Concorso inGenere – Primo Classificato

LE TAZZE NOIOSE – di Gabriella Giovanardi

 

Castelnuovo Rangone (Mo), 25/04/2012

 

E’ sera inoltrata, quasi notte, e ancora una volta, prima di coricarmi allestisco la tavola per la colazione. Nel corso degli anni ho ripetuto questo gesto  circa 10.000 volte, non sempre allo stesso modo e tantomeno con lo stesso spirito.

Subito dopo le nozze mettevo una cura estrema in questo compito, con attenzione agli abbinamenti e che tutto fosse perfetto.

Poi, con l’aumentare degli impegni di lavoro, sempre più in fretta, con poco garbo. Infine talora con fastidio: le suppellettili erano quasi sbattute sul tavolo e mi chiedevo rancorosa perché toccasse sempre a me quella mansione, insieme a tante altre.

L’entusiasmo tornò quando oltre alle due solite noiose tazze , ne posavo una terza, allegra, di plastica, con due manici: una scodella per bambini.

Qualche volta le tazze sono cadute a terra, non troppo casualmente, anzi scagliate con rabbia. Sola in casa e delusa, esse erano rimaste l’unico oggetto con cui prendersela impunemente. I cocci più grossi venivano raccolti con la paletta mentre i frammenti più sottili passavano inosservati attraverso il velo di lacrime o si incantucciavano timidi negli angoli.

Poi con il tempo tutto è cambiato ed ogni sera sposto le tazze noiose dalla mensola sul tavolo come se si trattasse di un rito. Le dita si allungano caute e delicate sulla ceramica, i movimenti sono lenti e misurati.

Un gesto antico, quasi solenne, che racchiude l’attenzione per i propri cari, conclude il giorno trascorso e ringrazia per quello che verrà.

Un gesto femminile e arcaico, una presa in carico della vita

Un momento tutto per sé, quando gli impegni sono conclusi, l’agenda è stata aggiornata, il cellulare posto in ricarica, il PC spento e la finestra chiusa.

Il tempo per le riflessioni più variegate.

Pensieri futili: detesto le suppellettili casalinghe oggi di moda. Hanno un nome gutturale e sono sbozzate in modo grossolano. Detesto le enormi margherite che un bambino dell’asilo potrebbe disegnare meglio, i faccioni paffuti degli angeli, le casette leziose da favola prevedibile. Invecchiando sono diventata una terribile snob?Forse, ma a me piacciono le cose belle, le delicate trasparenze delle porcellane, i colori vivaci delle ceramiche di Faenza con i colori gialli e blu come il mare in estate.

Pensieri cervellotici e sospettosi mentre sposto il PC per allestire la tavola.

Il computer: lo amo come ordinateur, per dirla alla francese dato che ha ramazzato dalla scrivania una montagna di scartoffie; gli voglio bene per tutte le risposte che mi fornisce in tempi rapidi, a saperle cercare nel modo giusto e gli sono grata dato che mi permette di  comunicare con amici e colleghi lontani. Però non è più l’amico sincero che credevo. Lui, o chi per lui, ci studia, ci classifica, ci fa un bel profilo personale, raccoglie tutti i nostri dati e, in funzione di questi, ci scodella, tanto per stare in tema, la pubblicità su misura, che cosa desiderare e comprare.

Una sottile arma a doppio taglio che ci invita a pubblicare le nostre vite, le nostre facce e, con la tecnologia touch, anche le impronte digitali. D’accordo, male non fare e paura non avere, d’accordo che ci si mimetizza bene in un mare di informazioni , però comincio a sentirmi il fiato sul collo, come se un folletto non sempre benigno fosse alle mie spalle. Da campagnola diffidente ho sempre pensato che se uno strumento così potente mi viene offerto ad un prezzo ormai inferiore a quello di un panino con la mortadella, ci sta sotto un buon affare e quel buon affare non lo faccio io.

Pensieri magici quando chiudo la finestra e nel cielo brilla un’unica stella, una specie di cometa che collega la mia anima con quella dei miei cari che non ci sono più; il cortile vuoto e buio si anima delle loro voci, di risate, di brontolii, di battibecchi e un vissuto ormai lontano riprende per un attimo la scena. Avvicino le imposte come si chiude un sipario, le immagini si restringono fino a sparire ma il cervello è appagato.

