Il terremoto ti rimane dentro – di Mirco Bianchini

Difficile raccontare con chiarezza il periodo del terremoto. Quello che rimane sono attimi, rumori, sensazioni.

 

Era l’1.15 del 20 maggio, steso sul letto consultavo del materiale sull’iphone, tre forti scosse, accompagnate da un rumore sordo, cavernoso; nulla in camera si è mosso, nulla oscillava, solo tre grossi sobbalzi. Scatto in piedi, ritrovo mio padre, assonnato di fronte a me in corridoio, mia madre poco dopo. Tutto tace; immediatamente, non eravamo abituati al terremoto, ma solo a piccole scosse. Prendemmo l’evento come al solito: una scossa, solamente più forte delle altre. E tornammo a letto.

 

tutun tutun tutun…

Questo è il rumore con cui mi svegliai, erano i mobili che sbattevano contro i muri, e di fondo sempre quel boato cupo, profondo. Mi trovai in piedi, nel corridoi, gridando: “Andiamo fuori!” ai miei genitori che stavano uscendo dalla stanza. Tutto era ovattato dal sonno, ci vestimmo con le prime cose e andammo verso la porta. La scossa cessò, ricordo ancora cosa mi disse mia madre nella frenesia di uscire di casa: “Il computer!!”. Lo presi, scendemmo le quattro rampe di scale. Era buio, quasi tutte le altre famiglie che abitano nel condominio erano già fuori. Mi madre con il beauty case in mano, io con il computer e il telefono, mio padre con le chiavi di casa e delle auto; mi disse: “Portiamo fuori le macchine”,  in pochi minuti tutta la strada era invasa da vetture, che giravano, che uscivano dai garage, che cercavano parcheggio. Ero ancora assonnato, ma quello che ricordo è la vibrazione che ti percorre dentro, come se tu continuassi a tremare.

A posteriori rimango affascinato, notando come nell’immediato momento del terremoto, per mia esperienza, sia la figura dell’uomo quella immediatamente reattiva e lucida, mentre la donna si trova smarrita, impaurita; tutto questo subisce un immediato ribaltamento nell’istante successivo, in cui la donna diventa fondamentale: inizia a pensare a come sistemare le cose, come organizzarsi; mentre l’uomo si blocca, impaurito e perplesso dall’evento.

Al passaggio del torpore dovuto all’improvviso risveglio, inizi a renderti conto delle cose, la testa scatta alle persone: i famigliari, le persone care, gli amici. Il tremore continua, ma adesso è spavento, la consapevolezza diventa più nitida. Il sole iniziava a salire, i telefoni suonavano, presi le chiavi della macchina, andai dai miei nonni con mia madre. Erano fuori, mia nonna sconvolta, in ciabatte; chiedo a mio nonno: “Serve qualche cosa?”, sono su per le scale, lui con una incredibile calma inizia a farmi vedere la casa.
Il bagno sembrava esploso, tutto era uscito dai mobili; mantenni la calma, ma speravo non arrivasse un’altra scossa.

Siamo fuori, parliamo… Di nuovo quel rumore, tutto oscilla, la casa sembra un giunco mosso dal vento; io penso non crollare! sperando di riflesso a casa mia. Smette, signore anziane iniziano a piangere; i telefoni iniziano a squillare.

In macchina osservavo la gente per strada a piedi, in tuta, in pigiama, con una coperta sulle spalle, in ciabatte, in pantaloncini, gente in bicicletta.
Passo a prendere Walter, il mio amico, tutto bene, andiamo a fare un giro. Passiamo per il polo industriale, capannoni crollati, divisi a metà, pareti cadute… abbiamo fame cerchiamo un posto per fare colazione… tutto chiuso. Sento degli altri amici… un bar è aperto, vado là.

Bar, una pasta e un succo; eravamo seduti fuori, Alessandro, Cristiana ed io, c’era il sole, la gente continuava ad arrivare. Si rideva, si parlava di quello che si sapeva o si veniva a sapere, si chiedeva a chi si incontrava se andava tutto bene, c’era chi si doveva sposare.

La sera al lago, e anche il giorno seguente; per dormire, per farsi una doccia, senza l’ansia di sentire quel rumore.

Da quella notte per una settimana, il mio armadio è stato il baule della macchina, il mio letto chi mi dava ospitalità (ringrazierò sempre infinitamente queste persone: Alessandro, Cristiana, Francesca e Piero), o certe volte una tenda o la macchina. Il mio posto di lavoro: un tavolino di plastica in garage o lontano da Mirandola. I miei dormivano in macchina.

Non ho ricordi chiari di quella settimana, a parte, lo svegliarmi con un gatto rosso sulla pancia, il mangiare take a way, vedere un film in macchina, sentire e parlare solo del terremoto. Nel giro di qualche giorno si toccava la voglia di ripartire e già molte aziende si erano attivate per ricominciare. Mio padre era inquieto a dover riprendere il lavoro. Stavamo rientrando nell’appartamento, mia madre orgogliosa di farsi la doccia e la colazione in casa. Per tutta la settimana le scosse si susseguivano, diventando quasi rassicuranti; quando trascorreva un lasso troppo lungo di tempo aumentava inconsapevolmente la preoccupazione.

