Articolo 18: Il gattopardo non muore mai, la Costituzione e i diritti, purtroppo, sì (di Mario Zaccherini)

All’interno del grande dibattito che appassiona gli italiani, relativamente all’articolo 18, forse sta sfuggendo un particolare molto importante. L’articolo 18 non è solo una norma a tutela dei lavoratori, ma qualche cosa di decisamente più importante e centrale per la nostra democrazia. È quello strumento che trasforma una visione del Mondo, sulla carta nel Mondo stesso.È lo strumento che permette all’art. 1 della Costituzione di prendere forma e vita.

Come tutti ricordiamo l’Art.1, comma 1, sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non servono traduzioni. I legislatori avevano ben chiaro un concetto, il primo concetto: democrazia e lavoro sono i due cardini fondamentali della nostra Repubblica nata, non dobbiamo mai dimenticarlo, sulle ceneri del fascismo, della guerra, delle ingiustizie ed anche dei rapporti di produzione di tale sistema.

È molto importante aver ben chiaro quanto sopra, perché democrazia non significa solo poter scegliere chi delegare come amministratore, ma anche avere la possibilità di vivere in un sistema che metta in condizione il cittadino di poter sempre esprimere liberamente il proprio pensiero in tutti gli ambiti della vita. Non a caso l’Art. 3 (comma 2) riprende con forza questi ragionamenti nell’affermare “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ed ancora l’Art 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Siamo arrivati al punto: la Costituzione non solo individua Democrazia e Lavoro come le basi della nostra Repubblica, ma va oltre nel dare alla Repubblica il compito di creare le condizioni, affinché l’ordine economico non sia ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Per la Costituzione i cittadini hanno il DIRITTO al lavoro, e quindi alla democrazia ad essa associata, e, nel secondo comma dell’Art.4 afferma che ogni cittadino ha il DOVERE di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Abbiamo il DOVERE, non la sola possibilità, di concorrere al progresso materiale o spirituale della società.

Partendo da questo richiamo si comprende come noi cittadini non possiamo nasconderci su un tema che rischia di vanificare i dettami costituzionali ed indebolire la già fragile democrazia italiana. Dobbiamo ricordare che tutti i princìpi richiamati dalla Costituzione hanno trovato forma nei decenni successivi alla stesura, in particolare Lavoro e Democrazia si sono coniugati solo nel 1970 nella famosa legge 300 (Statuto dei Lavoratori), condensando nell’Art.18 i valori di giustizia e democrazia. La Legge 300 non nasce come ostacolo nei confronti del mondo imprenditoriale, ma per dare quelle tutele indicate dalla Carta. Nasce per impedire che i licenziamenti di massa politici, avvenuti negli anni ’50 e ’60, possano ripetersi nuovamente. Per i più giovani è giusto segnalare che in tali anni era sufficiente essere comunista, o iscritto ad un sindacato di sinistra, per essere espulso dall’unità produttiva. Su tutti i casi Cogne Imola o Ducati.

I detrattori dell’Art.18 sostengono che tale norma impedisca alle imprese di allontanate i “fannulloni” e, nei momenti di crisi economica/produttiva, di ridurre il personale. In realtà queste posizioni sono palesemente false in quanto, Art.18 o non Art.18, le imprese da sempre, avendo in mano documentazioni oggettive, possono licenziare i lavoratori che si macchiano per furto, rissa o per giustificato motivo soggettivo (i fannulloni). Prima di entrare nella nuova normativa ritengo giusto rendere la fotografia del paese, per collocare le modifiche e gli effetti, nelle logiche quotidiane della nostra vita. L’Italia è un paese che sta attraversando una profonda crisi morale, politica e produttiva. Anno dopo anno tutti gli indicatori internazionali posizionano il paese sempre più in basso e, giustamente, il nuovo Governo ha il compito di riportare l’Italia nelle prime posizioni delle varie “classifiche”. Prendiamo l’industria: per fare utili è fondamentale vendere (banale), per vendere devono esistere tre condizioni:

1) esistere un mercato dove allocare il bene prodotto

2) il bene deve, come prodotto, essere appetibile dal mercato

3) il costo del bene competitivo con quello dei concorrenti.

