Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo V

Ritorno al fronte

M’incammino verso la stazione, torno al fronte. Attendo il primo treno per Vicenza, oggi non ce ne sono più, così dormo su una panchina.

 

Tredicesimo giorno di licenza.

Quando arrivo alla stazione di Vicenza trovo molti soldati, tutti in attesa di essere caricati sui camion per raggiungere gli avamposti della guerra imminente. Partiamo molto lentamente, è una colonna lunghissima e non se ne vede la fine. Sono deluso: ho trovato tanto di Salvatore ma in sostanza sono in un vicolo cieco. Spero che, parlando con i miei compagni, almeno loro riescano a cogliere quello che a me è sfuggito. A Piovene Rocchette ci  fanno scendere per caricare roba pesante così noi dobbiamo continuare a piedi. La salita per il Cengio è durissima, con i camion che rendono la strada piena di buche e fango poi, quando siamo sull’altipiano, la marcia continua lenta. Passiamo i paesi di Tresche, Fondi e di Cavrari. Prima di Canove di Roana è buio ed io, con altri quattro soldati, mi metto a dormire in un ovile: che freddo, non me lo ricordavo più. Siamo stanchi e ci addormentiamo subito dopo aver mangiato delle gallette; non sono un granché, ma è l’unica cosa che abbiamo.

 

Ultimo giorno di licenza.

La mattina è una bella giornata di sole ed io riparto presto perché ho paura, anche se non sono lontano dalla nostra postazione, di non fare in tempo prima che mi si chiuda la licenza. Mi aspetta una marcia in mezzo al caos, al fango e a tanti altri soldati, su strade che improvvisamente sono chiuse per far passare camion o macchine con ufficiali. Finalmente, prima che faccia buio, la voce di Olinto mi intima l’alt. Sono arrivato, sono di nuovo a casa. Mi abbraccia e mi chiede se la mia ricerca ha avuto successo. Faccio no con la testa e quasi piango; vado subito in branda ma non prima di aver salutato con un cenno negativo il sergente. Prima di addormentarmi mi rendo conto che ho le lacrime che bagnano il cuscino. Mia madre diceva sempre: il mondo è pieno di sofferenza, ma è anche pieno di persone che le hanno superate. Mi addormento pensando a lei e a casa.

La mattina solita sveglia alle cinque, c’è freddo, ed il caffè è cattivo. Restituisco i soldi che non ho speso ma i miei compagni presenti nel rifugio decidono che faremo una gran mangiata e una bevuta appena ritrovato Salvatore. Mi viene da ridere, voglio bene a tutti loro e con questo pensiero vado a fare il mio turno di guardia. La giornata è bellissima, c’è il sole e la vallata è piena di soldati. Mentre sono mancato sono aumentate le trincee, i cannoni. Un silenzio irreale viene rotto da una campana lontana. I fuochi da campo svelano che anche il nemico fa colazione. Ho la compagnia di due corvi.

Nel pomeriggio siamo tutti al caldo nel rifugio, sono sulla branda con i miei pensieri ed i compagni sono in silenzio: sembra che aspettino qualcosa da me. La mamma diceva sempre che chi non comprende il tuo silenzio, probabilmente non capirà nemmeno le tue parole

“Ehi, Pietro, ci sei?”

“Ehi, sergente, ci sono”

“Soldato Marra, ho due lettere per te, una da tua madre, e una dalla morosa”.

“Morosa?”

“Pensavo dalla morosa, perché vengono tutte e due dal tuo paese e i mittenti sono donne”.

Resto muto e la mia espressione stupita spinge il sergente a continuare.

“Prima però è meglio che ci dici qualcosa di tuo padre, così dopo starai meglio anche tu”.

Mentre ripongo le lettere sotto la branda gli altri compagni si avvicinano, ed io inizio il mio racconto.

“Dovete sapere che nell’ultima lettera mio padre dice che lavorava a Modena, allora sona partito da lì”.

“Modena? Hai detto Modena?”

“Taci Giulio, lascialo continuare”.

“Ma io vengo da là”.

“Abbiamo capito, ma ognuno di noi viene da un posto”.

“Allora, dicevo, a Modena… ”

“ …poi con i fratelli Bisighìn sono andato ad Albarello vicino a Castelnuovo del Garda e… ”

“ …prima di partire mi hanno dato le foto della mietitura, guardate… ”

Siamo tanto presi dagli spostamenti di mio padre che ci stavamo dimenticando di dare il cambio a quelli fuori al freddo. Dopo riprendo la mia storia.

