Caos disorganizzato

“Nella prima fase tutto sarà caotico. Nelle settimane seguenti avrete un marea di dati, ed inizialmente non ce la farete. Poi prenderete consapevolezza di quei dati e penserete di essere a cavallo; in realtà dopo si aprirà una voragine e sarà anche peggio. Questo è il caos. E andrà avanti per anni e anni” –  anonimo, volontario  della Protezione Civile in Abruzzo e in Emilia – giugno 2012.

 

Giulia è istruttore tecnico nell’ufficio edilizia privata del Comune di Crevalcore, in provincia di Bologna. Anche questo territorio purtroppo è stato duramente colpito dai terremoti del maggio 2012. E fin dal primo giorno lei ed i suoi colleghi si sono ritrovati nella doppia veste di tecnici e terremotati, sia per la casa che per il lavoro.

Tutti gli uffici comunali sono stati spostati nella biblioteca, per ricominciare subito l’attività. Non avevamo nulla i primi giorni: i computer erano un lusso ed anche le penne erano merce rara. Grazie ai Vigili del Fuoco abbiamo recuperato pian piano gli strumenti necessari, ma in quelle condizioni non era possibile lavorare al meglio. I primi giorni la gente veniva a fare la richiesta per il sopralluogo e noi abbiamo dovuto gestire tutto su carta, senza alcun genere di protocollo. Poi man mano si è trovato un modo di archiviare. Abbiamo dovuto crearci delle nuove procedure. Basate però più sul buon senso e che non su vere esperienze dirette.

“Non avete avuto l’appoggio della Protezione Civile?”

Naturalmente. All’inizio abbiamo seguito le loro direttive, ma sono più che altro procedure standard che purtroppo non sono calate sul nostro territorio. Sono assolutamente molto preparati nella gestione dei campi, tendopoli e prime cure per gli sfollati. Ma non sembrano pronti per la cosiddetta “emergenza amministrativa”, e cioè la gestione di tutta una montagna di carta generata dalle richieste di sopralluogo. Situazioni in cui bisognerebbe da subito sapere cosa fare e come farla: per non perdere tempo e non rallentare le operazioni di ripresa. In più ci si ritrova fra due fuochi, quello dei Vigili del Fuoco e quello della Protezione Civile, che hanno spesso procedure diverse ed interpretazioni diverse della situazione. E tu ci sei in mezzo e devi cercare di coordinare tutto.

“In quanti siete in ufficio?”

Prima del terremoto eravamo tre tecnici ed un amministrativo. Con l’emergenza è cambiato l’organigramma degli uffici, per avere più personale a disposizione.

“Non sono arrivati aiuti da altri Comuni o da tecnici esterni?”

Per i primi due mesi abbiamo avuto una persona fissa della Protezione Civile, tramite la quale richiedevamo il personale necessario alle nostre esigenze. Purtroppo però non ci sono state nuove assunzioni come in altre realtà. Solamente persone che sono venute per turni di due settimane. Si doveva istruirli sul lavoro da fare e, appena cominciavano ad essere indipendenti, già dovevano andare via.

“Ma questo in alcuni casi vi ha rallentato invece che aiutarvi”.

Il doversi occupare di tutte queste attività toglie necessariamente tempo a quelle più determinanti nelle fasi di emergenza. Noi che siamo i tecnici della zona, che conosciamo il nostro territorio, ci ritroviamo a dover fare tanti lavori per cui servirebbero degli amministrativi. E questo ti impedisce di poter fare direttamente le cose più importanti. Ma purtroppo in assenza di aiuti esterni ci si deve arrangiare solo con la buona volontà.

“Questa situazione ha complicato anche il rapporto con l’utente che veniva a fare le richieste da voi?”

Il vero problema è che il cittadino non capisce la nostra situazione: normativa che non arriva e che cambia giorno dopo giorno, personale scarso, difficoltà oggettive di lavorare accampati. Tutto porta ad un rallentamento. E questo è visto come colpa del tecnico comunale: l’unico con cui hanno la possibilità di confrontarsi direttamente. Pensa che, vista l’impossibilità iniziale di accontentare tutti nelle risposte a quesiti e andando a vedere le loro case lesionate, il sindaco ha istituito un punto d’ascolto tecnico aperto a tutta la cittadinanza.

“Cioè?”

In pratica un tecnico che cerca di rassicurare e dare alcune prime risposte a tutti i quesiti dell’utente. Una cosa allucinante. Perché arrivava gente che ti chiedeva della sua casa, descrivendoti i danni causati dalle scosse, e tu dovevi rispondere ai loro quesiti, senza aver mai visto l’edificio ed ovviamente senza essere stati presenti ai sopralluoghi. Inevitabilmente dovevi quasi sempre rispondere “non lo so”, e questo li faceva incattivire. Loro erano giustamente preoccupati per il loro futuro e vedere che la risposta era di quel tipo non riuscivano a comprenderlo. E tu stavi lì a subire. Utile per la politica, perché l’amministrazione dimostrava che era presente anche se non riusciva a far visionare la tua casa in tempi brevi, ma non utile per il nostro morale.

