FtoF: The World through My Lens, intervista con Stefano Romano

Ho conosciuto Stefano tramite un social network. A dire il vero, prima ho guardato tutte le sue fotografie e poi ho deciso di interagire verbalmente perchè avevo bisogno di associare il suo linguaggio ai suoi occhi. Stefano Romano è un fotografo, un ritrattista, che riesce a utilizzare la tavolozza di colori dell’umanità intera e a regalartela con una naturalezza che da un nuovo significato alla categoria della spontaneità. Vi lascio alle sue parole.

1) Puoi selezionare 3 fotografie (tue o di altri maestri) che ti rappresentino e spiegarci il motivo?

La prima foto è una scelta obbligata. E’ di Steve McCurry, quello che io considero il mio maestro e il più grande fotografo vivente. Avrei potuto scegliere qualsiasi dei suoi ritratti, come la più famosa Sharbat Gula, la ragazza pakistana, ma scelgo quest’altro ritratto della giovane profuga afghana, perché potrei non smettere mai di osservarlo. La luce negli occhi, i colori, l’espressione: tutto è perfetto. Scelgo McCurry perché io sono un ritrattista, e forse lo sono diventato guardando le sue foto, nei primi anni di studio dei maestri. Poi abbiamo in comune la passione per l’Asia.  Come afferma lui stesso: “Ripensandoci, posso dire che è stato il colore vibrante dell’Asia a insegnarmi a vedere e a scrivere nella luce”. Inoltre le foto di McCurry mi hanno fatto riflettere ultimamente (a Roma il fotografo americano è stato in mostra con circa 250 immagini in questi mesi) sul termine di umanità. Sai, si dice che quella persona ha una grande umanità, ma l’umanità – come sostantivo – include ognuno di noi. Che vuol dire ‘avere umanità’? Ecco, scelgo McCurry perché è un uomo che ha una grande umanità, intesa come qualità e come sostantivo: nelle sue fotografie è rappresentata l’umanità intera.

La seconda fotografia è forse il mio miglior ritratto di sempre. Ed è un ritratto atipico, poiché per decisione etica mi sono imposto di non fotografare i poveri e i mendicanti per strada. Ma lei è diversa, si chiama Yolanda e vive e dorme alla Stazione Termini (la principale stazione ferroviaria di Roma). Ogni volta che passo lì, la incontro, e sono ormai anni. Perciò non è stata una foto e via. Le ho scattato questo ritratto e poi mi sono fermato a parlare con lei. Prima mi ha raccontato la sua incredibile e triste vita, poi mi ha gelato il sangue. Nell’andare via mi ha chiesto scusa perché sicuramente non era venuta bene, troppo stanca quel pomeriggio. Dopo un po’ di giorni  le ho portato la foto stampata; lei era felicissima. Si è fatta scrivere dietro la foto la data in cui l’ho scattata. Perché ormai non ho più uno specchio e non vedo il mio volto da tanto tempo, ora so che in questo giorno il mio viso è così. Non aggiungo altro.

La terza invece è stata fatta in Indonesia. A casa dei parenti di una cara amica che lavora all’Ambasciata Indonesiana a Roma. Quando io e mia moglie siamo andati in Indonesia, abbiamo raggiunto questa famiglia. Sono le classiche grandi case in cui vivono insieme le sorelle e i fratelli con le rispettive famiglie  e, su tutti, la madre cha non sta più molto bene. La sorella più piccola aveva da poco partorito, io le stavo facendo delle foto mentre allattava, quando mi sono voltato e ho notato la sorella più grande che dava da mangiare all’anziana madre. Ho capito subito che poteva essere una bella scena. Sono corso dietro tutti e ho scattato questa foto difficilissima. Primo, perché c’erano due differenti zone di luce molto nette; secondo, perché la casa era molto affollata, con bambini che correvano da tutte le parti; e ultimo, perché la mamma davanti alla finestra allattava il figlio ciondolando come spesso fanno le madri che allattano. L’ho chiamata “Il circolo della vita”. La foto non è perfetta tecnicamente ma è permeata di senso: in una sola scena c’è la madre che nutre il figlio e la figlia che nutre la madre. Questa è una delle foto più amate da tutti, e molte persone mi hanno scritto che le ha profondamente commosse perché ha riportato in mente una madre lontana o persa per sempre.

