Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

Quando ripartiamo comincia quasi subito la salita: per molto tempo non incrociamo nessuno, a parte un paio di carretti ed un solitario uomo che cammina spedito. Dopo un sacco di curve e di buche, dopo tanta neve e silenzio, arriviamo. Ed io cerco subito i carabinieri. Raggiungo la caserma e cerco di spiegare, come ho fatto fin troppe volte in questi ultimi giorni, la mia singolare storia.

“Appuntato, mi chiamo Marra Pietro e arrivo da Padova, mi manda il maresciallo di quella stazione ed ho bisogno di parlare con il carabiniere Rosa Domenico, di stanza qui da voi”.

“Soldato come mai vuole parlare con Domenico?”

“E’ una storia lunga: ho bisogno del suo collega perché penso che abbia arrestato mio padre sedici anni fa a Padova e il maresciallo di quella stazione mi ha detto che posso trovarlo qui”.

“Signor Marra il carabiniere che cerca ha chiesto il congedo circa dieci anni fa per dedicarsi alla famiglia e alla sua terra. E’ un contadino ora”.

“E dove posso trovarlo?”

“Si è trasferito, non so davvero dove possiate cercarlo”.

Quello che mi ha detto mi rigetta nello sconforto: e adesso? Ho percorso tutta questa strada per niente. Ho perso del tempo che non ho. Da dove riparto questa volta? Possibile che mio padre non abbia lasciato nessuna traccia?

“Qui a Pavullo Rosa Domenico dove stava?”

“Abitava fuori dal paese, esattamente a Crocette”.

“Come faccio ad arrivarci?”

“Prenda la direzione Serramazzoni, in un’ora dovrebbe arrivare”.

Poi si alza e, mentre mi stringe vigorosamente la mano, mi dice: “Quando arriva a Crocette vada dal parroco. L’ex-collega che lei cerca faceva il contadino per lui”.

Esco sconsolato e m’incammino in quel paesaggio innevato, sperando che il freddo e la fatica mi aiutino a dimenticare la difficoltà della mia ricerca. Finalmente, dopo poco più di un’ora, sono davanti alla chiesa di Crocette. Entro ma non trovo nessuno, nemmeno nella casa attigua. Fuori non c’è anima viva e così torno dentro. Almeno c’è meno freddo.

Mi siedo sul bianco pavimento di pietra e comincio a piangere. Piano. Aveva ragione il sergente: sono proprio un testardo di un sardo. Penso a mia madre ed alla faccia che farà quando le dirò che ho fallito. Che suo marito è scomparso per sempre. Che mio padre ci ha abbandonati per vivere la sua vita.

Troppo preso dai miei pensieri non mi sono accorto della figura che mi appoggia una mano sulla spalla.

“Tutto bene soldato?”

Alzo lo sguardo, ancora carico di lacrime, e mi vergogno dell’impressione che devo fare a questo prete sconosciuto. Mi passo una mano sul viso poi gli parlo.

“Sono Marra Salvatore, vengo dalla caserma dei carabinieri: avrei bisogno di parlare con Rosa Domenico. Vorrei sapere se lei mi può dire dove abita ora”.

“Certo, la famiglia Rosa raccoglieva castagne nel bosco di proprietà della chiesa, mi ricordo bene di Domenico. Sopratutto per un particolare: pensi che di solito, nella raccolta, spettano tre parti alla chiesa ed una al raccoglitore ma Domenico era riuscito a strapparmi due ogni quattro. Comunque torniamo alla sua domanda. Si è trasferito a Montombraro qualche anno fa”.

“Non ha più saputo niente di lui?”

“Mi sembra che sia rimasto vedovo e qualcuno mi deve aver detto che si è risposato, però da allora non l’ho più visto”.

Avevo ritrovato una traccia. La speranza, anche se molto piccola, era di nuovo viva dentro di me.

“E’ molto lontano questo posto?”

“Con questa neve ci vorrà una giornata, ma ora le consiglio di fermarsi con me per la cena e passare la notte. Domani le indicherò la strada”.

Sono stanco, c’è freddo ed ho sonno e fame. Il prete ha ragione: non posso mettermi in cammino subito, anche se non ho tempo. Ceniamo con crescentine e salume, il parroco mi chiede della mia famiglia, della guerra, e mi parla di Domenico. Poi crollo e vado a dormire.