Pensieri confusi quando guardo l’orologio quadrato appeso alla parete, sempre oltre la mezzanotte. Invecchiando non vorrei mai andare a letto, rimango abbarbicata alla cucina come un razza. Pondero tempo e ricordi, non progetto più alcun futuro. A scuola ci si insegnavano che ciascuno è artefice della sua fortuna, ma le esperienze di vita e di lavoro mi hanno votata alla teoria della casualità. E’ più difficile essere consapevoli che il caso, in ogni momento ed istante, può sovvertire ogni nostro piano ed è impossibile sentirsi  pronti ad affrontare l’imprevisto. Un artista a me caro, Salvador Dalì, dipingeva orologi pendenti, di forme strane, come fatti di materiale in liquefazione. I fisici stanno discutendo se il tempo sia ancora valido come dimensione mentre non ci sono dubbi sullo spazio. Io non capisco nulla delle ragioni matematiche, scientifiche di tali affermazioni ma ho sempre percepito il tempo come qualcosa di molto soggettivo. Giornate che non passano mai e mesi che ti sfuggono di mano come anguille. I momenti, di solito quelli belli, incamerati nella testa come un bene prezioso,  si riproducono sotto forma di ricordo. Grazie alla memoria il tempo che si dilata e si contrae come una spugna.

Pensieri d’amore e di memoria: conosco le storie di tanta gente. Nella sera della ricorrenza della Liberazione, davanti allo schermo dell’amato-odiato PC, con le tazze ancora sulla mensola, ricordo una antica storia d’amore, iniziata davanti ad una scodella.

 

 

 

 

Castelnuovo Rangone (Mo), 1946

 

<Signorina, le posso offrire un goccino di grappa?>. Vanna, intenta a raccogliere le foglie di salvia per pulirsi i denti, alzò lo sguardo oltre la staccionata verso quel giovanotto allampanato che le porgeva, a braccio teso, una scodella sbrecciata, piena di un liquido giallino. Con gli occhi obliqui lo squadrò con sorpresa attenzione. Lo conosceva appena ma un po’ ne aveva sentito parlare. Lui era tornato da quella guerra spaventosa e infinita, caotica e contraddittoria. A piedi, dalla Iugoslavia, sopravvivendo non si sa come, si era presentato a casa così magro e sciupato che solo l’amore di un padre avrebbe potuto riconoscerlo. Infatti il braccio era sottile, come senza le vene e la manona esagerata raccoglieva tutto il recipiente con le dita callose dalle unghie listate di nero. La camicia, bianchissima era aperta  per metà sul torace ossuto . Vanna notò il contrasto tra la camicia baldanzosa e il sorriso gentile e timido. Scostò i capelli dagli occhi buttando indietro la testa e non poté fare a meno di ridere forte: non lo faceva da tempo.

 Di una bella e bevuta forse ne avevano bisogno tutti e due: lui per dimenticare alla svelta i  pericoli scampati e gli stenti patiti e lei per ritornare alla vita. Infatti a vent’anni quella bella ragazza dai tratti delicati era morta dentro, sopravvissuta alla guerra ed annientata dall’amore.

Il suo bel Fiorenzo era scomparso per sempre, non prima però di averla abbandonata e quindi la aveva lasciata due volte.

Quella guerra che aveva distrutto la vita di milioni di persone Vanna non la aveva quasi sentita arrivare: era una ragazzina, i suoi fratelli erano più piccoli di lei e non ci fu il dolore di vederli partire e lì, in campagna, ogni evento giungeva con eco smorzata e si faceva sentire solo quando era un boato.

La miseria, già presente, aveva stretto la sua morsa ma il cibo non era mai mancato, quello necessario e per chi si accontenta assai.

Ogni tanto arrivava Pippo a bombardare e si correva nei sotterranei del campanile o di una vecchia e solida casa.

Al rifugio sua madre pregava  abbracciando quella nidiata di figlioli. Una  volta che pioveva si era portata dietro il tabarro del marito e con quello li aveva riparati. Sulle braccia tese il ruvido tessuto si era trasformato in una specie di tenda sotto la quale i bambini si erano rannicchiati, tranquilli nonostante i tonfi e sibili là fuori. La loro mamma pregava a braccia aperte e con le guance rigate di lacrime. Vanna la ricordò sempre così, come una di quelle ieratiche Madonne che sotto il loro mantello proteggono l’umanità dolente.