2) Qual’è stata l’esperienza più intensa che hai vissuto nella tua carriera fotografica?

L’esperienze più intense sono due. Una in cui ho scattato delle fotografie ed una in cui non l’ho fatto.

La prima è legata al mio lungo reportage in Indonesia. Sono stato lo scorso dicembre a Giava per tre mesi, subito dopo il mio matrimonio, a conoscere la famiglia di mia moglie. Questo è il tipo di viaggio che mi piace e che reputo l’unico possibile, quello accompagnato da persone che vivono in quel luogo. Perché la vita che fai là è la stessa che fanno loro, non hotel o viaggi organizzati. Ma visitare le famiglie dei parenti, dormire a casa loro, giocare con i loro figli. Poi, per un italiano convertito all’Islam da poco, come me, essere nella terra con il 90% di musulmani al mondo, significa essere trattato come un re. Durante la permanenza sono stato condotto a visitare una Madrasah, una scuola coranica statale, di dimensioni veramente notevoli. Sono andato insieme ad uno dei responsabili; siamo arrivati verso le 5.30 di mattina ed era già un brulicare di studenti e studentesse (in queste scuole esiste una linea invisibile che divide i ragazzi dalle ragazze). Prima della colazione le bambine erano già in piedi a memorizzare il Corano. Vivono là come in un’Università da noi, per 5 o 6 anni, senza quasi mai uscire, studiando tutte le materie più i corsi islamici. Sono rimasto a lungo, anche durante le lezioni. E’ stata un’esperienza incredibile, documentata da molte foto. Prima di andare in Indonesia mi chiedevo come fosse nascere e crescere in un paese profondamente islamico; in quei momenti l’ho respirato a pieni polmoni. Era pervaso di significato come se fosse pulviscolo nell’aria. Cioè, il senso astratto diventava luce nei volti delle studentesse: per loro quella è la normalità. Come le mendicanti per le strade di Jakarta che indossano l’hijab, logoro e stinto, ma lo indossano. In quella Madrasah ho realizzato il significato di essere musulmano. Nel mio sito e nella mia Pagina, come riassunto del mio lavoro, c’è questa mia frase: “La Fotografia è come la Fede: tu devi lasciare entrare la giusta porzione di luce nel corpo, abbastanza da distruggere l’oscurità, non troppa da bruciare l’anima. E’ tutto una questione di Tempo”. Questa esperienza di essere trafitto dalla luce l’ho provata varie volte in Indonesia, e fa sì che io non veda l’ora di tornarci, sentendone la mancanza quasi come mia moglie.

L’altra esperienza invece rientra tra le foto mancate, che sono il negativo delle foto scattate, o meglio, in quel ‘cimitero di immagini’ come lo chiamo io, che ogni fotografo ha in sé.  Sono quelle fotografie che, per mancanza di macchina fotografica, impossibilità del momento o scelta etica, non siamo riusciti a scattare ma che ugualmente i nostri occhi hanno catturato. Ed ha segnato la mia collaborazione con la più importante Fondazione cinese in Italia, la Soong Ching Ling Foundation of Italy. Risale al gennaio scorso, al caso che ha sconvolto l’Italia, del giovane padre cinese Zhou, ucciso in un quartiere di Roma insieme alla figlia che teneva in braccio, Joy di solo sei mesi, da due rapinatori. Quello è un quartiere che conosco bene perché è quello con la maggiore concentrazione di popolazione bengalese ( la comunità migrante con cui collaboro da più anni), al punto da essere chiamata Bangla Town. Ero andato là per fotografare gli italiani che portavano i fiori sotto il portone della famiglia uccisa. Ero solo, quando è uscita dal portone la giovanissima madre del papà ucciso, insieme a due donne cinesi. Appena lei ha visto i fiori si è sentita male e io sono accorso per sostenerla perché stava svenendo; smettendo ovviamente di fare foto. Le ho aiutate, allora, a portarla in casa e a sdraiarla sul letto. Di colpo mi sono ritrovato, come si dice, dentro la notizia. Per giorni i fotografi e i giornalisti hanno scandagliato ogni frammento della vita di questa famiglia, e io ero là, davanti il letto, ad osservare queste donne che ripetevano cantilenando il nome di Joy tra le lacrime. Ricordo ogni cosa di quella stanza. Avrò scattato dozzine di fotografie, ma solo con i miei occhi, perché esiste e deve esistere un limite invalicabile.