“Nel frattempo sono cominciati i sopralluoghi”.

All’inizio sono partiti i Vigili del Fuoco poi hanno proseguito i tecnici abilitati della Protezione Civile. Ciò che era agibile per i Vigili non è stato più controllato dopo. E senza il successivo controllo non potevi avere la scheda Aedes.

“Scheda Aedes? Cos’è?”

E’ una scheda standard che è stata elaborata già prima del terremoto dell’Abruzzo. Sono presenti tutti i dati per identificare il fabbricato, serve per segnalare le criticità e per inserirlo successivamente in una diversa fascia. Dalla A alla F. A seconda della fascia si ha o non si ha il rimborso, si rientra in una diversa casistica di recupero del fabbricato.

“Quindi piuttosto importante”.

Il documento più importante. E quello che genera più problemi.

“Come mai?”

Perché non sono state costruite nel migliore dei modi: per loro caratteristiche ed errate compilazioni portano il tecnico a dover interpretare e rileggere alcune cose. E questo genera confusione ed errori.

“Errori che ritardano le procedure?”

Non solo. Se la scheda è compilata male il tecnico in ufficio si ritrova a doverla interpretare e questo porta a successive e diverse letture. Solamente che questa volta il tecnico non è di fronte all’edificio e la sua interpretazione è basata solamente sulla sua esperienza. Ma questo giudizio condiziona il rimborso successivo per il cittadino. E non è facile avere questa responsabilità.

“E dopo che avete controllato la scheda cosa fate?”

Dopo prepariamo l’ordinanza, ma anche qui abbiamo dovuto creare delle nuove procedure e nuovi atti amministrativi. Inizialmente erano simili a quelle per inagibilità generica, con l’ordine di messa in sicurezza. Ma è sorto il problema di notificarle. Perché si dovevano inviare a proprietari e residenti. Complicato in questa situazione d’emergenza. Poi abbiamo pensato di farle come le ordinanze di sgombero, a cui fanno seguito le ordinanze di inagibilità. Ma anche lo sgombero era complicato, visto che in molti casi non essendoci crolli o segni evidenti la gente continuava ad andare nelle case. Alla fine abbiamo optato per una versione a metà fra i due casi precedenti. In ogni modo anche qui abbiamo dovuto fare da soli, non trovando aiuti nella normativa o nell’esperienza della Protezione Civile.

“Con l’ordinanza il proprietario può bloccare il mutuo o cominciare i lavori di recupero?”

Sì. Però tutti vogliono avere in mano la scheda Aedes, nella quale i tecnici della Protezione Civile hanno riportato le indicazioni sulle criticità strutturali delle loro case, per poi darle in mano ai loro tecnici di fiducia e avere la certezza di fare i lavori giusti e rimborsabili. Però per ottenerle bisogna aspettare che siano validate dalla Regione. Una volta ottenuta la validazione le schede tornano ai Comuni, che le inseriscono agli atti e poi le mettono a disposizione del cittadino.

“Una procedura snella e veloce”.

Purtroppo no. Considerando che spesso, a causa degli errori nella compilazione delle schede, si deve richiedere un secondo sopralluogo. E viste le poche risorse umane disponibili tutta questa macchina burocratica è lentissima.

“Quindi altri problemi nei rapporti con i cittadini”.

Qui tutti volevano ripartire subito, e questi ritardi non vengono compresi. Perciò molti hanno deciso di fare da soli, senza seguire le procedure e senza avere informazioni certe sui rimborsi. Si convincono che fare secondo le regole non è possibile. Perché la regola è vista solamente come un blocco, un rallentamento alla ripresa normale della loro vita.

“Credi che effettivamente le regole che ci sono ora, e la loro difficile applicazione, siano un blocco per la fase di ricostruzione?”

E’ l’assenza di regole certe a creare i maggiori problemi. L’incertezza che blocca chi deve gestire. Non vedo l’ora di non dover più rispondere “non lo so” al cittadino. Vorrei avere strumenti più forti e procedure più snelle. Ma anche l’avere regole che non coprono tutti i casi, norme male interpretabili e di difficile applicazione, anche questo è un grosso problema.

“Quante ordinanze dovete gestire?”

Il numero preciso non lo so, visto che all’inizio non avevamo i giusti strumenti e non abbiamo potuto protocollare tutti gli incartamenti. Sicuramente sono più di 1000. Un numero troppo elevato per le nostre forze vista la scadenza in arrivo.

“Quale scadenza?”

Entro il 31 agosto dobbiamo eseguire tutte le ordinanze al fine di fornire dati essenziali alla Regione. E per quegli edifici che ne rimarranno senza i proprietari non potranno accedere al meccanismo dei rimborsi.

“E per quegli edifici che non riuscirete ad inserire nella lista per la Regione?”

I proprietari non potranno entrare nel meccanismo dei rimborsi.

