Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

“Disse che poi sarebbe andato per un po’a lavorare a Venezia, poi sarebbe tornato. Però non abbiamo più avuto sue notizie”.

Resto a parlare con lui e la sua famiglia fino a che non crolliamo dalla stanchezza, poi andiamo a dormire. Mi sento euforico al pensiero che mio padre è stato qui a lavorare, ed ha mangiato con queste persone. Mi sembra per la prima volta di avere una possibilità di ritrovarlo.

 

Quarto giorno di licenza.

Che bello essere svegliato dal canto del gallo, era tanto che non mi capitava; mi tornano in mente i rumori della campagna e di casa,  penso a mia madre e a Turi e a mio padre che ha condiviso questa casa per un po’ di tempo. Giacomo mi propone di rimanere con loro ancora un giorno o due ma purtroppo non posso.

“Mi è rimasto poco tempo, fra una decina di giorni devo essere di nuovo al fronte, e non so ancora quanta strada dovrò fare per finire la mia ricerca”.

“Pietro, ho parlato con  mio padre ed abbiamo deciso di darle le foto dove si vede suo padre: ci sembra che sia l’unica traccia che ha di lui”.

“Mi fate un regalo importante, non so come ringraziarvi”.

“Prometta che quando lo ritroverà ci farà sapere qualcosa”.

“Promesso”.

Mangio pane e formaggio, poi prendo la mia roba e mi faccio indicare la strada per Sona.

Dopo una marcia di circa mezz’ora sento il rintocco delle campane che mi ricorda casa e, dopo pochi minuti, la vedo: è una chiesa modesta con pochi edifici attorno, immersa in una campagna con case di contadini che vivono d’agricoltura ed allevamento. Faccio un giro all’esterno, c’è un piccolo cimitero e una casa unita alla chiesa. Entro. E’ piccola ma carina. M’inginocchio davanti all’altare e, dopo pochi minuti, dal confessionale una donna che non avevo visto prima si sposta nelle sedie a pregare; il parroco esce per raggiungere l’altare poi cambia direzione e, avvicinandosi a me, dice: “Soldato tutto bene? Non vediamo tanti forestieri da queste parti”.

“Padre, mi chiamo Marra Pietro ed ho motivo di credere che mio padre Salvatore sia passato qui da voi sedici anni fa: sto cercando sue notizie”.

“La sua storia sembra nascondere un grosso dramma, come mai questa ricerca dopo tutti questi anni?”

“Semplice Padre: vengo dalla Sardegna e prima ero troppo piccolo per un viaggio così lungo”.

“Purtroppo non posso esserle di grande aiuto Pietro: il parroco di allora riposa nel cimitero qua fuori, però abbiamo un ristoro per mendicanti e viandanti, dove ci sono due suore ed una, suor Elena, è qui da tanti anni e forse la può aiutare. Venga con me”.

Passiamo dalla canonica, usciamo fuori dalla chiesa poi, davanti ad una porticina, suona una campanella. Dopo circa cinque minuti una suora ci apre e, prima di farci entrare, chiede al parroco cosa vogliamo.

Poi la suora, che si è presentata come Maria, si allontana mentre il parroco mi chiede del mio paese e dove faccio il militare. Sembra un altro mondo: non sa niente della guerra.

“Un soldato che chiede di me?” esordisce suor Elena appena arrivata alla porta.

“Vede sorella questo soldato viene dalla Sardegna, veramente dal fronte, e sta cercando suo padre”.

“Come mai dovrebbe essere qui suo padre?”

“Adesso è meglio che sia lui a chiederglielo”.

“Deve sapere che mio padre sedici anni fa ha lavorato dalla famiglia Bisighìn, non lontano da qui, poi voleva andare a Venezia ma non prima di avere visitato la chiesa che porta il suo nome. Lui si chiama Salvatore Marra. Ho anche una sua foto con me: non si vede molto bene ma è questo”.

