una baita arrangiata in questo caso) per metterlo a profitto. Perché la Valle racconta tanto se solo si dispone del coraggio di ascoltarla. La sua grammatica è quella dei beni comuni ma la lingua che esprime è sconfinata, come una storia che ne racchiude tante altre, e forse è da queste che occorre partire per provare anche solo a immaginare un mondo migliore.

“Poco tempo fa”, ci raccontano, “in una scuola qua vicino è crollato il tetto ed è morto un bambino”. “Perché impieghiamo le pubbliche risorse per una grande opera che non serve quando sarebbero altri i lavori da promuovere?”. “E’ successo nuovamente, ma la fortuna ha voluto che questa volta non ci fossero bambini dentro…. l’ospedale di Susa era un’eccellenza, il suo reparto di ortopedia all’avanguardia, venivano addirittura da Torino a farsi curare qui ora è quasi a rischio chiusura. Torino, quanto è distante da qua la metropoli, ma quanto conta”. “Fassino, ci vergogniamo ad essere quasi compaesani di Fassino, suo padre faceva il partigiano su queste montagne, a lui è anche intitolato un circolo nella zona, se fosse vivo oggi si vergognerebbe delle scelte del figlio.” Venendo in Valle si incontrano ancora le effige delle olimpiadi invernali e chissà quale buco hanno lasciato nelle casse del comune di Torino. Per cosa? Per un trampolino inutilizzato ed una montagna solcata da una pista per bob ormai dimenticata? Quali analogie con la Grecia olimpica ora in fallimento?

In realtà i paesi della Valle non sono tutti attivi. A Giaglione ad esempio, il movimento è quasi inesistente: “guardano la televisione che quasi ci descrive come terroristi e hanno paura per i loro bambini, qua c’è una scuola e non vogliono noie, ma non si accorgono che se mai partissero i lavori questo posto diventerebbe insalubre?”.

Come dagli torto, sembra che le persone della Valle, quelle attive, non gli ignavi che non si traducono mai in maggioranze silenziose semmai in semplici sottomessi (Dante non li metteva neanche nell’inferno: sciaurati che mai non fur vivi), abbiano ormai raggiunto un livello di consapevolezza interiore che è quasi una gemma nella pozzanghera moderna. “Abbiamo da tempo smesso i panni del fare delle divisioni, alle nostre manifestazioni partecipano tutte le categorie sociali: vecchi, bambini, donne, uomini, lavoratori, disoccupati, italiani e stranieri, sindaci e persone dei centri sociali”. “Noi non apparteniamo a centri sociali ma se in determinate manifestazioni non ci fossero stati anche loro non sappiamo cosa sarebbe successo. Alcuni ragazzi che vengono qua su sanno molto meglio di noi alle volte a cosa si va incontro. Vengono attrezzati con le maschere antigas. In luglio ci hanno gassati come topi e alcuni ragazzi che hanno tirato le pietre l’hanno fatto per consentire ad altri, anche donne e anziani, una via di fuga. Non possiamo non riconoscerglielo.

Non vi sono leader, le scelte vengono prese assieme, spesso sorgono spontanee”.
Comincia prendere senso la parola molteplicità e accanto a quella, anche la parola comunità…
Non posso non pensare ad un testo, “Hacer comunidad

Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.

L’anatra che si alza in volo non ha la risposta. Nessuno ce l’ha. C’è molto istinto in tutto questo. Quell’istinto che le fa volare verso sud. Quell’istinto che le fa volare verso un luogo caldo dove possano stare bene.

 

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