La Fornero conosce benissimo questa realtà e, partendo dalla constatazione che l’industria sta collassando, deve intervenire… lo sta facendo. Prendiamo l’esempio Fiat. Sul punto 1 non spendiamo parole in quanto è ovvio che esiste un mercato. Un mercato che per le aziende tedesche ha regalato un 2011 da favola con utili che rimarranno impressi a lungo negli annali; non così per la Fiat. Da qui la prima considerazione: il mercato esiste ed è vivo, ma per Fiat le soddisfazioni sono mancate. Perché? In fondo il costo orario del lavoratore Fiat è decisamente inferiore a quello dei tedeschi, ma tale risparmio non si riesce a riportarlo più di tanto nei modelli auto. Ci dicono che la “produttività” italiana è inferiore a quella tedesca. Ci dicono una verità, ma……..ma bisogna chiarire il concetto di produttività. Spesso questo termine viene inteso come “voglia” di lavorare o intensità del lavoratore nell’applicarsi nei compiti dati dall’azienda. Quindi i tedeschi lavorano più degli italiani? Balle, bugie, menzogne.

In realtà la produttività è legata a due variabili: all’investimento (impianto e ricerca) ed all’utilizzo dell’impianto. In sostanza le aziende più performanti investono cifre importanti nella ricerca e negli impianti produttivi (esempio macchine utensili più veloci, linee di montaggio che permettano cambi scocca in tempi minori rispetto alle precedenti ecc ecc), impianti che devono produrre il più possibile (turni che coprano anche 7 giorni su 7). Se l’investimento è stato azzeccato ogni ora/lavoro permetterà al lavoratore, a parità di fatica, di produrre un numero superiore di beni e quindi di ridurre il costo/bene. Al termine di questo processo la macchina tedesca sarà maggiormente competitiva rispetto alla vettura torinese che utilizza ancora, in larga parte, linee obsolete.

Non è solo il costo che incide su un prodotto, ma anche il valore aggiunto in esso compreso. Oggi vediamo vetture, anche le meno costose, dotate di tanti optional gratuiti oppure di strumentazioni tecnologiche che rendono maggiormente agevole l’utilizzo del mezzo. Non solo: le case, proprio per la crisi, hanno letteralmente invaso il mercato con nuovi modelli per riaccendere e stimolare un settore produttivo in “letargo”. Con queste poche righe mi sembra sia chiaro come, almeno per la Fiat, non si possa parlare più di tanto di un mercato in crisi, ma di un player che ha preferito non investire e scaricare i costi della crisi sui lavoratori, sapendo di essere assistito comunque dagli ammortizzatori sociali nazionali.

Questo è il punto: se non investo non riesco ad innovare l’offerta dei vari marchi, continuerò a sopravvivere grazie alla Panda, ma la mancanza di investimento mi impedisce anche di ridurre i costi per unità di prodotto. Quindi? Quindi rimane una sola strada, quella di ridurre i salari e stipendi dei lavoratori.

Prima di ritornare alle modifiche relative all’Art.18 dobbiamo inserire un ulteriore ragionamento che collega costo del lavoro, lavoratore, sistema produttivo. Ogni lavoro ha un tempo/costo di inserimento, un ciclo nel quale, per l’azienda, viene massimizzato l’investimento uomo e una uscita in quanto l’età non favorisce più l’ottimizzazione del lavoratore. Maggiormente il lavoro è usurante e prima viene a mancare l’ottimizzazione. È nella natura delle cose che certe mansioni come operaio turnista alla catena di montaggio, addetto alle fonderie, minatori, infermieri, fornai, pompieri ecc ecc abbiano una “vita operativa” relativamente breve in quanto estremamente usuranti. Tutte queste categorie di lavoratori richiedono un ricambio piuttosto veloce al fine di mantenere un servizio efficiente senza innalzare i costi.