Suor Elena gira la foto, prima la avvicina al viso poi la allontana, deglutisce un po’ di volte poi scuote la testa, questi segnali mi demoralizzano, ma finalmente, dopo un silenzio che mi sembra interminabile, riprende a parlare.

“Lei come ha detto che si chiama?”

“Veramente non l’ho detto: mi chiamo Pietro”.

“Vede Pietro, da qui non passa molta gente per questo, anche se sono passati tanti anni, ho un buon ricordo di suo padre”.

“Mi dica tutto sorella”.

“Era agosto e suo padre è entrato nella nostra chiesa. Si è seduto all’ultimo banco, con la testa fra le mani. Il parroco di allora, don Ivo, si è avvicinato ed ha offerto conforto a quell’uomo sconosciuto. Salvatore ha detto subito che mancava da casa per lavoro da molto tempo ed aveva bisogno di capire se ritornare subito dalla sua famiglia oppure se continuare a lavorare ancora un anno o due lontano dai propri cari. Don Ivo cercò di consolarlo, spiegandogli che, se avesse avuto la pazienza di ascoltare il Signore e la forza per seguire il suo cuore, allora avrebbe potuto prendere la decisione migliore. Infine lo rassicurò, promettendogli alloggio finché ne avesse avuto bisogno. Salvatore ringraziò e disse che sarebbe rimasto volentieri, ma anche che avrebbe voluto ripagare la gentilezza del prete: prima di entrare in chiesa aveva visto una parte del muro del cimitero che era caduto, si offrì per questo di sistemarlo. Nei giorni che è rimasto con noi, disse della sua preoccupazione per i denari che aveva accumulato e che temeva gli fossero rubati, allora noi suore, che siamo abituate nei nostri spostamenti a nascondere le cose di valore, ci siamo offerte di sistemare la biancheria e quant’altro aveva nella sua sacca e ci siamo fatte consegnare i suoi denari. Ed esattamente domenica 28 agosto, e della data ne sono certa perché la domenica dopo è la sagra di San Luigi, ci ha salutati. Quella mattina si è caricato la sua sacca sulle spalle ed è partito per Verona, dove doveva prendere il treno per Venezia. Don Ivo gli diede un indirizzo, chiesa di San Francesco della Vigna, dove avrebbe potuto dormire e mangiare nel tempo che fosse rimasto a lavorare in quella città”.

Non mi accorsi nemmeno di quello che stavo facendo se non dopo che lo avevo fatto: mi sono avvicinato e le ho dato un grosso bacio sulla guancia. Lei è arrossita ed ha guardato verso il parroco che ha alzato le spalle, come a dire, non c’è nulla di male.

Hanno voluto che rimanessi con loro a mangiare qualcosa prima di partire. Ma mi sono pentito subito di aver accettato. I loro tempi sono lunghissimi, e sono riuscito ad incamminarmi per Verona solo alle due del pomeriggio, ma non prima di fare un passaggio dal cimitero per guardare con orgoglio il muro fatto da mio padre. Mentre cammino sono contento, così mi ritrovo a parlare con Salvatore: vedete padre, in continente sarà  che sono tutti matti, ma ci sono anche tante brave persone.

 

 

Verso Venezia 

 

 

Quinto giorno di licenza.

Oggi è lunedì 19 gennaio 1914, c’è la nebbia e fa freddo. Appena arrivato in stazione vado di corsa fino al traghetto per raggiungere la chiesa di San Francesco della Vigna. Attraverso una città strana: tutti gli edifici sono nell’acqua, mio padre aveva ragione sulle stranezze del continente, qua per uscire di casa ci vuole la barca; non potevano costruire sulla terra?

Poi finalmente posso sbarcare e, dopo un paio di vicoli e un piccolo ponte, arrivo alla chiesa. E’ grande e bellissima. Incontro subito un frate a cui spiego il motivo della mia visita. Mi fa entrare nel convento e, percorrendo un lungo corridoio, mi accompagna dal suo superiore che mi accoglie sorridente.