“ …sono passato da Sona, c’è una chiesa del santo Salvatore che mio padre ha voluto visitare… ”

“ …poi Verona, il treno per Venezia… ”

“ …i carabinieri di Padova, la notte in prigione e… ”

La mia voce diventa un sospiro adesso. Anche se mio padre non meritava di essere arrestato so quanto, questa terribile esperienza, l’ha segnato nel profondo. Il sergente deve aver capito che ho bisogno di una pausa e così prende la parola.

“Pensa Pietro che nelle mie montagne c’è una leggenda, che viene raccontata ai bambini per tenerli lontani dalla tentazione di rubare. Una volta un contadino, che non aveva né mucche né capre, si sentì punto dal desiderio di avere un po’ di latte per farne formaggio e ricotta, di cui era tanto ghiotto. Stabilì d’andarlo a rubare in un cascinale poco lontano dal paese. L’avrebbe fatta franca di certo poiché i padroni, di notte, ritornavano a casa ed il luogo era quasi sempre deserto. Giunse così la sera propizia. Nero il cielo e nera la terra. Nebbie fittissime che scendevano fin quasi alle falde del monte. Attese che le strade fossero silenziose, le porte chiuse, i lumi ad olio spenti, poi uscì di casa con due secchi sopra la spalla destra appesi agli estremi di un bastone ricurvo.

Trattenendo il fiato per non destare i cani che, per istinto, penetrano le intenzioni degli uomini, uscì dal paese. Appena giunto fuori dall’abitato infilò rapidamente il sentiero che conduceva al cascinale che in un batter d’occhio raggiunse. Depose i secchi sul limitare della stalla, guardandosi bene dal non far cantare i manici, con occhi dalla pupilla dilatata quanto un soldo. Frugò i dintorni e tese l’orecchio: nessuno, fuorché lui e la propria coscienza che gli rodeva il cuore. Cercò svelto la chiave nei buchi dei muri attorno allo stipite poi in terra. La trovò sotto un sasso e in un attimo aprì.

Affondò i recipienti nella caldaia e li ritrasse colmi, bianchi di panna e gocciolanti allegramente come fontane. Li trasportò fuori, chiuse poi rimise la chiave nel suo sito. Dopo ripulì la lamiera esterna dei secchi con delle lunghe leccate. Si dispose cautamente al ritorno, a passi corti e sicuri per non far traboccare il latte, appoggiandosi ad un badile che per caso gli era capitato tra le mani vicino alla porta del cascinale. Ma quando fu circa a metà sentiero, in una radura del querceto, con indicibile spavento il contadino ad un tratto vide le nubi biancheggiare in mezzo al cielo, e poi aprirsi per mostrare un maestoso plenilunio. Il ladro ebbe paura, perché in quel tempo la luna era viva: vedeva, udiva, parlava e poteva scendere sulla terra a castigare i malvagi. Allungò il passo con grande scapito del latte e si nascose dietro un cespuglio di spini. Ma l’astro, ai cui occhi nulla sfugge, lo  adocchiò  e, con severo cipiglio, si mise a parlare con voce di tuono: Esci dall’ombra e ripara al male fatto, se non vuoi che ti smascheri di fronte alla gente del paese.

A quelle parole l’uomo restò a bocca aperta, con gli occhi sbarrati come vipera colpita da un sasso alla coda.  Si sentì un cerchio di ferro intorno al capo, caldo addosso, suoni e fischi negli orecchi ed il cuore che voleva venir su per la gola. Però, dopo pochi minuti di smarrimento, riuscì a raccapezzarsi e ad essere di nuovo padrone di sé. Visto che la luna continuava a brontolare, chiamando in suo aiuto l’eco dei monti e l’urlo del vento, depose i secchi e, con l’energia propria che sorge in noi quando si vuole uscire da una circostanza pericolosa, si mise a lanciar badilate di terra alla brontolona per tapparle la bocca ed oscurarla. La luna allora, indignata da tanto oltraggio, si precipitò sul ladro e gli fece rimettere i secchi di latte sulle spalle e, portatolo in cielo, lo condannò a viaggiare con sé fino alla fine del mondo. A perpetua condanna dei ladri.

Il popolo, durante il plenilunio, assicura di distinguere chiaramente l’uomo col latte. E le madri, per infondere nei figlioletti l’orrore al furto, raccontano spesso la leggenda della luna e del ladro coi secchi”.

Il mio sergente ha sempre delle belle storie.

Si è fatto tardi ed è arrivata l’ora del rancio. Subito dopo vado in branda e prendo la lettera di mia madre.

