La nostra torre non c’è più – di Valerio Palazzi

Alle luci dell’alba del 20 maggio scendiamo in strada, noi Finalesi, e dopo poche ore iniziamo a renderci conto che parecchi fabbricati sono stati danneggiati e resi inagibili dalla violenza del sisma. Fra questi, gran parte dei monumenti di Finale: il Castello delle rocche distrutto per metà, il bastione crollato totalmente e la torre a fianco semi distrutti, le sette chiese, tra le quali il Duomo e la chiesa del Rosario, simboli ecclesiastici della città. Ma ancor di più, più di tutto il resto, a colpirmi è stata la nostra torre, la torre dei Modenesi; squarciata per metà, ma quella mattina ancora in piedi, fumante per le macerie cadute a terra e sulle macchine sottostanti.

 

Apprendiamo in breve che la forte scossa della notte ha avuto come epicentro proprio il comune di Finale Emilia, tra tanti luoghi proprio il nostro! Io per primo stento a crederci, anche perché da sempre si diceva, ed eravamo quasi tutti tranquilli sotto quel punto di vista, che questa zona della pianura padana presentasse uno scarso rischio sismico. Ma ora sappiamo che non è più così e nemmeno in passato era così, e dopo più di quattro mesi ormai abbiamo capito tutti quanti che dovremo farci l’abitudine e conviverci.

 

Dopo tutta questa devastazione improvvisa, nei giorni e nelle settimane successive al sisma ci siamo però subito rimboccati le maniche, da buoni emiliani volenterosi e ai primi di luglio è partito un progetto volto alla ricostruzione proprio del nostro simbolo più importante, la torre dei Modenesi, che, ironia della sorte, proprio l’anno prossimo avrebbe festeggiato i suoi primi 800 anni. A questo progetto ho preso parte da subito in prima persona, anche perché da laureato in scienze per la conservazione e il restauro del patrimonio archeologico, non potevo assolutamente esimermi dal dare una mano al mio amato paese… E così partendo dall’inizio di luglio a metà settembre, in poco più di due mesi, i cosiddetti “volontari della torre” hanno recuperato tra le macerie della torre dell’orologio tutto ciò che sarebbe potuto tornare utile in futuro per la ricostruzione del monumento: prima di tutto i mattoni interi ancora utilizzabili per una futura ricostruzione, poi i mezzi mattoni (che come caratteristica dovevano presentare quantomeno tre lati integri su quattro) e via via tutte le altre tipologie di mattoni e di pietre particolari (incise, scritte o decorate) rinvenute tra le numerose montagne di detriti. Tutto questo materiale lo abbiamo sistemato su oltre cinquecento pallet, opportunamente coperti per proteggerli dalle intemperie, e per il momento stoccati all’interno dell’ampio cortile delle scuole elementari comunali “Elvira Castelfranchi”. Rimarranno lì fino a quando non saranno trasportati in Provincia o in Regione e saranno poi trattati e ulteriormente scelti e suddivisi per la ricostruzione. Devo dire che, avendo preso parte in prima persona a questo lavoro, la mancanza di volontari, sia giovani sia un po’ meno, sia di Finale sia dei paesi limitrofi ma anche di altre province e regioni, non si è fatta sentire, anzi al contrario è stato motivo di grande soddisfazione avere visto così tante persone aiutarci e regalarci un sorriso di cui tanto, lo ammetto, avevamo bisogno.

 

E così, oltre ai mattoni interi, ai mezzi mattoni e a quelli particolari, abbiamo ritrovato con nostra grande sorpresa, anche frammenti di vetri antichi, di ceramiche medievali e rinascimentali, di stoffe e suole di scarpe antichissime, nonché qualche lembo di cartiglio medievale incredibilmente salvatosi dal crollo e dall’incendio successivo ai piedi della torre; e ancora, vari resti ossei di animali, frammenti lignei e gusci di frutti consumati in quei tempi antichi. Con nostro grande stupore, ogni tanto abbiamo recuperato forse le due tipologie di oggetti più interessanti tra tutte le altre: punte di freccia intere o quasi, rimaste conficcate tra i mattoni delle due cinte esterne della torre (ebbene sì, con il crollo abbiamo scoperto che all’interno la struttura presentava un’altra cinta muraria più spessa), qualche coltello o lama con funzione simile e per ultimi ma non per minore importanza, mattoni probabilmente cotti e poi lasciati essiccare al sole che presentavano impronte di diversi animali e talvolta impronte umane, di bambino o anche di adulto. Da aggiungere a tutti questi reperti sono poi da citare tante tipologie diverse di chiodi e materiali metallici che avevano diverse funzioni, strutturali e non, all’interno della costruzione. Ma i pezzi più importanti, per i quali dovevamo prestare un occhio di riguardo e notevole attenzione, sono stati sicuramente i tantissimi frammenti dell’orologio ritrovati tra le macerie; con questi sarà possibile in futuro ricostruire abbastanza agevolmente la struttura originale dell’enorme orologio che era collocato all’incirca ai due terzi dell’altezza della torre.  Con la speranza che tutto ciò che abbiamo raccolto con amore (e con parecchia fatica sotto il sole di una delle estati più calde degli ultimi decenni) possa venire un giorno davvero riutilizzato per la ricostruzione del nostro simbolo. Ribadisco che la nostra torre adesso non c’è più ma sono convinto che col tempo tornerà ad esserci, rinascerà pian piano sotto i nostri occhi, gli occhi dei Finalesi che tanto hanno pianto per le loro case, i loro monumenti e le loro vite totalmente cambiate da questo perfido terremoto. Perché è così che deve essere ed è così che sarà.

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