L’Aquila, ottobre 2012 – di Francesco Erbani

Ogni tanto su L’Aquila si accende una luce abbagliante. Dura poco. Poi la città torna al buio. E ci resta a lungo. Un riflettore si è illuminato il 7 ottobre scorso, quando Renzo Piano ha inaugurato l’Auditorium progettato ai piedi del Castello spagnolo, esattamente su uno dei bordi del centro storico ancora disabitato a tre anni e mezzo dal terremoto. Nel capoluogo abruzzese sono arrivati il Presidente della Repubblica, molte autorità, i giornali nazionali, le tv. E si è parlato del fallimento delle cosiddette new town, della ricostruzione che non c’è, di una città che ancora non ha elaborato un’idea di sé nel futuro. Poi sui palazzi puntellati, sulle poche strade del centro che si rianimano di giorno e dopo le 6 tornano nel silenzio, è ripiombato il buio.

Chi a L’Aquila ha resistito ora è sfibrato, stanco. Il tono della voce è diventato dimesso e fioco. Prima del 6 aprile 2009 la città andava faticosamente cercando un equilibrio. Il centro storico restava il centro direzionale di un organismo urbano che si distribuiva su un vasto territorio sparpagliandosi in una sessantina di piccole frazioni. Non era effetto di sprawl. L’Aquila si era data questo assetto almeno dalla seconda metà del Duecento, quando i castelli feudali (99, secondo la leggenda, di meno, secondo le ricostruzioni più attendibili) sottoscrissero il patto federativo che produsse la nascita di un insediamento centrale, simbolo di un solidarismo urbano che poi sarebbe stato raffigurato nella Fontana delle 99 cannelle.

Il centro dell’Aquila ha svolto nei secoli un ruolo gerarchicamente preminente in questa complessa città/territorio. E ancora alla vigilia del 6 aprile, nonostante l’affanno prodotto da una corona periferica sorta negli anni Sessanta e Settanta e infiltrata anche dentro il nucleo più antico con orrendi squarci, il centro storico assolveva a una funzione vitale. Molto più vitale di altri centri storici italiani. Qui era la sede di tutte le istituzioni pubbliche. Qui banche e assicurazioni, qui i negozi, gli artigiani, oltre diecimila dei settantamila residenti in tutta la città, circa seimila studenti alloggiati precariamente, in nero, mal sopportati, ma comunque portatori di un’energia che illuminava strade e vicoli e regalava alla città un’immagine amichevole.

Il terremoto ha fermato il battito del centro storico. Poteva essere rianimato, sistemando i suoi abitanti in strutture provvisorie, ma si è scelto di fare altrimenti. La Protezione civile e il governo di Silvio Berlusconi hanno deciso di costruire 19 nuovi insediamenti per 15 mila persone (un terzo dei senza tetto aquilani), costati 830 milioni di euro (2 mila 800 euro a metro quadrato) che sono andati ad appesantire la maglia già slabbrata del tessuto aquilano. In pochi mesi, dal luglio al settembre 2009, senza un briciolo di pianificazione, sono stati piazzati in aree agricole o destinate a verde 3 mila 500 appartamenti distribuiti in 19 aggregati di palazzine senza il minimo servizio, solo qualche aiuola, le altalene per i bambini e i parcheggi sotto gli edifici come unico luogo d’incontro.

Le cosiddette new town sono state chiamate Progetto C.a.s.e.. In questo acronimo, che sta per Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che racchiude l’apologetico richiamo a un bene rassicurante come la casa, è racchiuso il senso che Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi hanno dato all’operazione post-terremoto: un affare edilizio, una soluzione individualistica e privatistica che si sostituisce all’esigenza collettiva della ricostruzione di una città. La casa come valore assoluto. Il tetto che protegge da un esterno pieno insidie. I muri che isolano ed escludono. Qualcuno ricordava, guardando l’insediamento di Coppito 2 o di Bazzano, lo slogan che a metà degli anni Ottanta accompagnò il lancio delle tv Fininvest: «Torna a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta».

Contemporaneamente si è lasciato in abbandono il centro storico, il perno di tutto l’organismo urbano dell’Aquila. Si è proceduto con puntellamenti financo eccessivi, che a prima vista non preludevano a nessun restauro, solo a un imperituro imbracamento, a una conservazione a fini di contemplazione archeologica. L’Aquila come Pompei. Un centro storico ad uso delle visite di frotte di turisti con il naso all’insù. Si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Riattivare gradualmente il centro storico appariva, fin da subito, una strategia praticabile, concreta, economica. Il centro storico non era raso al suolo. I crolli si contavano a qualche decina. La gran parte del lavoro consisteva in riparazioni e restauri, le cui procedure erano contenute nel Piano regolatore vigente, risalente alla metà degli anni Settanta. Un percorso lungo, accidentato. Ma un percorso chiaro, che consentiva di alimentare la partecipazione dei cittadini alla ricostruzione di quel che era inagibile e anche alla ricostruzione di sé, alla sutura delle ferite che ognuno portava dentro.

Ma, appunto, la strada intrapresa è stata un’altra e a tre anni e mezzo si fanno i bilanci. La città ha cambiato forma, è ora un aggregato di periferie senza un centro. Più di ventimila persone non sono ancora tornate nelle proprie case. Poco più di tredicimila aquilani abitano segregati nel Progetto C.a.s.e.. Moltissimi ancora quelli che vivono da parenti e amici. Le strade sono costantemente intasate e la città è completamente a misura di macchine private. Cantieri sono attivi solo nella cintura periferica. Le iscrizioni all’università sono diminuite. Le ore di cassa integrazione sono esplose. Quasi un anno è stato speso per redigere un Piano di ricostruzione del centro storico che il Commissario di governo (dopo Bertolaso, il presidente della Regione Gianni Chiodi) giudicava indispensabile per avviare i lavori e che ora, invece, pare non sia più indispensabile. Un’orgia burocratica ha intasato tutte le procedure che i commissari avrebbero dovuto accelerare e invece hanno ingolfato.

L’Aquila stenta a riconoscersi in un qualche modello di città. La dimensione urbana, la sostanza collettiva sono ripiegate in un angolo. E anche la partecipazione e la protesta, così vivaci dopo che si diffusero le intercettazioni telefoniche degli imprenditori che ridevano la notte del 6 aprile, sono uscite fiaccate dalla sordità degli interlocutori pubblici e di un ceto politico immiserito. È questa la città sulla quale si sono accesi i riflettori la sera del 7 ottobre 2012,  quando il maestro Claudio Abbado ha dato l’avvio all’orchestra Mozart nell’Auditorium firmato da Renzo Piano. Un Auditorium che, terminato il concerto, ha chiuso i battenti perché il cantiere è ancora in funzione e mancano i collaudi.

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