Carissimo figlio, mi manchi, Turi ed io stiamo bene e speriamo che anche tu possa dire la stessa cosa. Dalla lettera che hai spedito a Natale mi rendo conto che con i tuoi compagni ti trovi bene, che senti freddo: copriti bene, mettiti anche due paia di calze e la maglia di lana e, soprattutto, mangia. Sforzati, non voglio che tu patisca, se no poi ti ammali. Ho letto anche che la tua licenza non la passerai a casa. Sono combattuta fra essere contenta che cerchi tuo padre ed essere triste perché non potrò riabbracciarti. Spero che la guerra non ci sia e che tu torni da noi, ma in paese tutti dicono che ora non si torna più indietro e che si farà. C’è una cosa che voglio che tu legga bene e promettimi che non te la dimenticherai: dare la vita per il proprio paese è una grande virtù, ma tu non trascurare le virtù piccole figliolo.

Mi raccomando ascolta tua madre e fai a modo. Turi ti saluta ed io ti mando un grosso bacio.

tua Madre

 

Passa il sergente e mi chiede se va tutto bene. E’ più facile dire che stai bene, che spiegare come mai stai male. Questo diceva mia madre. E solo ora capisco quanto aveva ragione.

Questa notte è nevicato, tanto per cambiare, ed al mattino ci sono le nubi basse e non si riesce a vedere niente della valle. Quando ero via hanno installato il telefono così possiamo comunicare con il comando più rapidamente. Mentre sono di guardia mi si avvicina Giulio e mi chiede di Modena. I posti da dove sono passato lui li conosce perché lì vicino c’è casa sua: se passavo da Ca’ di Sola e avessi chiesto dei Bertoni, dice, mi avrebbero aiutato nella mia ricerca perché lui lo conoscono tutti. Forse perché, in fin dei conti, ci sono solo sette o otto famiglie al massimo in paese. Quando gli dico che ho mangiato lo gnocco fritto all’osteria dal Cavciòl mi dice di non esserci mai stato ma di conoscere molto bene lo gnocco. Mi sa che Maranello, se non ci fanno presto qualcosa, non lo conoscerà mai nessuno. Ma in fondo è solo un piccolo paese.

Nel pomeriggio sono tutti in attesa che io continui il mio racconto, addirittura il sergente ha un pezzo di cioccolata per tutti e allora continuo.

“ …Pavullo… ”

“ …il carabiniere Rosa Domenico… ”

“ …il ritorno a Padova e la Basilica… ”

“ …i ricordi di fra Tommaso… ”

“ …il rosario di sant’Antonio, poi il mio ritorno a Venezia… ”

“ …poi sono arrivato a Vicenza e sono tornato qui. Fine della licenza”.

Restano tutti in silenzio, hanno gli occhi lucidi. Li guardo e mi viene in mente mia madre, che diceva sempre: puoi dimenticare le persone con cui hai riso, mai quelle con cui hai pianto.

“Pietro, hai parlato di un rosario di sant’Antonio vero?”

“Sì sergente”.

“Era per caso di legno?”

“Non lo so. Perché mi chiede del rosario?”

“Perché, quando mio padre ha caricato quel viandante malato di cui ti avevo già parlato, ha portato a casa un rosario di legno dal quale poi non si è mai separato; però quel viandante non si chiamava Salvatore, te lo dico subito perché non vorrei darti false speranze”.

Secondo Giulio mio padre è tornato a Modena alla demolizione delle mura. Per Olinto invece ha trovato da lavorare in campagna, non in città. Damiano dice che, secondo lui, mio padre è andato all’estero e dato che poi è finito in prigione non ha potuto scrivere a casa, perché si vergognava. Li ascolto e sorrido: mi andrebbe bene una qualsiasi di queste strade, visto che in nessuno dei casi è menzionata la morte.

Si è fatta sera, ceniamo poi vado: mi aspettano due ore di guardia. Fa freddo, si vedono le stelle e, giù nella valle, ci sono solo le luci degli accampamenti del nemico.

C’è silenzio e me ne sto ad ascoltare il respiro leggero della valle che dorme; mi rendo conto che mi piace, mi aiuta a pensare e a fare il punto sulla mia ricerca. Però non riesco a capire da dove posso ripartire.

“Ehi, Pietro ci sei?”

“Ehi, sergente ci sono, è tutto a posto”.

Il sergente fa il suo solito giro di controllo e si ferma per fumare una sigaretta con me. Quando mi danno il cambio faccio rapporto, non si è visto niente, e il soldato addetto alle comunicazioni chiama il comando con il telefono. Tornato in branda prendo la seconda lettera. Chi sarà mai?