La notte sono tornato a casa sconvolto, l’impatto emotivo l’ho portato per giorni, e ho scritto una nota raccontando quello che mi era accaduto. Da lì mi ha contattato la Presidente della Fondazione cinese e ci siamo conosciuti. Ora lavoro per loro.

3) Una singola fotografia, senza l’aggiunta di parole, può essere considerata fotogiornalismo?

Sì, una fotografia può essere fotogiornalismo senza didascalie. Ci sono fotografi famosi, come Tano d’Amico o come l’americano David Drew Zingg, che odiano le didascalie. Anzi proprio quest’ ultimo imponeva la pubblicazione delle sue foto a piena pagina senza didascalie. “La fotografia è un linguaggio in sé. L’incontro con l’immagine deve avvenire innanzitutto senza parole, le spiegazioni devono venire dopo”, dice in un’intervista. Però io non sono molto d’accordo. Una foto muta può essere fotogiornalismo, a patto che dopo ci sia la costanza di cercare e approfondire quello che le foto mostra. Pensiamo alle due fotografie che hanno vinto i recenti World Press Photo: le donne che al tramonto urlano il loro dissenso dai tetti di Teheran di Pietro Masturzo nel 2009, o la ragazza afghana sfigurata in volto della fotografa Jodi Bieber nel 2010. Sono due foto belle, che colpiscono e raccontano. Ma ci deve essere una spiegazione. Che fanno quelle donne sul tetto? Perché sono al buio? Che città è? Perché la ragazza non ha il naso? Che le è successo? E’ stata una mina? No, il marito. Una foto deve raccontare molto di suo, però sapere quello che c’è dietro è fondamentale. Consiglio vivamente, per capire cosa intendo, il libro di Reza “Il mestiere del fotografo” della CONTRASTO. Ogni foto spiegata dall’autore; un viaggio incredibile che vale più di mille manuali tecnici.

4) Come si parte? Ma, più difficile, come si prosegue il cammino nella fotografia e nel fotogiornalismo? Come si tiene accesa la capacità di meravigliarsi, fermarsi, muoversi, curiosare nelle pieghe del mondo?

Questa è la domanda più difficile. Primo perché non mi sento in grado di dare consigli a nessuno. Secondo, perché io non sono un fotoreporter. Io amo definirmi un ritrattista. Per me tutta la bellezza dell’umanità sta nei volti. C’è chi si concentra sulla scena, punta il 50mm sulla realtà circostante e la racconta. Io sono più orientato sui volti, ci vado sopra, sempre più vicino, finché non riesco a scorgermi riflesso nei loro occhi. Perciò quello che posso consigliare è di capire cosa vi piace. Fotografate un fiore, un paesaggio, un monumento, un volto o una scena, e appurate quello che vi da maggior piacere nel rivederlo. Quella sarà la vostra strada. E’ importante avere una visione, un progetto mentale su cosa è per voi la fotografia e cosa volete comunicare con essa. Deve essere chiara in voi la vostra griglia wittgensteiniana da poggiare sulla realtà che vi rende diversi dagli altri. Il mondo fuori esiste indipendentemente da noi, è a prescindere: è come noi lo guardiamo che fa la differenza. Per fotografare le persone bisogna amare profondamente l’umanità. Se degli uomini non vi fidate, provate invidie, rancori o presunzioni allora è meglio fotografare i paesaggi; perché tanto le vostre foto lo riveleranno. Se per voi invece gli esseri umani sono lo scrigno di ogni bellezza con le loro storie, allora non potrete mai annoiarvi, o perdere la capacità di meravigliarsi. Quanti volti ci sono fuori che ci aspettano? Anzi, il tempo è sempre troppo poco. Una vita non è sufficiente.

