Il Passato: tra ostacoli e opportunità

In risposta a Giacomo Gullo.

Enrico Berlinguer per molti a sinistra rimane a distanza di anni uno dei più grandi leader politici del 900 italiano. Girando per le vecchie sezioni dei territori emiliano-romagnoli si trovano ancora grandi fotografie come questa che campeggiano su muri spogli o elegantemente ripensati.

Parlando con i vecchi militanti del Pci, delusi dalla politica odierna, il ricordo di Berlinguer accende ancora una luce nei loro occhi, che stimolano un salto nel passato alla ricerca del ricordo esaltante della loro vita di militanza.

Nei più giovani, che per motivi anagrafici non hanno vissuto quella stagione, invece la sua figura assume un chè di leggendario e la narrazione che ne fanno dipinge più un personaggio letterario che un politico del secolo scorso.

Di Berlinguer rimane in positivo la tensione morale e civile, celebre e attualissima è la sua intervista con Scalfari nella quale viene denunciato il sistema di scambio e corruzione che ammorbava l’Italia, prima della rinnovatrice stagione di Tangentopoli. Rimane l’integrità e l’autorevolezza di un uomo che parlava con competenza e passione.

Ma ad essere onesti esistono anche le ombre insite nel suo pensiero politico: lo stretto legame con l’Unione Sovietica e il regime comunista, molto lontano dagli ideali democratici e socialisti che il Pci italiano cercava singolarmente di incarnare. Esistono metodi di controllo politico fuori dal nostro tempo come il centralismo democratico; la fedeltà a tutti costi nei confronti del partito, pena l’espulsione, o la stigmatizzazione resa celebre da etichette quali “i compagni che sbagliano” o “gli eretici di sinistra”; e quella realpolitik che faceva da contraltare ad un sogno ideologico fantastico, contrappeso funzionale per un’azione politica concreta.

Oggi a sinistra facciamo fatica a riconoscere nuovi leader autorevoli come Berlinguer. Così quando la delusione e la frustrazione ci schiacciano siamo tentati di rifugiarci nel glorioso passato della Prima Repubblica, rischiando di trasformarci in ostaggi del passato: e in questo caso ci etichettano come “nostalgici”. E allora si cerca di replicare quell’entusiasmo e quei metodi in modo ortodosso, acriticamente, riproducendoli fedelmente, arrivando a coniare espressioni da compromesso al ribasso che suonano stonate come “l’usato sicuro che funziona”. (Ma funziona!?)

Oppure possiamo guardaci alle spalle con l’intento di recuperare ciò che di buono è stato perduto: l’entusiasmo fatto di comunità, quel sentimento che spingeva operai e contadini ad andare casa per casa a vendere le copie dell’Unità dopo la fine dell’orario di lavoro; possiamo recuperare quell’idealità e quella capacità di sognare che riecheggiava nei discorsi di Berlinguer e negli occhi dei militanti che davano seguito alle sue parole con l’azione; la capacità di collaborazione che supera l’individualismo e crea uno spirito di servizio verso un progetto più grande del singolo, un progetto collettivo e veritiero che possa rimanere intatto nel tempo.

Se pensiamo al centro-sinistra in questi termini è evidente la sua odierna inadeguatezza.

Per realizzare questa prospettiva bisogna quindi adattare quei valori e quei metodi al tempo in cui viviamo. Berlinguer ad esempio coinvolse “i compagni che sbagliano” ritagliando per loro il ruolo di “indipendenti di sinistra”: pattuglie di intellettuali e professionisti che venivano mandati in Parlamento e nelle amministrazioni locali per costituire un valore aggiunto all’azione politica del Partito.

Veltroni, con il quale non sono mai stato tenero, ha introdotto le primarie come strumento di selezione della classe dirigente, superando in parte le logiche di corrente che tante divisioni hanno creato nel centro-sinistra, e restituendo ai militanti e agli elettori quel potere di influenza che una volta esercitavano con l’impegno politico nelle sezioni.

Oggi la nuova frontiera potrebbe essere quella di fare politica limitando fortemente gli steccati di partito, a favore di quelli della coalizione, per dirla con uno slogan “Meno Pd, e più centro-sinistra”. Se ad esempio l’azione politica della base del centro-sinistra fosse unitaria, cioè condotta da iscritti del Pd, di Sel, dell’Idv e degli esponenti della società civile questo sarebbe un grande passo in avanti per costruire una visione politica coesa e alternativa a quella del centro-destra. E magari un domani anche un partito unitario e plurale.

Ma di fronte alla proposta di Scalfari di creare un listone civico nazionale, la risposta di Fassina, Orfini e Civati è picche: prevale la paura di essere spodestati dalla posizione di vantaggio che si sono costruiti con sangue e sudore, mandando giù tanti rospi e mordendosi la lingua più volte. L’esuberanza giovanile del resto viene bacchettata dal “saggio” Bersani quando le cose si mettono male.