 

Ottavo giorno di licenza.

Il mattino molto presto mi accompagna a Pavullo e mi indica dei boscaioli che con i loro carri scendono verso Vignola. Mi unisco a loro fino al fiume Panaro, di lì le nostre strade si dividono. A pomeriggio inoltrato arrivo a Montombraro; mi aveva detto di cercare il prete suo amico ed io lì, di nuovo, mi ritrovo davanti ad una chiesa.

Lo trovo subito e, quando gli dico che mi manda il parroco di Crocette, mi fa una festa inaspettata.

Gli racconto la mia storia e chiedo di Rosa Domenico: si offre subito di accompagnarmi.

“Altrimenti lei si perde” mi dice lui, poi continua: “Dobbiamo andare a Ca-ed-sanc”.

E’ subito fuori dal paese e appena arriviamo troviamo una famiglia numerosa che si raccoglie attorno al parroco. Ma manca Domenico. Allora, uno dei figli, Alfonso, va nel bosco a cercare suo padre che è a far legna.

Li vedo tornare dopo un po’ con delle fascine sulla testa. Arrivato nell’aia sistema le fascine, saluta prima il parroco poi mi guarda da cima a fondo e, serio, dice: “Cosa ci fa un soldato a casa mia?”

Io mi metto sull’attenti e gli dico: “Questo soldato viene dalla Sardegna, dal fronte e da Padova, dove lei è stato carabiniere. Sto cercando mio padre, Marra Salvatore, che manca da casa da diciassette anni; ho motivo di credere che lei l’abbia arrestato il 28 agosto 1898, sul treno che andava a Venezia”.

Vedo che socchiude gli occhi, come se stesse soppesando la mia storia, e così riprendo: “Spero che i suoi ricordi mi possano dire qualcosa di più e che mi possano aiutare a ritrovare mio padre”.

Mi guarda dritto negli occhi, resta in silenzio un tempo interminabile poi sotto i suoi baffi nasce un sorriso. Si allunga per stringermi la mano poi mi dice: “E’ una storia lunga, molto, che mi ha cambiato l’esistenza. Le dirò di più soldato: mi ha salvato la vita. Meglio se entriamo in casa e mentre mangiamo qualcosa, le racconterò tutto”.

E’ una casa povera, mi servono della polenta fritta e poca carne, forse sono più poveri di noi. La famiglia è numerosa. C’è il padre di Domenico che sembra molto vecchio: se l’ex carabiniere, come mi hanno detto, è del 1857, suo padre dovrebbe avere più di ottant’anni. Cavolo se è vecchio! La moglie di Domenico si chiama Antonia ed i tre figli, Gerardo, Alfonso e Gemma, si mettono vicino al camino mentre noi mangiamo. Aggiungono legna nel camino e, a bassa voce, indicano la mia divisa. Non devono essere abituati a vedere forestieri.

“Et vést al so breghi?”

“Din-do-al det càl vin?”

“Le adré cal màgna tot: dap nuèter a saltam la seìna”.

I ragazzi parlano in dialetto ed io non capisco nulla. Gli sorrido, aspettando che il loro padre si decida a darmi delle risposte.

“Lei signor Marra come si chiama di nome?”

“Pietro”.

“Vede Pietro, vorrei prima farle una domanda: come fa a pensare che quell’uomo fosse suo padre? A noi non ha dato nessun nome e non ha detto da dove veniva”.

“Voglio sperare che sia lui, perché quel giorno ha preso il treno a Verona per Venezia e là non è mai arrivato. La vostra stazione dei carabinieri è stata la prima che quella sera ha fatto un verbale dove viene indicato il fermo di una persona”.

“Quella domenica ero di servizio alla stazione ferroviaria di Padova. Al primo binario era fermo il treno per Venezia quando, da una carrozza, il controllore mi chiama e mi indica un uomo ubriaco e senza biglietto; non ha niente con sé, tranne una piccola bibbia stretta in mano”.

Appena sento la parola bibbia mi si accende un sorriso, che sicuramente non è sfuggito a Domenico.

