Emergenza quotidiana – di Luca “Bax” Bassoli

Ore 6 e trenta. La sveglia del cellulare suona: ho scelto un motivo delicato e soave, ma non serve a nulla, perché la mia reazione a quel suono è una smorfia di disappunto. Bevo un po’ d’acqua che ho portato vicino al mio giaciglio e decido finalmente di alzarmi ed uscire dalla tenda. Già ci si vede, d’altronde è il 4 giugno, ed il primo odore che percepisco è il mieloso ed infinitamente dolce profumo dei tigli in fiore. Attraverso la strada e mi soffermo per pochi secondi di fronte alla villetta a schiera dei miei genitori. Faccio un respiro e poi entro. Dal piano semi interrato risalgo lungo le scale fino alla mia camera, prendo la biancheria ed i vestiti dall’armadio poi passo davanti alla stanza da letto dei miei e, fissando mia madre che è già sveglia, le chiedo: “Sentito qualcosa stanotte?”. E lei: “Me aiò durmì totà nòt. An nò sintù gninta”.

Saluto, faccio la doccia, mi vesto ed esco. Quindici minuti secchi. Sempre troppo lunghi per i miei gusti, ma anche questa volta è andata bene.

 

La macchina è parcheggiata nel parco davanti casa, esattamente a fianco della mia tenda 3×6 che è davvero enorme e comoda, anche se ci dormo solamente poche ore per notte. Il mio vicino invece se ne è comprata una più piccola, le altre le avevano finite in poche ore, comunque sia è molto meglio che dormire in macchina come ha fatto per i primi giorni.

Io ed alcuni dei vicini dormiamo in tenda più che altro per paura. Beh, paura: dormiamo in tenda perché abbiamo una paura fottuta del terremoto! Anche se grazie al cielo le nostre case non hanno subito danni.

 

A sud-ovest del parco di fronte a casa ci sono le tende di una cinquantina di pakistani, uno dei quali dorme su una brandina praticamente all’aperto e rimane lì tutto il giorno: ha ambedue le gambe rotte. Pochi lo sanno ma gli infortuni causati dalla fuga in preda al panico sono molto frequenti. Nel campo da calcio a sud-est le tende ne contornano il perimetro e le ampie zone dietro le porte. Saranno una settantina. Nel parco ad ovest invece hanno trovato ospitalità diverse etnie del sud-est asiatico ed è stata approntata una moschea provvisoria che, nonostante la strutture ed i materiali, ha dimensioni di tutto rispetto. Infine più a sud, oltre il campo, c’è invece l’accampamento formato da un centinaio di tende di italiani, così come nel parco ad ovest di casa mia. In questi ultimi si sfiorano livelli di eccellenza dell’arte del campeggio: camion frigo, tende da 40 mq, gazebo enormi, cucine da campo e barbecue, ed impianto luci invidiabile. Vivevo in una casa contornata da parchi, ora vivo in un campeggio globale, dove esiste un unico comune denominatore: la paura.

Attraverso la strada, saluto i vicini che nel frattempo si sono svegliati, e mi sento rivolgere la solita domanda di questi ultimi giorni: “Geometra! Allora tot a pòst? Se le nostre case non hanno avuto danni sono agibili vero?”

E’ difficile essere un tecnico in queste situazioni: la gente terrorizzata vorrebbe delle risposte, rassicuranti naturalmente. Risposte che non sempre si possono dare con assoluta certezza. Ed è strano che molte delle persone che fino qualche giorno prima ti chiamavano semplicemente Luca, ora ti chiamano con il tuo titolo di studio. Io provo a tranquillizzarli, ma senza sbilanciarmi mai oltre quella umana concezione che ci sono eventi troppo imprevedibili. Che anche se l’edificio è stato costruito senza violare la normativa, a volte ci sono condizioni nuove che la normativa stessa non aveva considerato. Entro in macchina e li saluto. Poco dopo mi fermo in un bar, giusto il tempo per un caffè e due paste rigorosamente a portar via: consumo in macchina che è meglio.