Una volta piombarono nel loro piccolo casolare alcuni soldati tedeschi. Uno di loro puntò il fucile sulla schiena magra del papà mentre gli altri si guardavano intorno non sapendo che fare. Sembravano più spaventati e confusi gli aggressori della vittima. Suo padre, con occhi interrogativi, portò la mano alla bocca mimando il gesto del mangiare. Il più temibile degli assalitori abbassò l’arma e gli andò dietro. Quel piccolo corteo, fatto di uno stanco contadino in testa e da quattro nemici dispersi e confusi, si diresse alla stalla. Il papà piazzò il secchio sotto mammella generosa della sua mucca preferita, la Bianchina, e con poche esperte strizzate il recipiente si riempì di latte. Il secchio venne passato dall’ uno all’altro dei soldati che tracannavano avidamente senza ripulirsi, ansiosi per il successivo passaggio del secchio. <Pover ragazol…> sua madre tolse dal grosso vaso alcune uova conservate in calce e i tedeschi si bevvero anche quelle mentre i bambini, allo spettacolo dei soldati affamati, facevano loro il verso delle galline.

Vanna non si rese conto che nel 1943 al sanguinoso conflitto mondiale si sovrappose in Italia una altrettanto cruenta guerra civile: solo notizie vaghe di giovanotti che andavano in montagna, armati. Lei le montagne le non le aveva mai viste da vicino, erano solo punte innevate che nei primi e tersi giorni di primavera spezzavano la linea dell’orizzonte e dei campi piatti.

Nel ’43 conobbe Fiorenzo, e questo lo ricordò finché la luce restò nei suoi occhi. Un giovanotto del paese, molto più grande di lei, lo sguardo azzurro,  i capelli chiari, la fronte ampia per una precoce stempiatura e le mani, diverse da quelle degli altri ragazzi. Le sue erano sottili come quelle di un pianista, senza tutti i calli dei contadini. Infatti lui la terra non ce l’aveva, né di proprietà, né a mezzadria o in affitto. Tutti i componenti della sua famiglia, povera quanto la sua ma in modo diverso, lavoravano a servizio e anche Fiorenzo lavorava in città. E nelle città si conosce tanta gente, si parla, si conoscono le teste calde con strane idee.

Così Fiorenzo era diventato partigiano, andava in montagna e qualche volta tornava, assieme al cugino di Vanna.

<E’ uno spiantato, senza arte né parte, una testa calda che chissà cosa ti racconta> si lamentava la mamma, contrariata ed ostile a quella frequentazione.

Fiorenzo le raccontava che era bella, la andava a prendere al lavoro e nei fugaci momenti si tenevano le mani, le sovrapponevano e le intrecciavano e poi lui le scostava i lunghi capelli dal viso e le diceva che assomigliava alla madonna del Rosario. Tutto questo Vanna lo capiva. Assai meno comprendeva  tutti quei discorsi sui nemici, sui pericoli, sulla necessità di resistere e di armarsi. O meglio non voleva sentire i motivi che portavano Fiorenzo lassù, al freddo, in pericolo e, soprattutto, lontano da lei.

I partigiani avevano bisogno di armi, di procurarsele, di portale a destinazione. A questo ci pensava il cugino:  le teneva nascoste in una casa abbandonata tra terreni incolti. Vanna lo sapeva e stava con la bocca cucita, anzi trovava sempre mille scuse per giustificare l’assenza di quel ragazzone dagli occhi gentili, la faccia mite e un carattere di ferro. Era diventata, nel suo piccolo, la copertura del cugino, a tal punto che si mormoravano di un legame tra i due, cosa che non andava bene per niente bene tra parenti.

L’inverno del ’44 fu terribile per il freddo, l’inasprirsi del conflitto e la lunga assenza. Fiorenzo non lo si vedeva più, le notizie erano poche e vaghe,  la montagna sembrava esserselo mangiato. E poi Vanna lavorava in città, tornava sempre tardi e molto stanca, la domenica assisteva alla Messa senza attenzione e correva a casa dove c’era tanto da fare, con un nuovo fratello  da accudire. Non aveva il tempo e la vocazione per i pettegolezzi del paese, non possedeva la malizia per interpretare le reticenze e gli imbarazzati silenzi di suo cugino quando lei, con trepidazione, chiedeva notizie di Fiorenzo.

Il caso come al solito fornì le informazioni che inutilmente cercava. Una sera fu necessario andare a cercare il cappellano perché una vacca stava male. Non che il religioso dovesse impartire la benedizione all’animale. E’ che il sant’uomo aveva nozioni sommarie di veterinaria, nonché di medicina e farmacologia, unite ad un innato buon senso e allo spirito caritativo che rendeva gratuite le sue prestazioni. Infatti anche quella sera non era in chiesa ma a casa di un bambino con febbre alta, in paese. Vanna lo trovò, portò la sua richiesta di aiuto e, ricevute le rassicurazioni sul suo sollecito arrivo, se ne tornò a casa prima che la notte la ingoiasse.