“Ho portato quell’uomo in caserma, dove lo abbiamo messo in una cella a smaltire la bevuta, di solito si faceva così, piuttosto che lasciarlo in giro a far danni. Alla mattina, prima di lasciarlo andare, abbiamo voluto sapere la sua storia. Diceva che era diretto a Venezia e dei ladri gli avevano rubato tutti i suoi averi, anche la sacca con pantaloni e mutande; gli era rimasta solo la sua bibbia, un fiasco di vino che gli era stato donato da contadini appena conosciuti ed un coltello, che la sera non avevamo trovato. Disse che, dalla disperazione per il furto subito, aveva usato il coltello per aprire la bottiglia e se l’era scolata tutta. Parlava anche di molti soldi, frutto di mesi di lavoro che dovevano servire alla sua famiglia lontana, che non c’erano più come il biglietto del treno. Era disperato: era mancato da casa tanti mesi per niente”.

“Sì Domenico, quello era mio padre e i soldi c’erano davvero. Aveva lavorato tanto per guadagnarli. Non mi sa dire dove può essere andato dopo?”

“Certo. Era senza niente quindi gli ho consigliato di andare alla Basilica di Sant’Antonio: là i frati aiutano i viandanti bisognosi, poca roba, ma un piatto di minestra ed un letto non lo negano a nessuno”.

“E lei sa se ci è andato?”

“Questo sta lei figliolo scoprirlo”.

Restiamo in silenzio per qualche minuto. I ragazzi sono andati a dormire e la moglie di Domenico sparecchia la tavola. Penso a mio padre disperato e mi vergogno di quello che ho pensato di lui nella chiesa di Crocette: non ci ha abbandonati. Non lo avrebbe mai fatto.

“Mi spiega coma mai,  quando le ho raccontato il motivo della mia presenza qui, ha detto che la storia di mio padre le ha salvato la vita?”

“Prima di tutto vorrei dirle questo: nel vedere suo padre ero certo che era un galantuomo e non un vagabondo. Lo avevo capito al primo sguardo, perché aveva braccia e mani che avevano lavorato tanto”.

Continuo a fissarlo e lui, appena se ne accorge, mi sorride.

“Non ho risposto alla sua domanda, lo so, però credo fosse giusto dirglielo”.

“Grazie Domenico, lo apprezzo davvero molto”.

“Ora le dico come mai mi ha cambiato la vita: il racconto di quell’uomo lontano da casa per lavorare, con tanta nostalgia per la famiglia, mi ha fatto riflettere così ho deciso di chiedere il trasferimento. Ed il brigadiere che mi ha sostituito, il primo giorno che ha occupato il mio posto davanti alla sede della Banca d’Italia di Padova, è stato ucciso da tre rapinatori. Se non fossi stato per strada, destinazione Pavullo, quello sarei stato io. Per questo non potrò mai dimenticare quell’uomo. Suo padre. Da allora ho capito questo: ogni persona che passa nella nostra vita è unica, lascia sempre un po’ di sé e prende un po’ di noi”.

Questa mi è piaciuta davvero. Devo proprio ricordarmi di dirla a mia madre.

Restiamo a parlare ancora per un po’ e Domenico mi chiede di casa e del fronte. Lui e sua moglie, poi, mi salutano con un grosso abbraccio e mi  fanno promettere che gli avrei scritto, appena avessi ritrovato mio padre. Dopo, con il parroco, torno in paese dove passo la notte.

 

Padova

 

 

Nono giorno di licenza.

Sono svegliato dalle campane ancora una volta. Appena arrivo in cucina il prete mi invita a fare colazione con lui: mangio una fetta di dolce e del latte, tutto è molto buono. Il parroco mi mette nello zaino la torta che rimane e mi saluta. E’ una bella giornata di sole. La prima destinazione di oggi è Guiglia, una marcia tra boschi di castagni dove incontro montanari intenti a fare legna poi, arrivato in paese, prendo la corriera che mi porta a Vignola. Una volta lì corro a prendere il treno per Bologna ma scopro che il primo parte solo nel tardo pomeriggio. Mangio la torta che mi è rimasta, bevo del caffè ed aspetto.

E’ buio quando arrivo alla stazione di Bologna. Il treno per Padova c’è alle nove del mattino così decido di camminare un po’, per sgranchire le gambe stanche per lo stare troppo seduto e per vedere qualcosa di questa grande città. Incrocio molti soldati in partenza per il fronte, parlano tutti della guerra che ci sarà a breve, ed io fra cinque giorni finisco la mia licenza. Anche se ho riacceso la speranza mi sembra di essere ancora troppo lontano dal trovare mio padre. Salvatore si spostava molto e le tracce che ha lasciato sono poche: anche questa volta non lo troverò, già me lo immagino.

