Ci siamo abituati

Qualcuno sostiene che ci siamo abituati. Quando uno è ancora vivo si abitua a tutto.

 

Nel 1996 facevo la prima liceo a Modena. Era circa mezzogiorno di un 15 ottobre insolitamente caldo e ci trovavamo nel bel mezzo del compito in classe di latino. Non ci ero abituato al terremoto, altrimenti non mi avrebbe sorpreso così. Riuscii ad applicare le poche regole di sicurezza impartiteci in qualche prova formale di evacuazione: fiòndati sotto il banco finché non passa, poi esci ordinatamente. I miei compagni furono altrettanto disciplinati (a parte uno di una classe vicina che saltò dalla finestra del primo piano), la nostra professoressa di latino un po’ meno: se la filò all’istante e ci mollò lì, ancora con la biro in mano e lo sguardo dubbioso sui verbi semideponenti. Si vede che lei c’era abituata, al boato e al tremore, e si vede pure che si fidava talmente tanto dei muri a norma di legge e dei piani di evacuazione che a costo di assecondarli preferì rimettersi alla rapidità delle sue gambette e delle scarpe coi tacchi da prof.

Nonostante non abbia mai rimosso quell’episodio, né la paura che provai, l’esperienza e l’età più matura non mi hanno aiutato a distanza di sedici anni. Il boato, il buio e il terrore. L’impossibilità di tornare a dormire. Una telefonata alla mamma. Da adulto a bambino, in un attimo.

 

Pur non avendo perso nulla, nei giorni successivi decisi come tanti di mettermi in moto. C’è chi la chiama “solidarietà emiliana”, ma non ne farei una questione genetica, sempre che non ci consideriamo una razza superiore; diciamo piuttosto che siamo abbastanza ricchi da permetterci di mandare donazioni via sms, di andare ai concerti per la raccolta fondi, di comprare libri il cui ricavato andrà alle popolazioni colpite. La solidarietà che si sporca le mani ed impiega il suo tempo sul posto al di là del portafogli è decisamente più costosa, specialmente in una temperie come questa, tempi indeterminati nei quali la lotta contro la precarietà del lavoro per qualcosa che somigli a un salario è quotidiana, interessa un’intera generazione e lascia poco spazio al sostegno reciproco. Se in un dramma e nelle perdite conseguenti non ci si trova coinvolti personalmente, bisogna essere dotati di una sensibilità superiore, oppure avere vicino qualche caro che lo vive sulla propria. A stimolare la mia sensibilità, del tutto ordinaria, furono i miei coinquilini.

 

Uno di mestiere fa l’archeologo ed è originario di Camposanto, dove vivono i suoi amici e la sua famiglia. Durante quelle settimane lavorava a Milano, sul cantiere dell’Expo. Ha dovuto assistere a quasi tutta questa vicenda da lontano, al confino per lavoro, perché bisogna continuare a lavorare, dopotutto, sennò come si riparte. Quando nel weekend tornava, si adoperava negli aiuti, andava a caccia di tende, sacchi a pelo e generi di prima necessità. Diverse volte i suoi amici di Camposanto, Finale, San Felice e Cento passarono da noi, un po’ per stare fuori dalla zona calda e distendere i nervi. Avevamo fatto entrare la bassa in casa nostra e la lasciavamo sfogare tra un bicchier di vino e una cronaca appassionata degli episodi più singolari. Così grazie a loro iniziai ad appassionarmi anche io.

 

L’altro coinquilino è di Ferrara e fa l’ingegnere di quello che una volta si chiamava il genio civile, per la Regione. Mentre scrivo, a più di tre mesi dalle prime scosse, è ancora impegnato in sopralluoghi e pratiche, torna sempre tardi a casa ed io, quando posso, gli preparo la cena. Il primo giugno mi disse: “ti porto un po’ in giro per la bassa così fai qualche foto per il Rasoio”. Non racconterò le mie impressioni di fronte alla distruzione, perché non sono così originali. Ma fu il suo entusiasmo a colpirmi: gli occhi di un ingegnere civile per anni incollati sulle pagine di Scienza delle Costruzioni che si cimentano con la fragilità delle strutture e la loro risposta all’eccezionalità dell’evento. “Un sisma di queste proporzioni per un ingegnere civile è un’occasione unica”, diceva. Gli stessi occhi eccitati che in alto misuravano tenute e crolli di tetti e travi, si abbassavano poi quando si parlava di normative, di come sono state redatte e applicate, in base a quali logiche ed interessi. Perizie tecniche, schede Aedes, ordinanze comunali, conflitti di competenze. Lui che era stato impegnato anche all’Aquila, manifestava qualche perplessità: “Vedrai la solidarietà emiliana, quando si tratterà di ottenere i rimborsi… Quando il tuo vicino li percepisce e tu no, quando il tecnico del comune ti risponde ‘non lo so’…”.