 

Poi il 29 maggio. Quella mattina ricordo ancora la colazione con mia madre, il sole, la voglia di rimettermi al lavoro senza l’ansia di scappare.
Accendo il computer, mi siedo, scrivo la lista di cose da fare, mia madre in bagno.
Neanche un rumore, la finestra oscillava a destra e a sinistra davanti agli occhi, mi muovevo a zig zag sbattendo sui mobili. Sono in corridoio, urlo a mia madre: “Fuori di qui!”, la prendo e la tiro con me, ci lanciamo giù per le rampe di scale, non riuscivo a mettere a fuoco nulla, tutto era offuscato, tutto si muoveva, oscillava, tremava; mentre scendevamo controllavo e speravo che il vano scale reggesse. Siamo di nuovo fuori, questa volta non c’era il sonno ad ovattare, la consapevolezza rende totalmente diverse le percezioni.
Mia madre era terrorizzata, io non avevo con me niente… scalini fatti a 3 a 3, di nuovo in casa, libri, cd, soprammobili: tutto era per terra nella mia camera. Prendo il computer, il telefono. Di nuovo fuori.

Mia madre: “Papa?”… Non risponde al telefono, mi ricordo l’ansia nel suo volto, in quel momento non capivo il motivo. Il suono del cellulare… “Claudio tutto bene?”… Ricordo quanto tremava quella mano che teneva il telefono. “Come è crollato tutto?” il pianto iniziò a trasformarle il viso. Presi il telefono, e mio padre: “Mirco è crollato tutto… mi hanno appena tirato fuori dalle macerie… sto bene… devo andare, ci sono altre persone che sono rimaste sotto” in quel momento ricordo di aver fatto quasi solo attenzione ad una frase: sto bene.

Rassicuro mia madre, tesa e in lacrime. Mi attacco di nuovo al telefono per sentire se tutte le persone a me care stanno bene. Fortunatamente sì. Prendo la macchina, siamo dai miei nonni, mia nonna terrorizzata. Pensandoci a posteriori per alcuni versi ho vissuto un deja vu. Riportai mia madre a casa. Feci un paio di giri attorno al condominio, per accertarmi che non ci fossero stati danni. All’improvviso la consapevolezza che potevo perdere mio padre… Piansi.

Di nuovo in macchina, di nuovo in giro, di nuovo attaccato al telefono, chiamai nuovamente mio padre per avere notizie. Ricordo solo queste parole: “Mirco ci sono dei morti”… “Mi portano all’ospedale per accertamenti, ma sto bene”.

Le ore seguenti ricordo: i racconti della scossa, un abbraccio, dei pianti, rumori di vetri nelle successive scosse, quel rombo sotto i piedi, urla, il tremolio dei cancelli, il fruscio degli alberi, l’incapacità di capire che cosa stava succedendo, l’ansia e l’angoscia negli occhi delle persone, di mia madre, dei miei amici.

 

Stare seduti vicino casa è psicologicamente deleterio, ogni scossa, era accompagnata da rumori di cose che cadevano, o si rompevano, oltre avere il terrore di vedere crollare la propria abitazione. Girai molto quel giorno, in macchina, in bicicletta. Quando tornai, mio padre era in giardino, con mia madre, mia cugina e suo marito. Scesi dalla bici, andai loro incontro, mia cugina mi abbracciò, piangendo, disse: “Quando smette?”… guardai mio padre… lo sguardo stanco, aveva graffi sulle braccia, sul viso, lo abbracciai.
La notte la passammo al lago di Garda, bisognava allontanarsi da lì, almeno per dormire. Il sole del giorno dopo, la casa affollata, una panchina a bordo lago, racconti, una meravigliosa colazione, il sorriso e lo sguardo di un uomo.
I giorni seguenti rincominciai a essere nomade, ospite, accampato.
I garage erano diventati uno il guardaroba e il bagno, con valige, stendini, e l’altro una micro casa, ogni giorno si aggiungeva qualche dettaglio in più. Straordinario vedere come si possa vivere in 20mq. Dalla seconda scossa non mi sdraiai nel mio letto per almeno un mese: non provi più quel senso di sicurezza che solitamente la propria casa garantisce. Devi riappropriarti di quegli spazi, riprendere fiducia in quei luoghi. Il piano terra dava più sicurezza mentalmente.

 

Rientrai in casa, ma le prime sere dormivo sul divano, vestito, con le scarpe,  la valigia pronta, addormentandomi solo per sfinimento, sperando di passare 4-5 ore di sonno in pace. Quei giorni passarono vivendo all’aperto, accompagnati giornalmente da quel rumore cupo, profondo; improvvisamente ci siamo trovati a convivere con il terremoto.

In quella condizione particolare ogni giorno era vissuto senza programmare nulla, e il ricordo è vago, ma non scordi tutti i piccoli dettagli.

Vedere per la prima volta un bambino camminare da solo. Dormire a casa di amici, ritrovandosi davanti alla porta ad ogni scossa, poi ridere. Il sorriso degli anziani che ricevevano il pasto, il girare in bicicletta, il trovarsi tutti nello stesso bar, mangiare in campagna, mangiare in un parcheggio, mangiare in giardino, correre su e giù per le scale, l’incertezza quando entravi in casa, il raccontare per far capire, le brutte notizie apprese dagli amici, il cordoglio, un sorriso in un funerale, le case crollate, le case inagibili, i parchi invasi dalle tende, la Protezione Civile.
Il terremoto ti rimane dentro. Quel rumore cupo che anticipa la scossa mi ha accompagnato per giorni, tanto che ad ogni rumore sospetto mi bloccavo pronto a sentir tremare la terra sotto i piedi. Il tremore rimane nei muscoli, continui a vibrare convinto siano altre scosse, ma sei solamente tu.

E’ strano come da un evento negativo scaturiscano aspetti positivi: gli spazi erano improvvisamente diventati vivi, la gente era fuori dalle case, girava a piedi, in bicicletta, si trovava nei parchi, condivideva spazi, socializzava, questo ha trasformato per un lasso di tempo Mirandola in una città dinamica.
E una consapevolezza ho tratto da questa esperienza: l’energia delle persone nel rialzarsi, nel vivere nella precarietà del momento ma con un sorriso, nell’aiutarsi per ripartire il più velocemente possibile.

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