Il crollo dei ricordi

Loredana cammina avanti e indietro da quando hanno cominciato i lavori. Nonostante il caldo soffocante, che spinge gli altri inquilini a ripararsi all’ombra del castagno in fondo alla strada, continua ad andare. A testa bassa. Avanti, come una cantilena strascicata tra i denti per darsi la forza che non crede di avere più, indietro, per non abbandonare quelle mura che ha chiamato casa per quarant’anni. Alza la testa solo quando il rumore dei crolli diventa più forte: un attimo prima che la ruspa si fermi per un momento, per riprendere poi con una nuova sezione dell’edificio.

Quattro piani, dodici famiglie.

La notte del primo terremoto si sono ritrovati tutti in strada, chi in pigiama chi in tuta, spaventati da quel boato che sembrava non finire mai. Le mamme tenevano i figli per mano, qualcuna in braccio, mentre i padri parlavano tra loro concitati. Loredana era stata l’ultima ad uscire: non che avesse il sonno pesante, e nemmeno perché era la più anziana del condominio. Semplicemente non voleva farsi vedere in vestaglia da nessuno. Da nessuno che non fosse il suo Mario. Suo marito. E così si era presa il tempo necessario per cambiarsi: spaventata come solo durante la Guerra quando almeno, prima dell’arrivo dei bombardamenti, il parroco aveva il buon senso di suonare le campane per avvisare tutti dell’imminente pericolo. Invece questa volta nessuna campana e nessun avviso. Soltanto paura e senso d’impotenza.

Da quel 20 maggio nessuno è più potuto entrare nel proprio appartamento. Troppo pericoloso, hanno detto. A vederla da fuori sembra avere bisogno soltanto di qualche lavoro di recupero, certo alcune crepe sono davvero brutte, ma non pare molto diversa rispetto alle altre case della stessa strada. Ma a guardarla bene c’è un particolare che salta agli occhi: per accedere all’ingresso si dovevano fare cinque scalini, ed ora gli ultimi due sono diventati inutili. La casa si è abbassata di venti centimetri. L’edificio è letteralmente sprofondato sulle colonne scoppiate. L’inquilino del terzo piano ha cercato di sdrammatizzare dicendo che finalmente avrebbe fatto meno fatica a portare su la spesa, generando risate e sorrisi. I primi di quella triste giornata. Loredana non ha riso. Lei, che continua a rispettare il suo turno di pulizia delle scale nonostante gli acciacchi dell’età, non riesce a sorridere pensando a quei due gradini che hanno perso la loro primaria funzione. Lei, che con il suo Mario aveva scelto il quarto piano per la vista che si aveva su tutto il paese, non voleva accettare di ridere davanti a quei due gradini protesi verso il nulla. Li aveva utilizzati così tante volte, certo il passo era cambiato molto in quarant’anni, che erano ormai parte di lei e non solo della casa. Erano stati il momento delle partenze e dei ritorni, il punto in cui stringersi per bene nel cappotto prima di uscire sotto la pioggia, il riparo dalla calura estiva seduta su di essi assieme al suo Mario.

Mario.

Sono passati quasi dieci anni da quando è morto, eppure Loredana non ha dimenticato nulla della loro vita assieme. Nemmeno degli ultimi due anni in cui il tumore l’ha prima consumato e poi se l’è portato via. All’inizio hanno tentato ogni possibile cura, ma con il tempo era diventato fin troppo chiaro che era tutto inutile. E così Mario, un giorno, davanti alle nuove terapie prospettate dal loro dottore, aveva semplicemente detto basta. Non era un uomo di molte parole, per questo Loredana sapeva che quando parlava non era possibile fargli cambiare idea. Nei mesi successivi continuarono ad uscire, per le loro solite passeggiate, ma ogni volta facevano sempre meno strada rispetto alla precedente. Un pomeriggio, dopo aver disceso faticosamente le scale, si era fermato sul primo gradino esterno e, mentre Loredana allungava una mano per aiutarlo a scendere in strada, aveva detto qualcosa che però lei non aveva capito. Così Loredana si era avvicinata, salendo fino al secondo gradino, per sentire quello che suo marito voleva dirle. Mario tolse lentamente una mano dalla tasca e, accarezzandole il viso, disse semplicemente basta. Quella notte Loredana si sdraiò per l’ultima volta accanto a suo marito, ma non dormì nemmeno per un momento: perché ci sono cose per cui non servono ne campane ne avvisi.

Per questo oggi Loredana non guarda quella casa, quei gradini, con gli stessi occhi degli altri inquilini. Per questo continua a camminare. Avanti e indietro. Ripercorrendo in pochi passi una vita intera.

a Dino, che mi mancherà

a tutte le Loredana della bassa, i gradini su cui ricostruire nuovi e splendidi ricordi

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6 risposte a “Il crollo dei ricordi

  1. Come sempre bel racconto! Come Loredana guarda con occhi diversi, anche chi ha passato il terremoto, la vive in maniera diversa!

  2. Molto molto bello, e molto molto triste. Chi vive la situazione dall’esterno fa fatica a rendersi conto di come tutto può finire in un attimo. Questo e altri racconti ti aiutano a capire e a riflettere. Grazie

  3. Tra tutte le parole che hanno cercato sempre di raccontarci il terremoto, qualcuno che le usa per farci arrivare le persone, e le loro storie. Mi piace, belle pagine Baldo.

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