It’s a long way to the coast. La strada finisce sul bagnasciuga

28 aprile, Los Angeles. La strada finisce qui, sul bagnasicuga di Venice Beach. Qualcuno come noi è arrivato in auto, altri in Greyhound, altri in motocicletta o in autostop. Alla fine dopo quasi tre settimane e 6500 chilometri percorsi io e il dottore possiamo definirci non tanto stanchi, ma svuotati, quello sì.

L’attraversamento di un paese come gli Stati Uniti ti fa sentire piccolo. Ti fa pensare che tutto ciò che avevi visto prima era più piccolo e di bellezza nemmeno lontanamente paragonabile. Di una bellezza che ti riempie fino a farti trabordare per poi lasciarti vuoto come una bottiglia dopo la festa.

Molti europei e italiani di un certo grado culturale nutrono un sottile disprezzo per gli Stati Uniti a e gli americani che si badi bene sono due cose diverse, come l’Italia dagli italiani. Poi magari in America, in America, o al più ci hanno portato la moglie per Natale a New York. Poi magari in macchina ascoltano Bob Dylan, Patty Smith, o i Creadence Clearwater Revival. E una coca-cola, ogni tanto se la fanno, lontano dagli occhi indiscreti. Io e il dottore lasciamo a loro manie di persecuzione, convinzioni e l’autocompiacimento eurocentrico.  Se però qualcuno avrà la possibilità di viaggiare da una costa all’altra, capirà perché  c’è una bandiera a stelle e strisce ad ogni angolo e finanche nel deserto.

Capirà perché qui è nato il blues, il jazz e il rock’n’roll e perché è stato possibile esportarlo nel mondo. Capirà anche, venendo a Los Angeles, perché il rock’n’roll è finito nella città che è stata una delle sue culle.

Los Angeles ha il fascino della città decadente. I suoi tempi illuminati sono finiti da almeno 20 anni. La sostanza è morta, pur sopravvivendo la forma. E i soldi. Soldi a non finire. Tutto a L.A. gira intorno ai soldi. La Downtown, il centro della città, ospita una decina di grattacieli e tutti sono di banche. Si guardano l’un l’altro fottendosene di cosa succede intorno. In Italia il centro è la piazza, con la chiesa e il comune. A L.A. sono le banche. Ma Los Angeles non è l’America e la downtown non è Venice Beach.

Città del cinema, L.A… Ovunque ci sono i manifesti di The Avengers. Niente da dire sui film che parlano di eroi dei fumetti (il mio preferito è Iron Man), ma pensare a certi grandiosi film del passato girati agli Studios viene la pelle d’oca. Caduti piuttosto in basso.

Uguale per la musica.  Passeggiando sul Sunset Boulevard trovereste tutti i locali della storia della musica moderna. Il Whisky a Go Go, il Rainbow, il Roxy. Al Whisky a Go Go, dove hanno suonato i Doors, gli Who, Frank Zappa, i Toto, Otis Redding,  i Ramones, i Led Zeppelin, i Guns’n’Roses e chi più ne ha più ne metta oggi state certi che 9 volte su 10 vi becchereste dei ragazzini “college rock” a pagamento. Voi pagate 10 dollari. E loro chissà quanti per salire su quel palco. Se vuoi suonare al Whisky, oggi, paghi e la qualità è ovviamente non garantita. Un po’ come a Sanremo giovani.

Qui in California, diversamente dal Mississippi, si è andati avanti, benché la direzione non sia proprio quella della prosperità artistica. Abbandonata l’inluenza del blues nero, il rock ha preso la sua strada bianca. Per questo forse rap e hip-pop hanno dilagato, occupando lo spazio che prima era del rock’n’roll che da Elvis in poi aveva contribuito a sanare un conflitto etnico sanguinoso. Alla Sun Record di Memphis, il produttore discografico Sam Phillips, aveva pensato che Elvis avesse la voce giusta per abbattere quel muro profonda e aggressiva come quella di un nero, ma armonica e dolce come quella di un bianco.  Messa sopra le dodici battute blues del delta del Misissippi MI-MI-MI-MI-LA-LA-MI-MI-SI-LA-MI-MI e al ritmo più andante del country bianco di Nashville ne veniva fuori la sintesi perfetta.

Dopo tante riflessioni che non basta un blog intero per contenerle, e dopo un bagno di libertà nell’oceano io e il dottore vi ringraziamo se ci avete seguito in questo viaggio e ci apprestiamo a raggungervi nel Vecchio Continente, e a tornare  a casa.

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