Documentammo fotograficamente la distruzione che avevamo di fronte a Mirandola, Medolla, Cavezzo, San Felice, e pubblicai le immagini sul blog.

Nei giorni successivi insieme ad altri amici partecipammo ai picchetti di sorveglianza della zona rossa di Concordia, a volte anche di notte. Un pomeriggio di inizio giugno vedemmo un troupe televisiva (erano in due, uno con la telecamera) che si aggirava abbastanza furtivamente per il centro storico del paese sprovvista di casco e giubbetto e soprattutto privi della scorta obbligatoria di Vigili del Fuoco. In base alle indicazioni che ci avevano dato, chiamai i Carabinieri per informarli della presenza e ci dissero che non avevano autorizzato alcuna troupe televisiva. Nel frattempo i due si erano già dileguati in qualche vicolo e i Carabinieri non li trovarono.

C’è chi entra e chi no. La stessa sera, ormai rimasto solo lì davanti al Teatro del Popolo nella cosiddetta postazione 4, mi si avvicinò un’auto privata da cui uscì una famigliola. Un uomo sulla quarantina, una donna e un bambino coi ricci biondi che avrà avuto sì e no quattro anni. Mi avvicinai alle transenne che ci separavano, io dentro la zona rossa, loro fuori.

“Possiamo entrare? Abitiamo lì”.

“Mi dispiace, non posso farvi entrare se non siete accompagnati dai Vigili del Fuoco”.

“Ci metto un attimo, devo prendere alcune cose in casa. Davvero, due minuti”.

“Non insista, la prego”.

“Tanto ormai ci siamo abituati”.

Non mi ero accorto, ma la donna piangeva. E il bambino: “Mamma, non piangere”.

“Come ti chiami?” gli chiesi io.

“Luca”.

“C’hai la faccia da monello, Luca” gli dissi scherzosamente “vedrai che tra un po’ tornerai a casa”. Un sorriso, altre due chiacchiere e se ne andarono. Mi chiedo ancora perché risposi così, magari a casa non ci sono ancora tornati o forse non ci torneranno nemmeno. Forse a Luca non ho detto la verità e potevo risparmiarglielo. Non avrebbe dovuto esserci un funzionario pubblico lì a rispondere? Un Carabiniere, un Vigile urbano dietro le transenne e dietro la divisa? Invece c’era un volontario “forestiero” in borghese che si era permesso di dire di no a una famiglia che lì ci abitava da sempre.

A seguito di questo episodio decisi che piuttosto del vigilante sarebbe stato meglio fare il mio mestiere.

 

Durante l’estate i miei colleghi archeologi mi coinvolsero nel mettere in piedi laboratori per i bambini nei centri estivi della bassa. E’ una parte del nostro lavoro fondamentale e forse la più appagante. Nei campi di Massa Finalese e Cavezzo facevamo con i bambini vasi di argilla, così come si producevano all’epoca delle terramare, circa 3500 anni fa. Poi se li portavano a casa, i loro vasetti, qualcuno forse l’avrà pure cotto e messo in camera o in tenda. Dopo aver tanto sentito gli adulti raccontare di terremoto, stare con i bambini è tutta un’altra musica. Li ho visti manipolare l’argilla, prendere confidenza con la stessa terra che li ha spaventati, con la quale si fanno e si sono sempre fatti mattoni e case.

La cosa strana, è che più mi interessavo al dramma della bassa, più la frequentavo, meno mi interessavano gli articoli pubblicati sui quotidiani locali. E oggi quando vedo un servizio alla tv dai territori colpiti, cambio dopo pochi secondi canale. Sono diventati un prassi, un’abitudine per chi li produce e per chi li manda in onda. Finito l’entusiasmo. Finite le storie sul maxischermo. Chiuso il sipario. Al contrario i racconti delle persone comuni, lontane dal giornalismo e dall’informazione istituzionale mi appassionano come agli inizi.

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Una risposta a “Ci siamo abituati

  1. La storia più paradossale che è capitata sotto mano a me è quella di un collega che ha avuto la casa danneggiata il 20 maggio, a Finale Emilia. Uscito in strada, non è più potuto rientrare: gli è toccato di comprarsi anche scarpe e cintura.

    Successivamente è riuscito a trovare sistemazione presso dei parenti, in un paesino dei dintorni. Cavezzo. Il resto lo lascio all’immaginazione di chi legge. Comunque sono tutti interi.

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