5) A cosa stai lavorando oggi? E quali progetti futuri stai preparando o vorresti preparare (anche progetti solo sognati per ora)?

Al momento sto lavorando ad un lungo reportage che spero di pubblicare in una rivista italiana importante. Racchiude i miei lunghi anni insieme alle comunità migranti, dovrebbe intitolarsi “La Roma che cambia”. Ora vedo molti fotografi interessarsi agli stranieri, alle loro feste. Io lo faccio da 5 anni, e sono stato quasi sempre solo. E non era semplicemente un fotografare le loro attività, ma con alcune di esse quasi un viverci insieme. Sì, diciamo che alcune comunità mi hanno adottato. Ho imparato la loro lingua (cosa che reputo fondamentale per il mio modo di approcciare le persone), ascoltato le loro canzoni, vestito gli abiti e via dicendo. Poi mi sono chiesto perché, e la risposta che mi sono dato dopo tanti anni, è che non si tratta solo di essere cittadini del mondo ma, come diceva il filosofo Merleau-Ponty, far parte della stessa “carne del mondo”. Quando sto con i miei amici stranieri sento la mia identità sgretolarsi, e mi piace. Al punto che spesso mi capita di sentirmi chiedere “da dove vengo”. Il reportage vuole raccontare questo. Diversi aspetti di ogni comunità: la fede, il folklore, gli affetti ed una storia particolare per ognuno di loro. Nella speranza che il tutto divenga un giorno un gran bel libro fotografico. E poi sto allestendo la mia prossima mostra che si terrà a fine Maggio, in occasione della Settimana della Cultura Islamica. Sono le fotografie delle bambine musulmane in Indonesia,  che avevo già esposto qualche mese fa ed era molto piaciuta.

6) Nella tua pagina FB ho letto un messaggio a tua moglie molto toccante. Parlava del sacrificio che il tuo lavoro impone sulla tua vita. Mi chiedo, la Passione Dominante per la fotografia, quegli occhi diversi che si acquisiscono e che svelano il mondo reale da quello percepito, sarebbero gli stessi senza sacrificio?

Il sacrificio non è in ogni storia; ognuno ha il suo percorso di vita. Credo che molti fotografi siano felici e appagati, e lo siano diventati senza nessun problema particolare. E sono ottimi fotografi. Io parlo secondo la mia esperienza. Io fotografo tantissimo, essendomi fatto un nome nelle varie comunità migranti, qualsiasi evento accada a Roma io ci sono o lo vengo a sapere. Ma questo non si traduce in agiatezza economica. Prima avevo un lavoro stabile, nel campo del marketing, ma dopo l’accensione della miccia fotografica ho lasciato che bruciasse tutto. Incluso una lunga storia d’amore che è precipitata proprio per questo. Il dolore proviene da là. Dal vedere accanto a te persone che ti amano e non ti capiscono. I miei genitori che sono ancora molto preoccupati. Ora sono anche sposato con un affitto da pagare, e mia moglie sa che io non rinuncio a questo percorso, perché per me non stiamo parlando di lavoro, ma di me stesso. Io lo so che sto andando nella direzione giusta e che spero, inshAllah, i frutti arriveranno. Ma lo vedo io, per ora. Gli altri devono fidarsi. Il dolore è voler garantire una vita più facile a mia moglie, e più serena ai miei genitori, ma non poterlo fare. Le loro lacrime mi fanno male. E’ solo questione di tempo.

