Concorso inGenere – Secondo Classificato

CACCIA NEI CIELI – di Martino Vecchi

Caldo soffocante, marmitte unte e marinai rissosi sono gli inseparabili compagni di ogni taverniere, le immancabili magagne che lo perseguitano quotidianamente. Se ventotto anni fa, quando ho aperto bottega, avessi saputo che razza di sfacchinate mi aspettavano, probabilmente oggi anche io sarei su una nave in giro per i Sette Cieli… A meno di non conoscere anche il rovescio della medaglia. Sì, perché esiste qualcosa capace di farti dimenticare persino lo schifo di pulire le chiazze di vomito sul pavimento o di farti tollerare di essere il bersaglio in una gara di sputi.

Sto parlando delle storie.

Nessuno vive avventure straordinarie come i dragonieri, che si spingono sino agli orizzonti più remoti di Altarea e discendono sotto le nubi tempestose dei Cieli Inferiori per cacciare le loro prede. Migliaia di storie si raccolgono nei cuori di questi uomini per poi confluire a Menora, il porto fluttuante al centro dei Quattro Venti. Ed Il Giro di Chiglia, la mia locanda, è il luogo giusto per chi voglia ascoltarle: i narratori non mancano mai e gareggiano nel conquistare l’uditorio. Ma vi sono anche sere in cui la sfida è sospesa ed una sola voce risuona senza temere rivali.

Questa è una di quelle sere, e questa è una di quelle voci: Seledri Vailedeta, la Stella Erratica, capitana della dragoniera Impeto.

Alta, fiera, il volto ridente brunito dal sole e dal vento delle Correnti Remote segnato da una lunga cicatrice. Eppure neppure un simile sfregio riesce a deturpare il fascino di questa donna, anzi sembra quasi esaltarlo, come una medaglia che risplenda della luce ambrata dei suoi occhi, occhi che hanno contemplato le più recondite meraviglie di questo mondo: spettacoli di bellezza tale da far palpitare il cuore, così come terrori capaci di stringerlo in una morsa di gelo. Meraviglie che lei ha visto e toccato con mano, entrando nella leggenda. Ma ora questa leggenda è qui dinanzi a noi e tutti pendiamo dalle sue labbra, bramosi di un sorso di infinito. Lei lo sa e non si fa pregare: il suo spirito è d’acciaio, ma generoso. E stasera lo è particolarmente, tanto da donarci una delle gemme più preziose del mosaico delle sue avventure.

La prima volta che mi imbarcai non ero che una mocciosa di tredici anni con più lentiggini che buonsenso. Mi spingevano il sogno irrefrenabile di viaggiare e un ancor più irrefrenabile bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Vivevo di espedienti a Godria, lungo la rotta del Vento dell’Ovest nel Quarto Cielo, quando un giorno una nave dragoniera attraccò in porto. Proveniva dalla lontana Terra di Boccha, lungo il Vento del Sud, ed era diretta ad una spedizione di caccia alle viverne lungo le correnti fra il Primo e il Secondo Cielo. Cercavano un mozzo.

Al primo tentativo mi liquidarono con un ceffone. Al secondo mi minacciarono con un coltello. Quando mi ripresentai per la terza volta stavano per riprendere il volo a mani vuote. Ricomparve il coltello, ma questa volta fu solo per tagliarmi i capelli corti come un maschio per scongiurare la malasorte di portare una donna a bordo, dopodiché lo stivale di uno dei dragonieri mi proiettò trionfalmente a bordo. Tutti mi guardavano in cagnesco, ma non mi importava: la mia avventura era finalmente cominciata!

All’alba del giorno dopo il capitano diede ordine di scendere al di sotto della coltre di nubi per raggiungere il Primo Cielo. Mano a mano che attraversavamo gli strati le nuvole si tingevano sempre più di un minaccioso grigio plumbeo e l’aria vibrava satura di elettricità. Ero spaventata, tuttavia mi feci forza per non apparire debole di fronte a quei veterani e rimasi impassibile. Ma quando fuoriuscimmo oltre l’ultima massa di nembi temporalesche e realizzai dove ci trovavamo, non resistetti e mi precipitai alla murata per guardare giù e vederla: remota, selvaggia e irraggiungibile.

Tealdemia, la Vastità Sottostante, l’immensa distesa di terre e mari che giace al di sotto dei Sette Cieli. Un brivido mi scosse da capo a piedi, un misto di meraviglia, timore e inconsulto, irrefrenabile desiderio di poter toccare quel suolo proibito da cui non è possibile fare ritorno. Eppure il vero spettacolo doveva ancora cominciare.

Un rombo cupo e assordante ne annunciò la venuta. Dapprima credetti si trattasse di un tuono, ma di colpo l’attività dei dragonieri si fece frenetica. Il capitano impartì rapido una serie di ordini e si mise alla testa delle squadre di fiocinatori sugli alianti. Un ulteriore comando e il timoniere virò verso un immenso cumulonembo, un gigante tempestoso nel cui cuore si scorgeva un’ombra scura e fosca. Poi di colpo la nube si squarciò e finalmente lo vidi.

Il corpo serpentino, dalle scaglie color bronzo dorato, le sei ali che parevano sottomettere i venti e gli occhi di smeraldo, fieri e selvaggi. Un’esplosione di folgori crepitanti lo avvolse come per salutare la sua comparsa, mentre un solo grido si levava dalle gole di dragonieri: “Un Tifone!”