Apparentemente, nel disegno del Governo Monti, queste condizioni non sono state tenute nella giusta considerazione, dal momento che è stata innalzata l’età per il raggiungimento della pensione. A questo punto abbiamo due elementi abbastanza chiari:

1) le grandi imprese non investono (non tutte chiaramente)

2) la vita lavorativa è allungata impedendo, per qualche anno, un forte turnover aziendale.

Questo vale per le aziende italiane, ma se volgiamo lo sguardo alle imprese straniere, ulteriori elementi ci fanno capire che i licenziamenti non sono l’unico motivo per cui il sistema Italia non sia attrattivo per loro. Costo delle materie prime altissime (gas, energia elettrica, benzina), tempi burocratici scandalosamente elevati rispetto all’Europa, giustizia dai tempi lunghissimi, rischio di dover competere con la mafia, tasse ai top mondiali, università e ricerca ormai abbandonate a se stesse. Solo un folle verrebbe in Italia per creare sistemi produttivi: infatti ormai sono mosche bianche gli imprenditori attratti dal nostro paese. Avendo ben chiaro tutti questi elementi possiamo comprendere la portata della riforma Fornero.

Il disegno, nel breve periodo, è molto chiaro:

1) allungare la vita lavorativa dei lavoratori (risparmio dello Stato perché le pensioni vengono posticipate)

2) permettere alle aziende di poter attivare licenziamenti individuali/collettivi, per motivi economici, con la scusa del “giustificato motivo oggettivo”. Questo è il vero punto centrale della contesa, infatti, già oggi è possibile attivare un percorso, in caso di crisi aziendale, di riduzione del personale e/o chiusura aziendale. Devono esistere le condizioni e si può attivare il percorso. Se il lavoratore licenziato ritiene che la situazione presentata dall’azienda non corrisponda alla realtà può appellarsi al Giudice, il quale valuterà se, dette condizioni, siano reali. In mancanza dei requisiti il lavoratore verrà reintegrato. Questo punto deve essere molto chiaro: anche con l’Art.18 se l’azienda va male può, di concerto con i sindacati, ridurre il personale.

Cosa cambia? Molto, anzi moltissimo. Il Giudice potrà valutare se le condizioni oggettive di crisi esistano o meno, ma nel caso non esistano non potrà più disporre il reintegro del lavoratore, ma solo una indennità tra le 15 e 27 mensilità a suo favore. Ecco il trucco, caro Governo Monti: allunghi la vita lavorativa, creando un danno alle imprese, ma metti le stesse imprese nella condizione di poter liberamente licenziare i lavoratori anche se non ne esistono le condizioni. Non è finita: già oggi, vedi la Marcegaglia, stipula contratti di inserimento per i giovani con salari, per i primi sei anni, inferiori di 300 euro al mese rispetto ai colleghi di pari funzione. Facile, vedendo questi comportamenti, immaginare cosa sarà l’Italia da qui a poco. Facili licenziamenti per anziani e lavoratori non omologati al pensiero aziendale, sostituiti da giovani lavoratori sottopagati per lunghi anni e poi si vedrà. Berlusconi ha provato per vent’anni a trasformare l’Italia nella Repubblica delle banane cercando di scardinare la Costituzione, Monti e i partiti che lo sostengono rischiano di riuscirci in pochi mesi.

Il gattopardo non muore mai, la Costituzione ed i diritti, purtroppo, si.

Mario Zaccherini

http://www.pensieridemocratici.it/

Ps

Sul caso stipendi ridotti in Marcegaglia

www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/19/pd-scarica-fiom-allea-marcegaglia-stipendio-ridotto-assunti/198713/

Sulla vera filosofia del Governo Monti

www.repubblica.it/economia/2012/03/20/news/commento_clericetti-31875612/

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