7) Ti senti prigioniero della fotografia a volte? Vorresti guardare le cose con occhi diversi, omologanti, standardizzati?

Ti rispondo con le parole di Reza, un famosissimo fotografo iraniano di cui sto divorando il libro “Il mestiere del fotografo”: “Il prolungamento del cuore di un pittore è il suo pennello, quello del musicista, il suo strumento, quello del poeta, la sua penna. Per me, il mio apparecchio fotografico. Sono come un leone in gabbia quando non fotografo, mi manca l’ossigeno. Non mi metto necessariamente nella “condizione” di fotografare. E’ una seconda natura. Non divento ogni volta fotografo, lo sono sempre.”

Ora, io non ho la presunzione di paragonarmi a lui, e vorrei che prendessi ogni mia parola di questo dialogo come avulsa da ogni superbia. Però è vero, lo sento anche io. Fotografare non è un secondo, od un diverso momento rispetto al guardare. E’ un’azione che implica uno strumento che è la macchina fotografica, ma lo sguardo è epistemologicamente lo stesso.  Dopo anni che scatti quasi sempre per strada, intendo non con i tempi lenti dello studio, si sviluppa una modalità di vista differente, che ti rimane anche senza macchina fotografica. Per cui se tu guardi a destra, in realtà la retina sta registrando anche quello che accade alla tua sinistra, per essere sempre pronti al caso. Perciò non mi sento prigioniero. Anzi. E’ qualcosa che si avvicina alla “presenza a se stessi” di Gurdjieff. Cercare di rimanere sempre vigili nei confronti della realtà. La fotografia io la intendo così: un esercizio di autocoscienza che mi consente di interpretare e capire di più me stesso, attraverso gli altri.

8) Il progetto “PORTRAITS” – Travelling with Faces è un itinerario straordinario attraverso i tratti somatici e le espressioni facciali di diverse culture. Cos’è il viaggio per te? Ho cercato spesso parole per descrivere l’essenza del “viaggiare” ma ho trovato soltanto descrizioni approssimative del “viaggiatore”. La fotografia può fornirci parole nuove e silenziose per ampliare e rendere più immediato lo spazio semantico tra noi e il resto del mondo?

In realtà la collezione “PORTRAITS” è il risultato di una scelta casuale, che appartiene solamente alla Pagina delle mie foto su Facebook. Perché sia nel mio profilo che nel Sito ufficiale, i ritratti sono divisi in diverse collezioni: ci sono i ritratti indonesiani, bengalesi, ed altri appartenenti a raccolte legate ad eventi specifici. Nella Pagina ho invece raccolto tutti i ritratti, salvo qualche eccezione, in un unico album. Facendo questo si perde una caratteristica fondamentale, che è invece evidenziata nelle singole raccolte, cioè che la maggior parte dei ritratti sono presi a Roma. Infatti la maggior parte delle persone che vede le mie fotografie mi invidia per la mia possibilità di girare il mondo; invece, a parte l’Indonesia, da fotografo io non sono ancora andato da nessuna parte. Sia l’Europa che le Filippine le ho visitate quando ancora non avevo neanche una buona macchina fotografica. Per questo motivo ho intitolato la collezione “Viaggiando con i volti”. Io amo Roma perché ti consente – se ne hai le capacità – di scovare qualsiasi parte del mondo tu voglia nei volti di chi la abita. Il mio viaggiare è perciò un viaggiare attraverso le persone, inteso sia come ‘per mezzo di’, sia come verbo: attraversare le persone, viaggiare dentro loro, le loro vite, le loro storie. E’ come quando osservi gli stormi migranti di uccelli, immaginando quale sia la loro meta e quale la partenza. In realtà noi li cogliamo solo per quella porzione di cielo che ci sovrasta, ma lasciano intendere una direzione. Così sono le persone. Gli stranieri da cui sono profondamente attratto. Da dove vengono? Dove sono nati? Cosa rimane in quei volti della loro vita precedente? Riuscirò a farla emergere in uno scatto? La semantica dei volti è fondamentale; come hai letto, nelle note alla raccolta amo citare un verso di una poetessa irachena, Amal al-Juburi, intitolata “Il velo dei volti”: “I volti sono lingue senza alfabeto”. Ecco, per me viaggiare significa abitare le parole mute dei volti migranti.