 

Decimo giorno di licenza.

Arrivo a Padova che è quasi sera. La nebbia che ha avvolto il treno appena fuori Bologna non è cessata. Mi faccio indicare la strada per la basilica dal primo passante che incontro e m’incammino veloce verso di essa.

Quando arrivo davanti alla portineria del convento suono una campanella e, dopo quasi dieci minuti, un frate mi apre ed io gli chiedo: “Sono di passaggio e vorrei sapere se c’è un posto per mangiare e dormire”.

Mi fa cenno di seguirlo, in silenzio però, perché i frati sono in preghiera; dopo un’ora di canti religiosi si mangia del buon minestrone poi, prima di andare a dormire, riesco finalmente a spiegare il motivo della mia presenza.

Chiedo se le persone che passano da lì lasciano scritto da qualche parte il proprio nome e mi dicono che non succede con tutti, però molti pellegrini ci tengono a lasciare traccia del loro passaggio nella basilica, quindi potrei avere fortuna.

“E se mio padre è passato da qui sedici anni fa dove posso trovare il suo nome?”

Mi dicono che ora l’archivio è chiuso ma dalla mattina successiva posso andare a chiedere.

Undicesimo giorno di licenza.

I frati sono molto mattinieri, sembrano al fronte. Dopo l’attesa per le preghiere del mattino e, dopo aver mangiato con loro, vado a chiedere le informazioni che mi servono.

“Vorrei sapere se mio padre, Marra Salvatore, il 29 agosto del 1898 è passato qui da voi”.

“Come mai questa domanda dopo così tanto tempo?”

“Vede frate, in tutti questi anni non sono riuscito ad avere sue notizie ed io, che non avevo mai abbandonato la Sardegna, solo ora con la guerra sono arrivato in continente e l’unica cosa che so è che i carabinieri di Padova, dopo che era stato rapinato di quello che aveva, l’hanno consigliato di venire qui”.

“Ora capisco. Adesso vediamo se trovo qualcosa”.

Dietro di lui ci sono dei libroni in pelle, come quello aperto sul bancone dove mi sono appoggiato io; ne sfila alcuni che sul dorso riportano la scritta 1898. Sfoglia il primo poi lo ripone, prendendo in mano il secondo.

“Come ha detto che si chiama suo padre?”

“Marra Salvatore”.

“Eccolo qua: è stato il primo pellegrino del 29 agosto 1898. Era un lunedì e non si è trattato di una visita di un solo giorno; si è fermato per un po’ e deve aver fatto dei lavori per noi, per questo motivo vedo che a suo padre era stata assegnata una celletta”.

“Quanto tempo è rimasto? Che lavori ha svolto? Poi dov’è andato?”

“Signor Marra lei fa un sacco di domande alle quali io purtroppo non so rispondere. Se ha pazienza, la faccio parlare con fra Tommaso che è qui da molto prima di me: sa tutto del convento e della basilica ed è anche responsabile dei lavori di manutenzione”.

Ci incamminiamo per un corridoio lungo e stretto ed entriamo in una biblioteca. Quanti libri! Alle pareti ci sono dei mobili che ne sono pieni, non ne ho mai visti tanti in una volta sola. Ci avviciniamo ad uno dei frati immersi nella lettura, gli viene bisbigliato qualcosa che io non sento, ma qualcuno ci intima di fare silenzio lo stesso.

Il frate che penso sia Tommaso mi guarda per bene poi si alza ed io lo seguo in uno stanzino lì vicino, poi lui chiude la porta.

“Mi dica soldato, come mai ha bisogno di me?”

Dopo che gli ho raccontato la mia storia mi guarda, sorride, e mi dice: “Certo che ricordo di suo padre. Dopo il furto gli erano rimasti solo i vestiti che aveva addosso, una bibbia ed un coltello, che non va proprio d’accordo con lo spirito del convento. Noi ci offrimmo di aiutarlo e lui, per ripagare la nostra generosità, si offrì di lavorare per noi. Collaborò alla sistemazione dei nostri cortili e dei giardini, venga che le faccio vedere”.

Lo seguo e, arrivati nel primo cortile, riprende a parlare.