 

La mia sede di lavoro è a Bologna ma in questi giorni ci vado ben di rado. Da una settimana mi occupo, insieme ad altri colleghi, dell’operatività delle strutture del personale nelle sedi di Carpi e Mirandola. Alle 7 e trenta sono davanti la sede ed il cancello è già aperto: qui il personale lavora 24 ore su 24, per riparare ai danni sulla rete elettrica. Dal primo giorno sono arrivate squadre operative da tutte le province limitrofe ed hanno lavorato in molte situazioni di pericolo. Nella sede di Carpi il terremoto ha causato danni alle tramezzature interne al piano terra ma nulla alle strutture portanti, almeno apparentemente. Il piano primo risulta ancora interdetto alla presenza del personale: le scosse di lieve entità sono ancora troppo frequenti ed i rischi che qualche tramezzatura si distacchi è ancora elevato. Mi dirigo nell’ufficio di un collega, ovviamente dentro al container, discuto con lui dell’arrivo di altri box prefabbricati con docce e bagni, poi entro nello stabile al piano terra. Lì abbiamo allestito una sorta di unità d’emergenza, tutto in un’unica grande sala. C’è molta concitazione perché la scossa del 29 ha prodotto molti danni alla rete elettrica e molte sono le case pericolanti con ancora i cavi attaccati sulla facciata. E la scossa di ieri non ha di sicuro aiutato a tranquillizzare gli animi. Giusto il tempo di scambiare poche parole con il responsabile che la terra trema per alcuni secondi: tutti cerchiamo lo sguardo degli altri, nessuno escluso, per capire se dobbiamo uscire. Il corpo si fa rigido come cemento in quei lunghissimi attimi. Poi si sente un’imprecazione provenire dal corridoio e questo poco convenzionale segnale ci fa capire che anche questa volta è andata. Nulla di serio e preoccupante per fortuna.

Si riprende la propria attività e qualcuno avanza anche scommesse sull’entità della scossa: “Sarà stato almeno un 3.8”. “Ma sa dìt! La sarà stèda trì, trì e mès al masim”.

Dopo qualche altro pronostico tutti di nuovo concentrati; c’è davvero tanto da fare. E poi ormai tutti lo sanno che da lì a quindici minuti sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica si potrà leggere l’intensità del sisma, quindi vedremo chi ci ha preso. Quando esco vado nel parcheggio ad assistere la squadra degli impiantisti che deve effettuare il collegamento di altre nuove postazioni nei container. Poco dopo le 11 vengo informato dell’imminente arrivo del tecnico della Protezione Civile nella sede di Mirandola, così prendo la macchina e mi dirigo là.

 

La strada che collega le due città è un campo di battaglia. Le prime avvisaglie le noti già nella frazione di San Marino, con i nastri rossi e bianchi tutto attorno alla pizzeria, e molti gazebo e tende nella zona del parcheggio. Poi c’è la curva vicino a Rovereto: in quel punto una porzione di una vecchia casa si è riversata in strada, ed ora c’è il senso unico alternato. Fa davvero impressione ma almeno qui si passa. Il 31 maggio ho attraversato Rovereto per recarmi da un amico che aveva la casa danneggiata; il percorso mi ha riempito l’animo di una profonda tristezza. La strada principale è chiusa perché sono crollati diversi palazzi e la deviazione ti fa passare per un grande quartiere residenziale: il percorso è un continuo zigzagare tra le vie interne bypassando le strade interrotte dagli edifici crollati o pericolanti. Qui si possono vedere tetti divelti, crepe grosse 15 cm, lesioni alte quanto tutto l’edificio, e la famigerata crepa ad x presente in diversi muri esterni. Avvicinandomi a Mirandola noto come molte delle chiesette di campagna sono ora prive della palla di marmo e della croce che sovrastavano i campanili. Evito il centro di Cavezzo ma non posso evitare il campo della Protezione Civile che si trova a fianco della strada che aggira il centro abitato. Qui vedo i primi capannoni danneggiati ma una visione ancora peggiore mi aspetta all’entrata di Mirandola, che avviene proprio dalla parte della zona industriale. Alcuni capannoni sembrano smontati come lego ed appoggiati a terra, altri si presentano mancanti di qualche pannello di cemento esterno; certi sembrano sfidare con alcuni elementi strutturali la forza di gravità, altri non sono alti più di 2 metri. Un capannone in particolare colpisce la mia attenzione: lo noto da lontano, con quella enorme gru che sta lavorando nei pressi del fabbricato; mi avvicino in auto e tutt’intorno al perimetro sono presenti alcune auto dei Vigili del Fuoco. Esternamente si presenta intatto e di recente costruzione anche se, una volta che arrivo a 15 metri, un particolare mi colpisce: dalla finestra che si affaccia sulla strada riesco a distinguere chiaramente che al suo interno il tetto è completamente crollato.