“Di cosa ha bisogno figliolo?”

“Sto cercando mio padre Marra Salvatore, che alla fine di agosto del 1898 è stato qui da voi: vorrei, se fosse possibile, sapere se è ancora qui o dove può essere andato”.

Il frate non dice una parola. Si gira e da una vecchia libreria prende un libro che, sul dorso, riporta la scritta pellegrini 1898. Lo sfoglia e dopo alcuni lunghissimi minuti mi risponde.

“Guardi soldato, qui si tiene nota di tutti i pellegrini che passano da noi e Marra Salvatore, nell’agosto del 1898, non mi risulta”.

“E’ sicuro? Aveva detto che veniva qui”.

“Ne sono più che sicuro”.

Esco di corsa, ho bisogno d’aria e di urlare. Appena sbollita la rabbia mi rendo conto che non ho nemmeno salutato il frate, ma quello che mi ha detto mi ha distrutto. Ed ora?

Che cosa faccio? Da dove ricomincio la mia ricerca? Aveva davvero ragione il sergente? Se non è venuto a Venezia dove può essere andato? Ovunque.

Mentre cammino senza una meta, continuando a farmi domande senza risposta, incontro due carabinieri che mi salutano. Faccio il saluto militare e mi viene un’idea: chiedo dov’è il loro comando. Mi dicono che stanno rientrando in caserma e che mi basta seguirli. Lungo un percorso pieno di vicoletti e piccoli ponti arriviamo e, quando sono dinnanzi al loro maresciallo, mi salutano.

“Sono Marra Pietro e sto cercando mio padre che sedici anni fa doveva venire in questa città, ma non è mai arrivato; chiedevo se mi può essere d’aiuto perché noi, la sua famiglia, non abbiamo più avuto sue notizie”.

“Sa essere più preciso su quando sarebbe arrivato a Venezia?”

“Ha preso il treno per Venezia il 28 agosto del 1898”.

Il maresciallo prende un registro e dopo averlo sfogliato, mi dice: “Guardi per quella data non è successo niente che meritasse di essere verbalizzato, se vuole l’accompagno al posto medico e controlliamo se si è verificato un fatto luttuoso”.

Lo seguo e dopo circa una mezz’oretta arriviamo e alla portineria chiede di poter parlare con la segreteria. Ci riceve un impiegato con un paio di occhiali con lenti tanto spesse che non mi era mai capitato di vedere e il maresciallo gli domanda: “Può verificare se nel mese di agosto e settembre del 1898 avete avuto un decesso? Si tratta di un certo Marra Salvatore”.

Sembra una barzelletta questo impiegato: fatica a vedere i registri, figuriamoci a leggere i nomi. Tiene le pagine quasi attaccate al naso. Poi molto lentamente passa in rassegna i nomi dei decessi nei mesi richiesti. E’ una sofferenza. Tutte le volte che dice un nome per me è un dramma, mi sto rendendo conto che sudo e dire che prima sentivo freddo.  Finalmente dopo un tempo interminabile arriva all’ultimo nome, poi chiude il registro. Lo salutiamo e solo allora mi rendo conto che si accorge che siamo in due.

Fuori il maresciallo mi prende sotto braccio e mi dice: “Soldato Marra io le consiglio di verificare nelle stazioni in cui dovrebbe essere passato suo padre: se è dovuto scendere, per un motivo che a lei sfugge, forse potrà ritrovare le sue tracce. Le auguro buona fortuna e, se avesse bisogno di me, sa dove trovarmi”.

Torno in stazione e mi faccio aiutare da un impiegato: voglio scrivermi le fermate che ci sono nel tratto Verona-Venezia e, quando scopro che sono ventidue, mi faccio prendere dallo sconforto. E adesso?

M’informo sul primo treno per Verona che parte alle 15,15. Mangio qualcosa poi mi metto in sala d’aspetto e provo a dormire un po’.