“Quindi vorresti dire che sapete già che non potrete finire in tempo?”

Certo che sappiamo che non finiremo in tempo. E non credo che sia così solo per il Comune di Crevalcore. Capisci adesso quale responsabilità abbiamo?

“Capisco. Ma capisco anche che, questa lentezza delle procedure sommata a una scadenza impossibile da sostenere, sia d’aiuto per evitare di far lievitare i costi della ricostruzione. Sapendo che non ci sono soldi per tutti hanno trovato un modo per tagliarne alcuni alla radice. E’ il male minore. Magari non dal punto di vista politico,  ma da quello economico certamente”.

Tanto poi toccherà a noi gestire il problema.

“Il bello di vivere in un piccolo paese in cui ci si conosce tutti”.

Già. Pensa che mentre vado a lavorare la mattina le persone mi chiedono cose lungo la strada. Un continuo. Non ci stai mica dietro. Mail, sms. Credo di aver perso amicizie anche per questo. Non è umano. Non faccio nemmeno più la spesa a Crevalcore. Quando esco dall’ufficio non voglio sentir parlare di lavoro. Cerco di evitare quelle che chiamo “le facce da terremoto”. E’ talmente pesante la situazione che ho  solo voglia di scappare a casa.

“Casa tua ha avuto danni?”

Fortunatamente no, anche se per i primi tempi non abbiamo potuto entrarci. Essendo in centro a Crevalcore era nella zona Rossa. Appena la zona è stata ridimensionata siamo potuti tornare.

“Chi decide i limiti della zona Rossa?”

Il sindaco, naturalmente con il supporto tecnico della Protezione Civile. Da noi moltissimi sono ancora fuori casa perché le loro abitazioni sono dentro i limiti della zona Rossa. In questi casi non puoi eseguire nessun intervento finché il Comune non permetterà l’accantieramento e la messa in sicurezza. Praticamente non sei più in possesso del tuo fabbricato.

“Lo stesso problema che hanno tutti quelli che abitano vicino agli edifici pubblici o storici che sono inagibili?”

In questi casi è anche peggio. Qui la tempistica è molto più lunga visto che prima di eseguire i lavori si devono avere le risorse economiche. Per gli edifici storici o artistici si devono aggiungere i tempi per il recupero gestito dalle varie Sovrintendenze.

“Oltre al lavoro sull’emergenza state portando avanti anche l’ordinaria
amministrazione?”

Impossibile gestire anche l’ordinario. Ma allo stesso tempo non si possono bloccare nuove costruzioni. E così accettiamo tutto al protocollo, con il silenzio assenso.

“Un buon momento per chi vuole costruire: nessun controllo da parte vostra”.

Purtroppo è così.

“Torniamo alle schede Aedes. Una volta validate ed inserite agli atti il proprietario può pensare al recupero?”

Da quel momento ha in mano il documento che inserisce il suo fabbricato nella fascia di riferimento per l’eventuale rimborso e per il tipo di lavori da eseguire per mettere in sicurezza l’edificio. E di nuovo il nostro ufficio sarà in prima linea.

“Come mai?”

La validazione dei lavori tocca al Comune. Quindi il cittadino verrà da me a chiedere come mai è finito in una fascia piuttosto che nell’altra; perché il suo vicino potrà ottenere una percentuale di rimborso maggiore della sua. Ci toccherà girare con la scorta. Ormai le persone non hanno più paura del terremoto, adesso hanno solamente il timore di non avere il rimborso. E per ora non abbiamo nessuna indicazione su come dovremo gestire la cosa. Credo che sarebbe stato meglio considerare l’idea di far validare i rimborsi ad uffici esterni. Non puoi dare questo ulteriore peso a chi ha già gestito tutta la fase dell’emergenza.

“Al di là del carico di lavoro, com’è cambiato il tuo rapporto con l’ufficio? Con i tuoi colleghi?”

Questa situazione ci ha molto uniti. Nessuno ha mai detto “vi paghiamo gli straordinari” ma tutti erano là dal primo giorno dopo le scosse. Anche chi ha perso la casa. Troppi danno per scontato la cosa. Tutti quelli che in questi due mesi se la sono presa con noi per la lentezza delle procedure non comprendono che anche noi siamo terremotati. Ci sono colleghi che a quasi sessant’anni si sono riciclati ed hanno imparato un nuovo lavoro, ad utilizzare programmi che non avevano mai visto. A gestire pratiche tecniche di cui non capivano nulla. L’emergenza del servizio in quell’ufficio ti toglie tempo alla tua vita normale. E vivere e lavorare in continua emergenza non è possibile. Dopo un po’ bisognerebbe andare avanti.

“Quanto tempo servirà secondo te per gestire tutta la ricostruzione?”

Durerà anni. Oggi come oggi non ne vedo una fine, una via d’uscita. Forse considerare 10 anni come arco temporale per ritornare alla completa normalità non è così sbagliato. Ma se guardiamo agli esempi del passato forse sono anche troppo ottimista.

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