9) Ultima domanda, perché io amo i numeri dispari e primi, e ancor di più i numeri dispari e figli di un numero primo elevato per un numero primo. “Children saved Me”, non voglio aggiungere altro, ti lascio spiegare tutto da solo. 

I bambini veramente mi hanno salvato. Questo fa parte della mia storia personale, perché la mia infanzia non è stata facile, o meglio: non è stata come quella degli altri bambini. Per una malformazione genetica al cuore ho subito negli anni varie operazioni che mi hanno obbligato a trascorrere lunghi periodi in ospedale. Così, sia per le operazioni che per i seguenti mesi post-operatori, trascorrevo l’infanzia lontano dagli altri bambini, o solamente guardandoli. Senza poter giocare con loro. Questo mi ha segnato profondamente, anche se ora sto benissimo e tutto è stato superato. E’ come se un pezzo di vita, il più bello,  fosse trascorso come non doveva, e nessuno me lo rende dietro. La mia infanzia perciò non mi viene restituita, ma io posso riviverla con i bambini. Loro questo lo sentono. C’è un rapporto speciale, compreso meglio da loro che non dagli adulti che anzi lo giudicano, appunto, comportamento infantile. Ma quando io gioco, o interagisco con i bambini (le foto in questo caso vengono in un secondo momento), è come se loro leggessero questa mia esigenza di ritorno a casa, di Homesick – che è poi la citazione finale nelle note della raccolta, una canzone dei Cure che io adoro. Sentono che possono fidarsi, che sono come loro, dei loro. Per me questo è un punto fondamentale di tutta la mia essenza di fotografo. Quando punti la lente su una persona nel suo sguardo deve esserci la fiducia. Anche se è uno sconosciuto.

Nei bambini questa sensazione la provo più che con gli adulti. E poi la loro bellezza è per me il segno tangibile di Dio. Anzi, ho intitolato la raccolta di fotografie sui bambini in Indonesia “I Bambini di Dio”, cosa che ha fatto arrabbiare molti fratelli musulmani, anche perché l’inglese è più confuso rispetto all’italiano, dove c’è una netta differenza tra ‘figli’ e ‘bambini’, che si perde ne generico ‘children’. Dato che nell’Islam Dio non ha figli. Il mio intento invece era proprio rimarcare la tangibilità della bellezza divina nell’infanzia. Concludo con la citazione di Gibran che è tra le mie preferite, in proposito:

Se volete conoscere Dio, non siate dunque solutori di enigmi. Piuttosto guardatevi intorno e vedrete Dio giocare con i vostri bambini.”

  

Sito:  http://stefanoromanophotography.zenfolio.com/

 FB: https://www.facebook.com/pages/The-World-through-my-Lens-Stefano-Romano-Photography/208076279225744

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7 risposte a “FtoF: The World through My Lens, intervista con Stefano Romano

  1. Bellissima e istruttiva intervista, interessante ed istruttiva per tutti quelli che come me sono appassionati all’arte della fotografia. Grazie

    • Grazie Emanuele, ma io non sono maestro di nessuno e un pò mi ha anche imbarazzato. Però sapere che c’è chi come Giulia ha amato tanto le mie foto al punto da farmi certe domande mi scalda il cuore. Io spero con le mie parole di alimentare il fuoco che c’è in ognuno di noi nel seguire le proprie passioni. Non fosse altro per dire alla fine “Io ci ho provato”. Un abbraccio fraterno Emanuele.

  2. Bellissima intervista é molto interessanti,complimenti davvero al fotografo,mi é piaciuto tutte le fotografie,sei un proffessionista

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