Le 9 di mattina

Alle 9 di mattina chi lavora in un’azienda è operativo da oltre un’ora.

Il mio studio è su un soppalco a sei metri da terra dentro a uno di quei capannoni nuovi di cui tanto si è parlato, anche se a volte troppo tardi. Le pareti sembravano di carta e mi sono sentita intrappolata: cercavo un punto sicuro sotto cui ripararmi aspettando e sperando che finisse, come istintivamente si fa se ci si trova in un edificio classico, si individua un muro portante o una trave, ma lì niente. Un capannone non ha zone più sicure di altre, basta che manchi un gancio tra i pilastri e le travi o tra le travi e i copponi, o che siano sottodimensionati, che tutto può crollarti addosso come un lego.

 

Finito. In meno di un minuto tutto tace. Tutto è in piedi. Tutti stanno bene. Grazie.

Ora si deve decidere cosa fare. Niente telefoni, niente internet. Prendo la macchina e controllo le altre aziende, i vicini, i colleghi, i competitor, i fornitori, la paura rende tutti uguali.

Intanto ascolto la radio e mi blocco. Ci sono i morti, morti sotto i capannoni come il mio, solo qualche chilometro più a nord.

 

Devo pensare, mantenere la calma e pensare. Appena ripristinate le linee telefoniche ho contattato il Comune, per richiedere i controlli, per sapere se fossero già usciti e che tempistiche avessero, la risposta è stata: “le squadre per l’agibilità sono al lavoro, ma prima si controllano tutti gli edifici pubblici, poi le case private, poi le aziende”.

Va bene, siamo gli ultimi, è giusto così. Forse. Devo aspettare. Controllo, ricontrollo il mio capannone e quelli vicini. Non c’è niente di strano, tutto sembra a posto.  Alcuni chiudono, altri no.

Devo pensare anche alla mia famiglia. Finalmente mia madre risponde al telefono, sta bene e non vuole lasciare la sua casa e le sue cose per nessun motivo.  Ma come? Mia madre? Mi ha sorpresa, ma non avevo il tempo per rifletterci a lungo.

Mia sorella era ai giardini pubblici, avevano evacuato la biblioteca e lei era lì, sotto un albero, coi libri in mano. L’ho presa e l’ho portata verso sud-est, lontano dalle scosse, da un’amica che ringrazierò sempre per avermi regalato gli unici momenti di pace di quelle giornate.

Rientro in azienda. Decido. Non ci si ferma, si va avanti. Con i portoni aperti, gli uffici spalancati e le chiavi della macchina in tasca, siamo andati avanti. Certo, potevo scegliere diversamente, potevo chiudere qualche giorno, potevo evitare il peso di sentire la vita di altre persone nelle mie mani, persone che di me si fidano e con me lavorano.

Di giorno dovevo farmi vedere decisa, sicura, calma, ma di notte, in quella settimana passata a dormire sola in un centro storico deserto, gli incubi e il pensiero di poter sbagliare non mi hanno mai lasciata. Ho seguito la ragione e come me tanti altri. Non è eroico essere razionali e fare il proprio mestiere, ma non è nemmeno criminale.

Ho ricevuto sguardi e parole critiche rispetto alla mia scelta, hanno pesato molto. Vorrei che queste persone riflettessero meglio.

 

L’Emilia Romagna produce l’8,6% del PIL nazionale. Siamo una regione con una vocazione industriale dimostrata dal peso che l’industria ha nella formazione del PIL – 28,4% rispetto al totale – ben superiore a quello italiano e dei principali Paesi Europei. In Emilia Romagna le imprese di piccole e medie dimensioni sono la grande maggioranza: più del 90% delle aziende ha meno di 50 dipendenti. Sono 420 mila le imprese attive sul territorio, con una dimensione media di 3 dipendenti: un’azienda manifatturiera ogni 69 abitanti.  L’Emilia Romagna è disseminata di piccole realtà che formano una rete di innovazione, tradizione, progresso, conoscenza nuova e tramandata, eccellenza. Siamo una rarità e non bisogna dimenticarsene.

 

E se avessimo chiuso tutti?

Invece tutti insieme, continuando a lavorare nonostante le grandi difficoltà del momento generale e particolare e combattendo contro i ritardi e le cancellazioni dei lavori causa terremoto, abbiamo sostituito lo Stato – che non ci ha garantito nemmeno una proroga nei pagamenti delle tasse e dell’IMU in scadenza due settimane dopo quella scossa delle 9 del mattino – ci siamo aiutati da soli.

Nulla di tragico, nulla di sanguinolento e commovente, il terremoto miete sentimenti e fatti anche dove non uccide e non distrugge. Dove è silenzioso, senza boati, senza riflettori, senza Stato.

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