“Questo è Chiostro della Magnolia o del Capitolo: è il chiostro dei pellegrini, il primo dei cortili interni. Deve il suo nome al grandioso e antico albero di magnolia posto al centro. Suo padre ha sistemato alcune pietre pericolanti e la pavimentazione”.

A poche decine di metri arriviamo a un altro cortile e mi dice: “Questo è il Chiostro dei Musei, qui suo padre con altri frati ha spostato un sacco di oggetti e cose inutili; era un cortile che per anni era stato usato come deposito e non stava bene. Dopo le farò vedere il Chiostro del Noviziato. E’ il chiostro attorno al quale si svolge la vita del convento, riservato ai frati e alle loro attività quotidiane. Era il luogo che suo padre preferiva”.

In pochi minuti ci arriviamo ed io capisco subito perché era il preferito da mio padre: al centro c’è un olmo. Ed io non riesco a trattenere le lacrime.

Tommaso mi guarda e capisce, o forse no, ma mi lascia comunque da solo con i miei ricordi, con i miei pensieri. Non piangerò mai più davanti ad un olmo, lo giuro.

Dopo pochi minuti Tommaso si avvicina e mi dice: “Salvatore passava tutte le domeniche in questo cortile, chissà perché”.

Io lo so il perché, e questo mi ricorda mia madre. Casa. Più vicina oggi, in questo luogo, di quanto lo sia stata negli ultimi mesi.

“Si ricorda altre cose di mio padre?”

“Sì, era preoccupato per la sua famiglia. Era arrabbiato perché aveva perso i soldi frutto di tanto lavoro. Era preso dallo sconforto perché non sapeva come dire ai suoi cari che era stato in prigione, anche se noi gli avevamo detto che una notte in prigione non faceva di lui un criminale; ma lui chiuse l’argomento dicendo che fino a che non avesse ritrovato la pace con se stesso non avrebbe scritto a casa, anche perché doveva racimolare altri soldi”.

Ecco perché non abbiamo avuto più sue notizie.

“Poi dopo circa un mese, alla sede della Banca d’Italia che è a poche centinaia di metri da noi, durante una rapina è stato ucciso un carabiniere. La polizia faceva delle retate portando dentro persone sospette allora Salvatore, che diceva che dalle sue parti chi era stato in prigione era fra i primi ad essere sospettato, decise di andarsene in fretta perché non voleva tornare in prigione. Anche se poi sarebbe stato liberato perché estraneo all’omicidio: non ci voleva tornare, nemmeno per una notte. La mattina successiva, penso fossimo in ottobre, ci salutò e con le sue cose, fra queste i pochi soldi guadagnati nei suoi lavori, un saio per difendersi dal freddo ed un rosario povero dei nostri, con una medaglia di sant’Antonio da Padova per proteggere il suo cammino, uscì dal convento per sempre. Fu l’ultima volta che lo vidi”.

“Lei non sa dove può essere andato?”

“Non posso esserle d’aiuto purtroppo”.

“Lo è già stato frate, davvero. E lo dico di cuore”.

Tommaso mi appoggia una mano sulla guancia, una carezza veloce, poi mi dice: “Ha gli stessi occhi di suo padre lo sa?”

Quasi mi fa piangere di nuovo e, per evitare di rompere la promessa appena fatta, riprendo a parlare.

“Durante la sua permanenza con voi non ha mai manifestato la voglia di recarsi in qualche luogo? Non ha mai parlato con qualcuno che potesse fargli capire che dalle sue parti c’era lavoro? Oppure ha fatto amicizia con un qualche visitatore della basilica da poterlo indurre a fargli visita?”

“Potrebbero anche essere successe tutte queste cose ma non me ne sono mai accorto: siamo molto riservati, conduciamo una vita di solitudine, ed i pellegrini che passano di qui vengono da un sacco di posti. Le comitive più frequenti sono quelle della zona. Bassano del Grappa, Castelfranco Veneto e Treviso. Ma abbiamo anche visitatori da oltre confine, capisce per questo che le possibilità sono troppe”.

“Ha detto che quando se n’è andato lo avete pagato: secondo lei mio padre aveva i soldi per prendere il treno per Venezia?”

“Certamente”.

Non mi rimane che quella speranza. Credere che abbia voluto completare il viaggio che si era prefissato da Verona. Saluto fra Tommaso che mi dice di salutargli Salvatore, appena lo avessi ritrovato.