 

La sede di Mirandola è totalmente inagibile, lo ha detto anche il tecnico della Protezione Civile. C’era da immaginarselo viste le lesioni da distacco presenti sui muri esterni. Tutti gli impiegati ed il personale operativo lavorano nei container dislocati nel cortile; alcuni devono accontentarsi  di scrivanie all’aperto. Per fortuna è un bella giornata e gli alberi riparano da un sole che non è poi tanto forte. Anche qui si lavora a ritmi serrati e con squadre provenienti da altri comuni. Il cortile è stato interamente perimetrato con del nastro bianco e rosso per far operare gli addetti ad una distanza di sicurezza dalla struttura. D’altronde basta guardare il capannone a fianco per capire la pericolosità della situazione: il muro sul fronte strada ora si trova adagiato nel cortile ed internamente si possono ben distinguere i poster alle pareti, qualche tavolo da lavoro, ed il controsoffitto che pare mozzato. La struttura è identica a quella del nostro capannone. Viene da chiedersi come mai a quello è crollato un muro perimetrale ed invece nel nostro ci solo delle lesioni. Marcate e ben visibili, ma certamente è ancora in piedi. Lo stesso interrogativo che ho pensando a tutte quelle strutture risalenti agli anni 60 che hanno ottimamente resistito, mentre altre più recenti invece sono cadute o da demolire.

Certamente conterà costruire con criteri anti-sismici, ma sicuramente conta di più costruire con criterio. Poca massa nelle sommità degli edifici, fondazioni profonde, continuità di orditura strutturale e nodi rinforzati. Queste le prime cose che mi vengono in mente ripensando a tutte le strutture che ho esaminato. L’occhio del tecnico, guardando dall’esterno le costruzioni danneggiate, riesce a fare valutazioni approssimative su quali siano gli elementi che sono entrati in difficoltà durante l’azione del sisma. Se poi sei un tecnico nato e vissuto nella zona colpita ti senti coinvolto al cento per cento, ogni minuto della tua giornata, perché ogni telefonata è collegata a filo doppio con il balàmeint. Come dice mia nonna.

 

In questi giorni saltuariamente dovevo rientrare al mio ufficio di Bologna, ed ogni volta venivo interrogato dai colleghi sulla situazione nella bassa. Ho trovato molta solidarietà e comprensione, ma anche frasi del tipo: “Guarda che anche qui si è sentito! Abbiamo evacuato la sede, si ballava da matti”. In quei momenti capivo di sentirmi diverso. Ho realizzato che il terrore di una scossa così potente non la puoi spiegare a nessuno. Tutti credono di aver provato la stessa paura, ma non possono immaginare com’è beccarsi una 5.8 con epicentro a pochi chilometri di distanza: il boato terribile tanto da paralizzarti i muscoli per interi secondi, la mente che entra in una sorta di tilt, le urla di panico e disperazione delle persone che echeggiano fuori dalla finestra. La terra. Quando la senti sfuggire all’attrito delle scarpe, prima in una direzione poi nell’altra, mentre guardi la tua casa muoversi, ondeggiare, tremare, e preghi perché essa possa rimanere lì, integra. Io stesso non posso nemmeno immaginare cosa voglia dire averla vissuta negli epicentri veri e propri, oppure vedere in prima persona fabbricati contorcersi, lesionarsi e poi crollare a terra.