Dalla porta di una bella costruzione del centro vide sgusciare fuori una sagoma scura, un profilo a lei noto, amato.

 <Fiorenzo sei vivo, sei qui?> sussurrò Vanna con un singulto di gioia. Quell’ombra sembrò svanire andando per la sua strada ma la ragazza cocciuta lo seguì cauta. Svoltato l’angolo della casa, là dove nessuno poteva vederla, l’ombra si voltò a guardarla con sguardo mesto e il capo chino. Borbottò poche parole sconclusionate:< …lotta…collegamenti…la partigiana…le armi…>. Non aveva poi l’aspetto sciupato di un giovane che sta sempre in montagna al freddo e in pericolo e sotto al braccio sinistro teneva un voluminoso cartoccio. Il naso affamato della ragazza realizzò in un attimo che l’involucro conteneva qualcosa di buono da mangiare e non un’arma pericolosa.

Il caso può aiutare solo una mente sveglia ed un cervello preparato. Vanna sorrise sprezzante e corse al suo casolare con il cuore il tumulto. Non ci  mise nulla a fare due conti ed assemblare con logica i frammenti delle notizie.

La ragazza della casa del centro, molto più adulta e matura di lei, si diceva aiutasse i partigiani; la sua famiglia stava bene; Fiorenzo era grande e povero; lei era piccola e suoi genitori non lo vedevano di buon occhio.

Fiorenzo stava sistemandosi. Troppo facile trovare sempre mille giustificazioni a chi non ha il coraggio di perseverare nel suo amore; allora come adesso c’é chi ha la forza di amare ma i più si limitano a fare coppia e a privilegiare la comodità.

Se si deve imparare la dura lezione della vita è bene che si cominci subito. Per non sprecare il proprio tempo in inutili illusioni. In quella sera con la guerra in corso, con la vacca che stava male e una stanchezza più grande di lei, Vanna morì, nell’anima.

Qualche mese dopo invece Fiorenzo morì del tutto, nella casa tra i campi dove venivano tenute le armi.

Ancora una volta lei dovette andare dal cappellano per chiedere che venisse a medicare il cugino, colpito di striscio da un frammento di bomba, quella che aveva dilaniato il suo amore. Assieme al padre assistette all’esperto lavoro del cappellano che con mano sicura suturò la ferita e confermò che per Fiorenzo nulla si era potuto fare, se non pregare.

Al solenne funerale del partigiano, voluto e pagato dalla sua compagna, Vanna non partecipò; sbirciò dalla siepe gli stendardi e si tappò le orecchie ai discorsi. Non provò mai gelosia per la donna che Fiorenzo le aveva preferito, bruttina e sgraziata che sembrava un uomo, anche lei rimasta sola e forse con ricordi meno belli.

Vanna prese la scodella dalle mani dell’allampanato giovanotto dagli occhi semichiusi e il sorriso timido e bevve un sorso. Dal vicino cortile alcune persone ammiccavano ed invitavano a bere ancora.

Era iniziato un  aspro e faticoso dopoguerra con famiglie falciate e povertà diffusa. Però non piovevano più bombe dal cielo, la fame era calata e talora ci si riuniva nei cortili per le feste collettive della vendemmia, della mietitura, per fare il nocino o la grappa.

Con energia e pazienza si voleva ricostruire la vita perduta per tanti anni.

Una volta sposati, Vanna e l’allampanato giovanotto, che nel frattempo aveva aggiunto un po’ di carne alle ossa, ci tirarono dentro con il lavoro e si limitarono nel numero dei figli. Messo insieme un poco di risparmi, Vanna cominciò a prospettare l’idea di comprare casa e lasciò assai perplesso il marito quando disse di non essere per nulla interessata agli appartamenti moderni delle palazzine che spuntavano come i funghi ma desiderò comprare una vecchia casa in campagna, abbandonata, semi-diroccata, a basso prezzo e che nessuno voleva. Un affare, un affare di cuore.

Ebbero in vecchiaia il benessere che con estrema volontà avevano saputo costruirsi.

Vanna restò di nuovo sola, nella sua cucina, vicino alla stanza in cui Fiorenzo se ne era andato. Con tanto tempo lo aveva poi perdonato e, come spesso succede, ricordava solo i momenti belli e passava sopra al resto.

La memoria sa diventare molto selettiva e irrazionale quando evoca sentimenti d’amore.

E forse, per non farsi troppo male, va bene così.

 

Adesso devo apparecchiare la tavola per la colazione, togliere il computer e disporre sulla tovaglia le mie tazze noiose.

Un gesto millenario, antico, delle donne nate per prendersi cura della vita.

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