Carissimo Pietro, ti ho scritto questa lettera già da qualche tempo ma non avevo il coraggio di spedirla. Sono Angela Muras, abitiamo vicini e la domenica ci si  incontrava in chiesa. Quando sei partito da Olbia, all’imbarco se ti ricordi, ho accompagnato tua madre e, mentre lei ti abbracciava ai piedi della scaletta, io ero in disparte e quando hai iniziato a salire sulla nave mi sono detta che, se prima che la sirena del porto smettesse di suonare tu ti fossi girato verso di me per salutarmi, forse contavo qualcosa per te. E tu l’hai fatto. Non stavo più nella pelle e, quando sei arrivato in cima, ti sei girato di nuovo nella mia direzione: in quel momento ho capito che mi sentivo la tua morosa.

Torna a casa presto, non ti fare sparare e sopratutto non guardare le ragazze del continente; parlano in continuazione e lo sai che tua madre dice che una bocca sempre aperta fa pensare ad una testa sempre vuota.

Ti aspetto.

tua Angela

 

L’ho letta due volte. Ma guarda tu le donne: per un sacco di tempo ho provato a guardarla, a farmi notare in tutti i  modi, e lei si accorge dei miei sguardi quando parto e neanche so quando ritornerò. Mia madre diceva sempre che le donne portano guai, escludendo lei ovviamente.

Mi sveglio che è quasi mezzogiorno; mangio qualcosa poi vado a fare il mio turno di vedetta. Da oggi ci mandano con i moschetti scarichi, i proiettili li abbiamo a portata di mano nella giberna: hanno paura che a qualcuno parta un colpo per sbaglio. E la guerra è così vicina dal cominciare che non vogliono che succeda per colpa di un errore.

Appena rientro nel rifugio mi apparto subito sulla mia branda, devo scrivere a mia madre e raccontagli un sacco di cose.

Cara madre, vi scrivo reduce da una licenza di quattordici giorni, dove ho seguito vostro marito. Sono partito da Modena, come descritto da Salvatore nella sua ultima lettera: ha lavorato per la demolizione delle mura. Poi, pensate, gli è venuta voglia della campagna; ha lavorato da dei contadini, brava gente che ha voluto bene a vostro marito e che mi ha dato due foto che in una lo si può vedere. Ha poi in seguito visitato una chiesa che porta il suo nome, poi ha preso il treno per Venezia, ma sembra che non ci sia mai arrivato.  E’ stato derubato durante il viaggio di tutto quello che aveva e, pensate la beffa, che a un controllo essendo senza biglietto ha fatto una notte in prigione. Non preoccupatevi, ha avuto anche la stima e la solidarietà del carabiniere che l’ha arrestato. Pensate madre che io sono tornato a Modena, per parlare con quel carabiniere, che è grato a vostro marito, perché gli ha salvato la vita. Sì, quel carabiniere che si chiama Rosa Domenico, grazie a Salvatore ora ha tre figli e fa il contadino. Poi sono stato in un convento a Padova, dove vostro marito la domenica si metteva sotto ad un olmo e immagino che pensava a noi, poi è finita la licenza e sono tornato al fronte.

La guerra pensiamo anche noi che sia inevitabile, ma me la caverò: sono con dei buoni amici che mi aiuteranno, anche  a cercare mio padre.

Un bacio e un abbraccio.

Vostro figlio Pietro

 

La mattina solite cose: freddo, colazione, guardia e, mentre sono di vedetta, il sergente mi si avvicina.

“Ehi, Pietro ci sei?”

“Ehi, sergente ci sono”.

“Pietro la sai la leggenda della storia senza fine?”

“Ma quante ne conoscete?”

“Tante, forse troppe” e ride, sedendosi al mio fianco.

“E’ una delle leggende di suo padre?”

“Sì, questa viene da San Cassiano in val Badia”.

Mi preparo una sigaretta, mentre lui comincia a raccontare.

“C’era una volta un re che voleva maritare sua figlia, ma solo a quell’uomo che avrebbe saputo raccontargli una storia senza fine: chi falliva il tentativo, sarebbe stato cacciato dal regno. Davanti al cancello della reggia si formò una coda lunghissima. Arrivarono molti principi da tutte le parti del mondo e tutti provarono a raccontare una storia, ma i loro racconti finivano sempre. Nessun pretendente aveva tanta fantasia da raccontare una storia senza fine. Ma un giorno al cancello si presentò un contadino, un ragazzo povero che voleva tentare la fortuna. Il re lo fece entrare e cominciò ad ascoltare la sua storia. Un uomo decise di costruire un granaio alto fino al cielo e grande come molti campi messi assieme. In cima lasciò solo un foro talmente piccolo che poteva passarci solo una cavalletta alla volta. La prima entrò e portò via un chicco di grano. Poi entrò la seconda, poi la terza… La storia era davvero senza fine e così il re, stanco di ascoltare, dette in sposa la principessa al bravo contadino”.