Così i compagni “fedeli alla linea” rimangono asserragliati nelle loro convinzioni e “quelli che sbagliano” stanno fuori o rimangono marginali indebolendo il centro-sinistra o annullandosi, perdendo così l’occasione per mettere a pieno frutto le loro capacità all’interno di una grande progetto politico.

Le menti brillanti migrano verso territori più recettivi. La competenza tecnica abbandona la politica, per trasformarsi in consulenza retribuita, alle spese dello Stato e dei suoi organi, quando non commissaria la politica stessa. E il cittadino sempre più spaesato e incazzato non vede l’ora di imbracciare il forcone, scappare in un paradiso fiscale o iscriversi al partito dei cinici.

Chissà cosa accadrà. So solo che il vento che tira in Italia per essere sfruttato richiede audacia, cambiamento radicale e novità. Le idee ci sono, mancano o faticano ad emergere gli uomini e le donne che possano rappresentarle. Mancano i Berlinguer, i Pertini e i De Gasperi.

Ma i motori sono caldi, le armate di cittadini intransigenti si sono legittimamente organizzate fuori dagli steccati della politica tradizionale e la credibilità di chi è sulla scena da troppo tempo vacilla ogni giorno di più.

Senza l’energia degli eretici, dei diversi, degli arrabbiati, degli intellettuali isolati, i compagni edeli alla linea rischiano di non portare il centro-sinistra a diventare la maggioranza nel paese. E se anche ci riuscissero in Parlamento, un’azione politica approssimativa finirebbe per rendere quella maggioranza ingovernabile e poco credibile, come è già successo.

Quindi riflettete, perché a questo giro non si può sbagliare più, e rivoluzionatevi compagni perché il rinnovamento non deve arrivare necessariamente solo dall’alto. Fortunatamente sia io che voi siamo democratici.

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3 risposte a “Il Passato: tra ostacoli e opportunità

  1. Ottimo articolo che, guardando al passato, getta le radici verso il futuro.
    Berlinguer è stato l’ultimo leader ad ampio respiro che la sinistra è riuscita ad esprimere. Era un politico molto ascoltato e, guardando i dati elettorali, anche votato dal mondo cattolico più progressista. Dal mio punto di vista la sua grandezza, oltre ovviamente a quella del vecchio Pci anni 70, è stata quella di riuscire ad intercettare, come giustamente evidenziato da Enrico, le menti libere e propositive della società italiana. In fondo il civismo trovava rappresentanza in quella vecchia forma partito. Apprezzo anche le citazioni sugli aspetti negativi di Berlinguer, primo fra tutti il “famigerato” centralismo democratico…….una delle poche cose che nel terzo millennio non dovrebbero ancora essere riproposte dai partiti più o meno di sinistra. Sui rapporti con l’Unione Sovietica integro l’intervento di Enrico ricordando come, ad un certo punto, avvenne una rottura pubblica clamorosa nel 1976. Di seguito riporto (cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=enricoberlinguer)
    • Al quarto giorno del XXV congresso del Pcus a Mosca, Enrico Berlinguer prende la parola. Il suo discorso fa scalpore: «L’attualità del problema del socialismo ci impone anche di indicare con assoluta chiarezza quale socialismo noi riteniamo necessario e non solo possibile per la società italiana. Noi ci battiamo per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, dell’arte e delle scienze. Pensiamo che in Italia si possa e si debba non solo avanzare verso il socialismo ma anche costruire la società socialista col contributo di forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi; e che la classe operaia possa e debba affermare la sua funzione storica in un sistema pluralistico e democratico». I titoli dei giornali esteri: New York Times: «Il “rosso” italiano assume una linea indipendente», Guardian: «La rivolta italiana scuote il congresso del Cremlino»
    Questo intervento mise a repentaglio la sua stessa vista e credo rappresenti molto bene la grandezza del personaggio. Vedere oggi i suoi “nipotini” inciuciare con Casini e votare la moglie di Emilio Fede all’Agcom, spiega più di tante altre cose come nella cultura del Pd attuale non sia rimasta traccia del messaggioe di Berlinguer.
    Oggi non possiamo più permetterci di aspettare i maggiorenti del Pd perché, prima ancora dei voti, è la storia che li condanna; dobbiamo partire per costruire il futuro del paese come civici, Idv, Sel ed anche M5S perché tutti possiamo e dobbiamo dare un contributo alla ricostruzione, prima culturale e poi economica industriale, del paese.
    Grazie per lo spazio.
    Mario Zaccherini

  2. Grazie del commento Mario, e grazie della correzione. Come detto io purtroppo non l’ho vissuto quel periodo storico, e comunque leggere un discorso di Berlinguer o di uno dei grandi della Prima Repubblica è come ascoltare una canzone dei Doors.
    Continuiamo a lavorare per fare bella musica, di attualità.

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