Altro che viverne! Ci eravamo imbattuti in uno dei micidiali draghi dei fulmini!

Crollai in ginocchio, incapace di muovermi o gridare: non avevo occhi e orecchie che per la battaglia che infuriava attorno a me. Gli uomini sugli alianti sfrecciavano attorno al dragone mentre tentavano di giungere a tiro per colpire, evitando le micidiali raffiche di vento generate dalle ali del Tifone che facevano rollare pericolosamente la nave. Un nuovo ruggito sortì dalla gola del bestione quando alcuni arpioni giunsero a segno, chiazzando di rosso la sua corazza splendente. Gli uomini esultarono, ma il loro grido si mutò in un urlo di terrore quando un colpo di coda si abbatté su uno dei piccoli mezzi volanti, frantumandolo in una pioggia di rottami e precipitando i quattro dragonieri a bordo verso un allucinante volo incontro alla morte, centinaia di miglia più in basso. La loro orribile fine infiammò l’animo dei compagni, bramosi ora di vendetta oltre che di preda. Coordinandosi come danzatori aerei, gli alianti sfrecciarono in un carosello di manovre diversive e offensive, infliggendo nuove ferite al dragone che reagì con pari ferocia stritolandone uno tra le fauci e schiacciandone altri due con un colpo d’ala. Ma malgrado la sua strenua resistenza il dolore pesava sempre più greve, rendendo i suoi movimenti più lenti e meno reattivi.

Era il momento atteso dai marinai rimasti sulla nave, ormai giunta in posizione per poter tirare al ventre della preda con la massiccia balista montata sul cassero a prua. Il drago dovette intuire il pericolo, perché tentò di allontanarsi, ma, incalzato dagli alianti e provato per le ferite, non riuscì a scansarsi a tempo.

Con uno sciocco secco e un sibilo l’enorme dardo d’acciaio gli si conficcò nel petto, spaccandogli il cuore. Un duplice ruggito squarciò il cielo mentre il Tifone urlava il proprio dolore fra le grida trionfanti dell’equipaggio. Poi la sua maestosa mole precipitò senza vita. Le quattro catene alle quali l’arpione era assicurato mandarono scintille scorrendo negli argani mentre la nave scendeva accompagnando la caduta della preda finché, con uno scossone che parve quasi spezzare lo scafo, si arrestò repentinamente, con la carcassa del dragone che penzolava inerte venti braccia sotto la chiglia. La caccia si era conclusa con la nostra vittoria.

Quella notte ci fu festa grande sulla nave, che oscillava dolcemente alla fonda su una brezza tranquilla del Terzo Cielo. Una simile preda avrebbe garantito un ricco bottino e canzoni, risate e acquavite esorcizzavano tensione e paura accumulate durante lo scontro e il dolore per la perdita dei compagni. L’euforia del momento rese i marinai più bendisposti nei miei confronti, tanto da invitarmi a bere e cantare con loro.

Non risposi, rimanendo immobile nel mio angolino a prua. Avrei davvero voluto unirmi a loro, partecipare al trionfo di quegli uomini coraggiosi che ammiravo profondamente, eppure non potevo, poiché non vi era alcuna gioia nel mio cuore e i miei occhi non riuscivano a staccarsi dalla massa scura che scorgevo oscillare sotto la chiglia. Svanita la paura assieme all’ultima eco dell’agonia del Tifone, non restava altro che dolore, il dolore per la morte di una creatura tanto bella e nobile. Poco importava che l’avessimo abbattuta per sostentarci: noi avevamo ucciso la gloria e la magnificenza, avevamo peccato contro i Cieli. In silenzio piansi, chiedendo perdono al dragone.

Sobbalzai quando una mano gentile si posò sulla mia spalla.

Mi voltai di scatto e attraverso il velo delle lacrime scorsi il volto del capitano. Sorrideva.

Mi parlò a lungo, con una dolcezza che mai avrei sospettato in un uomo simile e che mai ebbi modo di udire nuovamente. Mi raccontò della sua prima caccia al drago e di come anche lui avesse provato dolore nel veder morire una creatura così bella. Un dolore che solo il rispetto poteva lenire, quello stesso rispetto che lega due guerrieri che duellano sotto diversi stendardi e che i dragonieri rivolgono alle proprie prede, un sentimento che consente loro di affrontare senza paura il pericolo e la morte, che li rende fieri di essere ciò che sono, che li porta ad amare e rispettare le stesse creature che cacciano e che come loro sono parte di un unico grande ciclo di morte e vita in perenne equilibrio e rotazione.

Infine si allontanò, lasciandomi di nuovo sola. Il dolore non se ne era andato, tuttavia ora sentivo che ora non era più freddo e sterile ma aveva un senso, uno scopo. Anche io ero entrata in quel grande ciclo, anche io sarei divenuta cacciatrice e preda, prendendo parte a quella danza sempiterna di vita e di morte.

Sorride e sospira. Il racconto è terminato, ma ancora aleggia nell’aria stantia della locanda e nessuno osa fiatare, ogni cuore è ancora prigioniero del fascino delle parole di questa donna straordinaria. Lei pare non farvi caso. Finisce il proprio sidro, lascia il denaro sul tavolo e si allontana, uscendo dalla mia bettola per rientrare nella leggenda e muovere incontro a nuove sfide, a nuove avventure.

Incontro al prossimo giro di danza.

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