Meglio Napoleone III del Pd (di Pietro Terzi)

Prima di tutto un’affermazione, che abbia il valore di una messa a nudo: quando ad ottobre 2007 venne fondato il Partito Democratico potevo essere contato tra quelli che esultavano con le braccia al cielo, alla maniera di quei musulmani che, incazzati o felici, sono sempre fotografati con gli arti tesi al vento di Scirocco. Io non scesi in strada, forse in fin dei conti non esultai nemmeno e neppure potevo dirmi felice, ma contento, ecco, contento sì. Le necessità, ai tempi, erano due: rilanciare un progetto di sinistra, raccogliendo i relitti che il ritiro della marea-Ulivo aveva lasciato in bella mostra sulle spiagge più disparate, dai lidi democristiani alla riviera post-comunista, e segnare lo scarto tra le vecchie ideologie e il nuovo progressismo moderato. Si immaginava la sinistra del futuro, senza pensare che il chiodo fisso del rinnovamento avrebbe mostrato ancora più chiaramente l’impossibilità di scollarsi dall’ingombrante passato.

Si vuole cambiare quando la convivenza con un certo vissuto traumatico non è più possibile, nella speranza che la prospettiva di un restyling futuro retroagisca come sprone per la soluzione di indicibili drammi interni. Nello specifico, il PD doveva essere il nuovo fondotinta con cui coprire gli inestetismi del fallimento politico. Esito: un disastroso make-up fuori tempo massimo. Non si tratta solo della vecchiaia del corpo su cui Veltroni & Co. hanno preteso di innestare nuovo logo, nuova sigla, nuova base sociale, in breve una nuova identità. La questione è più ampia e coinvolge la posizione che il Partito Democratico ha fin dall’inizio cercato di ricoprire all’interno non tanto dello scacchiere politico quanto del relativo registro linguistico. Non smetterò mai di allibire di fronte al modo in cui i politologi glissano sul problema retorico che congestiona la nostra democrazia. Si pensava che la retorica fosse una peculiarità squisitamente totalitaria e che un regime democratico ne fosse immune: il dialogo, si diceva, avrebbe rotto l’imene del linguaggio demagogico. Non è stato così, non è mai stato così: Platone soffriva molto a causa dei sofisti. Ne viene che il lessico e più in generale l’immaginario di ogni partito o sindacato dovrebbero essere il primo oggetto di analisi di una scienza politica seria. Se non altro questo tipo di indagine rappresenta l’unica possibile, dal momento che le dichiarazioni, i raduni, le campagne si susseguono senza che sia possibile localizzare ed isolare un singolo contenuto, mentre le parole si disperdono tessendo reti di significanti privi di qualsiasi referente.

Ma tornando al caso PD, che contenuti aspettarsi da un partito che, lasciando correre a briglia sciolta il buonismo della sua componente cattolica, si è lentamente trasformato in un’altra destra, moralista, collaborazionista e qualunquista? I cattolici in politica sono uguali, ovunque, a qualsiasi età. L’ideologia storicamente condizionata dei sinistrati post-andropausa non può nulla contro la fede senza età dei chierici che a sessant’anni continuano a presentarsi col cilicio in parlamento. Questo a Veltroni deve essere sfuggito, troppo impegnato com’era a scrivere pessimi libri, con l’Einaudi piegata a novanta pronta a pubblicarli, e a doppiare il sindaco Rino Tacchino nell’orrendo film Disney Chicken Little. E ancora: che argomenti attendersi da un partito in piena crisi adolescenziale di fronte alla riforma del mercato del lavoro? Si capisce che Bersani sotto sotto è ancora il flaneur che faceva strage di compagne ai dopolavoro operai di Piacenza e che quindi con la Camusso ci andrebbe a nozze, o almeno ci farebbe una partita a rubamazzo; ma il disagio, le spaccature, le smentite e le ambiguità dei suoi colleghi ricordano l’imbarazzo di un ragazzino costretto a partecipare ad una festa di gente che non conosce.

Che ne è poi di tutto il resto, di quella maggioranza di rappresentanti che sono caduti nella trappola del berlusconismo trasformandosi nei nemici su misura per un narcisista in piena decostruzione psicofisica? Qualcuno dovrà rendere conto di questo abbrutimento, così come ci aspetta che qualcuno risponda dell’orrenda campagna pubblicitaria per il tesseramento 2012, in cui l’identità di persone qualsiasi viene ridotta ad un claim di tre righe che pare tratto da una sceneggiatura dei Monthy Python: <<Anna Rita, 26 anni. Vegetariana. Ama la Juventus e vuole cambiare il mondo>>. Qualcuno dovrà pagare per il colpevole silenzio di fronte a temi come i diritti delle coppie omosessuali, la procreazione assistita, la ricerca sulle cellule staminali embrionali (ferma in Italia, unico caso in Europa), che sembrano appartenere unicamente alla giurisdizione dei preti della fu Margherita, della fu Udeur. E infine qualcun altro o forse la stessa persona dovrà spiegarci con che dignità ci si è presi il merito della caduta di Berlusconi, il quale, con un capitalismo in splendida forma, sarebbe senz’altro morto a Palazzo Chigi.