Prima fermata è la stazione di Mira, poco dopo Venezia. Scendo. E’ una stazione molto piccola, chiedo dove posso trovare i carabinieri. All’interno della stazione c’è una porticina, busso, nessuno risponde così provo ad aprire ma è chiusa. Esco dalla stazione e verso il paese vedo un carabiniere che parla con una signora anziana, mi avvicino ed appena si accorgono di me la signora mi sorride e l’appuntato mi saluta.

“Sono Marra Pietro e sto cercando mio padre Salvatore, le chiedo se riesce a verificare se il 28 agosto del 1898 è successo qualcosa di grave sul treno diretto a Venezia e se può essere sceso”.

Mentre torniamo verso il suo ufficio, vuole sapere la mia storia e come va al fronte. E se ci sarà la guerra.

Dal registro risulta che in tutto il 1898 ci sono solo otto verbali, niente che mi possa aiutare. Lo saluto subito poi aspetto il treno dopo. Nelle stazioni di Dolo e di Noventa Padovana non ho maggior fortuna.

 

Sesto giorno di licenza.

La mattina successiva arrivo a Padova, sono stanco perché non ho dormito. Alla stazione dei carabinieri chi mi riceve mi fa accomodare e, dopo aver sentito la mia richiesta, esce e ritorna con il registro dei verbali; controlla e mi dice: “Allora, vediamo, domenica 28 agosto 1898″.

“28 agosto, sì”.

“Non c’é nessun Salvatore Marra. Per il 28 agosto c’è solo questo: dal treno diretto a Venezia il controllore ha fatto scendere un passeggero ubriaco, senza biglietto, che dice di essere stato derubato”.

“Non c’è nient’altro?”

“No guardi, non c’è scritto niente di più”.

“In questo caso dove può essere andato?”

“Come fa a pensare che possa essere suo padre? Beveva?”

“Non ho mai saputo che bevesse fino a ubriacarsi, ma al momento non ho nessun’altra traccia e voglio sperare che possa essere lui; chiedo se fosse possibile parlare con il carabiniere che ha verbalizzato il fatto”.

Si allontana dall’ufficio e, dopo circa dieci minuti, ritorna assieme al suo superiore che, stringendomi la mano, dice: “Maresciallo Basso, piacere di conoscerla”.

“Soldato Marra, piacere mio maresciallo”.

“L’appuntato mi ha detto della sua richiesta: lo sa vero che non potrei farle il nome di un collega che non ha fatto altro che fare il suo dovere? Vediamo comunque come posso esserle d’aiuto. Mi dica la sua storia”.

“Vede maresciallo, mio padre manca da casa da diciassette anni e questa al momento è l’unica traccia che mi è rimasta. Non voglio prendermela con chi l’ha fermato, voglio solo sapere se si ricorda qualcosa di più di quanto c’è nel verbale. Così forse riesco ad avere qualche indicazione che mi possa aiutare per ritrovare Salvatore”.

M’invita nel suo ufficio e lì, dopo aver cercato in mezzo ad alcune schede, ne sfila una e dice: “Eccolo qua, si chiama Rosa Domenico. Non è più in servizio da noi: nel settembre del 1898 ha chiesto l’avvicinamento a casa, esattamente a Pavullo nel Frignano in provincia di Modena”.

Modena. Devo tornare di nuovo sui miei passi. Trovare questo Domenico, poi vedremo.

“Maresciallo la ringrazio tantissimo. Ero a terra e non sapevo più dove potevo cercare mio padre; questo, anche se non so se mi sarà d’aiuto, ha acceso una piccola speranza e mi ha ridato fiducia”.

Mi metto sull’attenti e, appena sono congedato, ritorno in stazione. Qui mi aspetta il treno per Verona poi il cambio, direzione Modena. A Verona incontro tanti militari del 152° reggimento, sono diretti al fronte e parlano di guerra. Chiedo se è cominciata. Mi guardano e rispondono: “Aspettano  che arriviamo noi per iniziare” e ridono.

Che cosa avranno da ridere poi, io non lo so davvero.

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