“Bella ma… ”.

“Ma cosa?”

“Non capisco cosa voglia dire”.

“Che la saggezza non sta nei titoli o nelle proprietà e che non bisogna giudicare un uomo dalla sua condizione. A volte c’è più saggezza nel contadino che nel principe”.

“Me ne ricorderò sergente”.

“Pietro, io ora vado giù al comando, può darsi che quando torno ho delle novità per noi due”.

“Noi due?”

“Cercherò di ritornare prima di sera, poi ti dirò tutto”.

Non faccio nemmeno in tempo a salutarlo che si è già allontanato lungo il sentiero.

Il nemico sta piazzando dei nuovi cannoni, sono di una portata maggiore e sulla strada per Levico c’è una colonna continua di camion.

Mentre mangiamo Giulio mi dice che quando tornerà a casa ci penserà lui a controllare se Salvatore è tornato a lavorare a Modena. Altri ragazzi appena arrivati dalle campagne venete, mi promettono che passeranno i loro paesi chiedendo di un certo Salvatore che viene dalla Sardegna.

Tutto questo mi fa molto piacere, però mi viene in mente una cosa che diceva sempre mia madre: se hai bisogno di una mano, la troverai sempre alla fine del tuo braccio.

Dentro al rifugio c’è troppo fumo così, con altri commilitoni, andiamo fuori a giocare con la neve; finché siamo al sole va bene poi, appena una nube lo copre, ci sembra di morire dal freddo e torniamo dentro. Quando il sergente  torna mi prende subito da parte.

“Allora Pietro, non so davvero da dove cominciare”.

Sono preoccupato: è la prima volta che il sergente è senza parole.

“Quando al tuo ritorno dalla licenza hai parlato del rosario subito non ci ho fatto caso più di tanto, anche perché ripeto, chi l’ha donato a mio padre non si chiamava Salvatore, però hai anche detto che è di sant’Antonio e questa è una strana coincidenza. Allora mi sono detto: cosa ci fa quest’oggetto così lontano da Padova? Chi può negare che forse quell’uomo possa aver incontrato tuo padre? Per questo ho pensato, dato che a mio padre non glielo posso più chiedere perché è morto e quel rosario è nella tomba con lui, che posso chiedere al prete della Pieve: dove può essere finito quel viandante malato che mio padre gli ha portato una sera o, magari, se quell’uomo ha raccontato qualcosa al prete che ci possa aiutare a trovare Salvatore. Dato che la Pieve è subito dopo la linea del fronte, più a nord di dove siamo noi, ho detto al nostro comandante che tu ed io ci offrivamo volontari per spiare il nemico”.

Adesso sono io ad essere senza parole.

“Oltretutto subito dopo Pieve, sulla strada per Arabba, ci sono i forti Ruaz e di Corte, dove si pensa sia ubicato il comando nemico; erano distaccamenti militari importanti in tempo di pace, figuriamoci ora. Il comandante è contento se gli portiamo delle informazioni, ma mi ha ricordato che rischiamo la vita: se ci prendono, ci fucilano subito come spie”.

“Io sergente ci vado, ma lei non è costretto. Così rischiamo in due, non ha senso”.

“Io devo esserci, perché tu non sai la strada ed io ho voglia di rivedere la terra dove sono nato e cresciuto. E poi mi sono stancato di stare qui a non fare nulla. Se sei d’accordo partiremo domani mattina, va bene?”

“Certo che va bene”.

Mentre sono in branda penso al sergente che rischia la sua vita per aiutarmi. E’ la cosa più pericolosa che qualcuno abbia mai fatto per me. Però non sono preoccupato per la mia vita, penso invece che, se anche questa volta la ricerca si dimostrerà inutile, non saprò davvero da dove ripartire finita la guerra.

Per evitare i cattivi pensieri decido di rispondere ad Angela.

Cara Angela, ho letto con piacere la tua lettera, finalmente ti sei accorta di me. Io al momento sono impegnato: devo vincere una guerra, poi trovare mio padre ed infine convincere il tuo che ho intenzioni serie con te. Tutta roba da niente. Quando tornerò spero che sarai ancora lì ad attendere il mio sguardo per te, come quella mattina al porto di Olbia.

Con affetto.

tuo Pietro

 

 

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