Vado subito in stazione e vedo che il primo treno per Venezia è dopo tre ore. Decido allora di passare dalla caserma dei Carabinieri per ringraziare il maresciallo Basso.

Il carabiniere di servizio mi fa attendere e, dopo poco arriva il maresciallo; mi metto sull’attenti ma lui mi porge la mano e, stringendo con forza la mia, mi chiede subito: “Spero soldato che sia tornato con buone notizie”.

“Maresciallo, il suo aiuto è stato importante: ho rintracciato Rosa Domenico che nel frattempo si è congedato dall’Arma e fa il contadino in un paese di montagna nella provincia di Modena. Si ricordava bene di mio padre tanto che mi ha saputo dire che il giorno che è uscito dalla vostra caserma probabilmente si era recato dai frati che ci sono vicino alla Basilica. Ora vengo proprio da là. E’ rimasto da loro per un mese poi se n’è andato. Non sanno però verso quale destinazione”.

Mi fa accomodare ed io riprendo a parlare.

“Voglio credere che mio padre sia voluto arrivare a Venezia, che era la sua destinazione prima dell’arresto, ed ora, in attesa del treno per questa località, sono passato a ringraziarla e a salutarla”.

“Soldato le auguro tanta fortuna per la sua ricerca e, se avrà di nuovo bisogno di me, sa dove trovarmi. Io nel frattempo farò una cosa: comunicherò alle stazioni dell’Arma dei paesi limitrofi il nome di suo padre e, se la sua ricerca non dovesse avere risultati, mi torni a trovare; forse avremo notizie grazie ai colleghi”.

Mentre mi congedo da lui vedo il giornale aperto sul suo tavolo. La parola guerra è l’unica che i miei occhi riescono a cogliere nitidamente. Camminando verso la stazione non riesco a togliermi questo pensiero dalla testa: tra pochi giorni tornerò al fronte, fra poco la guerra sarà il mio giorno e la mia notte.

C’è nebbia anche a Venezia ma io, che ormai conosco la strada per la chiesa di san Francesco della Vigna, raggiungo veloce la mia meta. Mangio qualcosa prima di bussare al dormitorio della chiesa e, appena entro, chiedo ospitalità poi vado subito a dormire. E’ stata una giornata lunga e faticosa.

 

Dodicesimo giorno di licenza.

Appena possibile mi reco dal frate che aveva cercato di aiutarmi l’ultima volta, e che non avevo ne salutato ne ringraziato. Mi sento in difficoltà a chiedere di nuovo il suo aiuto ma lui, come non si fosse accorto di nulla, mi saluta sorridente.

“Buongiorno soldato, ha poi trovato suo padre?”

“No, non l’ho trovato purtroppo. Sono di nuovo qui perché fatti nuovi mi fanno sperare che possa essere arrivato a Venezia in una data diversa da quella che le avevo dato lunedì”.

“Che data devo cercare?”

“Non ho una data precisa, le chiedo se può controllare i mesi di ottobre, novembre e dicembre. Del 1898 ovviamente”.

“E’ un sacco di tempo”.

“Se vuole la posso aiutare”.

“Certamente, però mi dica il nome che cerchiamo perché non lo ricordo”.

“Mio padre si chiama Salvatore Marra”.

Cominciamo a sfogliare, una pagina dopo l’altra. Il mio entusiasmo si trasforma presto in delusione poi sconforto, quando arriviamo in fondo; è deluso pure lui. Cerchiamo anche nel primo libro del 1899, ma senza avere successo.

E adesso? Ho solo due giorni di licenza e devo anche raggiungere il fronte. Non so più dove andare e, soprattutto, non ho più tempo. Ma cosa mi è sfuggito?

Questa volta saluto il frate e lo ringrazio per aver dedicato il suo tempo alla mia ricerca. Mi siedo sul muretto fuori dalla chiesa e penso a Salvatore. Dove puoi essere finito padre? Se non hai più dato tue notizie, forse, ti è successo qualcosa di grave: non puoi aver chiuso con il passato di tua spontanea volontà.

La mamma diceva sempre che le cose difficili esigono tempo, quelle impossibili ne richiedono di più ed io, finita la guerra, mi prenderò tutto il tempo che occorrerà. Ma giuro padre, davanti a questa bellissima chiesa, che riuscirò a trovarti, anche se sei andato oltre confine.

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