Tra un sondaggio favorevole e una primaria disastrosa, il Frankestein politico, il cut-up ideologico, il frullato di valori democratici, cultura media liceale, immaginario da oratorio romagnolo e retorica moralista tira avanti per inerzia, appagato dai consensi garantiti da chi con l’eros, con il moralismo vero, quello francese à la Montaigne, con la fantasia situazionista e libertaria non ha mai avuto nulla a che fare. Sarebbe un errore imperdonabile illudersi che il PD sia qualcosa di diverso da uno stato mentale. Il PD è una categoria dello spirito, quella che sorregge il pantheon democratico all’interno del quale fanno sfoggio di sé le statue bronzee di un Saviano, di un Fazio, di una Serena Dandini, di una Sabina Guzzanti, di una Concita de Gregorio piuttosto che di una Daria Bignardi. E poi ancora, sui capitelli, le effigi degli scrittori Sandro Veronesi, Alessandro Baricco (rottamatore pro-Renzi), Andrea de Carlo, Eugenio Scalfari. Fa solo piacere constatare che i programmi del tridente rosa Bignardi-Dandini-Guzzanti, su cui La7 tanto scommetteva, facciano insieme il 9% di share, quando per la sola Dandini la rete puntava al 10. Significa che qualcosa si sta incrinando nel presepe democratico, che l’erogazione 24/7 del comfort moderato è destinata ad interrompersi, che il parallelismo tra giustizia sociale e giustizia divina sta per andare in frantumi. Se non l’entità politica, è forse in crisi il buonismo cattocomunista, come a destra sta andando in crisi il berlusconismo. Entrambi facce della stessa medaglia, questi due –ismi rappresentano il sintomo radicale della miseria dell’Italia borghese incapace di far fronte alla complessità del reale una volta messa da parte la volontà di governare il caos. Il realismo, anziché tradursi in disincanto e gusto del dubbio, si è svilito in un imbarazzo maldestro entrato in loop e in continuo ripiegamento su se stesso.

Siamo sicuri che la retorica continuerà ad ammorbare il mondo, in particolar modo quello politico, ovvero quello dove il senso dell’individualità viene cestinato per lasciar spazio alla mitologia del popolo, della comunità, di cui anche il centrodestra-finto cattolico è impregnato. La politica, allo stato attuale, è il carcere dell’uomo libero, e se il PDL ha dalla sua un approccio semi-serio a quello dice, una certa ironia di fondo, il PD sconta un insopportabile prendersi sul serio che fa desiderarne la cancellazione dal creato. Se la politica è una prigione, il PD è quello che la Guyana francese era per Papillon. Non solo un abbrutimento stilistico, di più, un default psichico, la standardizzazione del pensiero, il livellamento di ogni immaginario, insomma: pura e perfetta democrazia 2.0. Di fronte alla quale si potrebbe addirittura sognare il ritorno di una monarchia assoluta: non potendo coltivare l’aristocrazia dello spirito, avremmo almeno una forma meno ipocrita e più completa di sottomissione. Tra il PD e un sovrano autoritario e censore come Napoleone III, che fece impazzire addirittura Victor Hugo, non avrei dubbi: sceglierei il secondo.

 

PS:

Ho da poco ultimato le ultime righe e vengo a sapere che il sindaco di Modena Giorgio Pighi (PD, guarda caso) ha querelato per diffamazione Gabriele Veronesi, autore di Modena3, documentario-inchiesta sull’ampliamento urbanistico della città. Anziché ribattere o dibattere pubblicamente, cosa senz’altro possibile in un contesto cittadino e provinciale come quello modenese, il sindaco sceglie vie legali. Vorrei che tutto l’articolo fosse riletto alla luce di questo fatto.

 

 

 

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2 risposte a “Meglio Napoleone III del Pd (di Pietro Terzi)

  1. Complimenti Pietro. Avrò tempo e modo di articolare maggiormente le mie impressioni in merito, ma intanto ti rendo merito di aver dato forma scritta a pensieri che anch’io spero possano diffondersi e che allo stesso tempo è giusto rivendicare come propri, visto che come hai fatto notare, anche solo avere pensieri propri, per la logica di un rigido partito, è già scandaloso

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