 

Il pranzo lo consumo al sacco con alcuni colleghi, rigorosamente all’aperto, poi l’inevitabile caffè: la macchinetta è stata portata fuori in una delle veloci incursioni per recuperare il materiale informatico necessario per continuare il lavoro. Nel pomeriggio mi incontro con un rappresentante che vende ed affitta container prefabbricati. L’agente viene dalla zona di Milano e mi ha confermato che, vista l’emergenza, avrebbe girovagato per le zone terremotate per molti giorni.

Alle 17 lascio la sede di Mirandola e mi dirigo verso casa, ma la mia giornata di lavoro non è ancora finita. Il 30 maggio ho pubblicato sul mio profilo facebook la mia completa, ed ovviamente gratuita, disponibilità ad effettuare visite su fabbricati. Nulla di ufficiale, solamente una prima valutazione sullo stato della struttura. Molti amici mi hanno contattato, ed anche amici di amici lo hanno fatto, cosicché in questi giorni finito il mio lavoro ufficiale eseguo sopralluoghi fino alle 21. Grazie al cielo nella maggior parte delle occasioni le strutture non presentano evidenti segni di lesioni strutturali, molte volte il consiglio è quello di farsi al massimo qualche notte in tenda, giusto per stemperare la paura e far cessare questo sciame sismico che sembra non finire più. Forse, per la prima volta in vita mia, mi sento davvero utile alla mia terra e probabilmente le sto restituendo una piccola percentuale di quella riconoscenza che sento. Durante le visite ho notato una naturale, ma allo stesso tempo sconcertante, continua ricerca di sicurezza da parte delle persone che mi avevano contattato. Mi sento anche un po’ psicologo in questi frangenti, soprattutto quando mi vengono mostrate, con voci ed occhi terrorizzati, piccole crepe su tramezzi interni. Segni che probabilmente sono lì da prima del terremoto. Ogni volta mi sento chiedere: “Allora la mia casa è agibile?”

Non è facile, visto quello che è successo in questi giorni, parlare di agibilità con leggerezza. Nei casi limite la mia risposta, ironicamente brutale e veritiera, è questa: indico con l’indice il cielo e dico che c’è solo una persona che può dare l’agibilità. Non molto scientifico, lo so, ma ci sono situazioni in cui sono necessari controlli più accurati.

E poi ci sono le persone come mia madre e mia nonna. Persone che nemmeno durante le scosse più forti sono scappate. Loro sono fataliste, tanto che mia nonna ha provato a giustificarsi dicendo: “La cà l’an gà gnìnta, gnàn na crèpà. Mè a fàg fàdiga a corèr, a sùn vècia. E po’ mèt al chès cà blisghì pàr tèra?”

Sembrano spavalde invece il loro solo un modo diverso di difendersi dalla paura. Hanno spesso dormito insieme, mia madre a casa di mia nonna, come non accadeva da quasi 60 anni. Succedono cose curiose in questo periodo. Mio padre invece ha dormito con me per i primi tre giorni, più per la mia insistenza che per un suo effettivo bisogno. Però credo gli abbia fatto piacere: dormire in tenda gli ha ricordato i tempi in cui fumava la pipa ed aveva ancora un bel ciuffo. A differenza di loro invece io mi difendo restando il più possibile fuori dagli edifici, anche se so che non hanno problemi come la casa dei miei. Sarà che ho visto troppe strutture crollate in questi giorni. Ho sentito e sento troppi racconti tristi. Lavorare all’emergenza ti fa vivere in uno stato di continua emergenza.

 

Verso le 21 finisco il mio giro. La cena generalmente la consumo in maniera veloce, a casa, dove mia madre non ha perso quasi nulla della sua quotidianità: figurarsi la preparazione della cena! Il tempo passato in casa è lo stesso della mattina. Quando passo davanti alla mia camera entro e prendo qualcosa da vestire e guardo la nuova macchia sul pavimento in legno: tequila messicana regalo di un amico viaggiatore. Se l’avessi bevuta prima, invece che aspettare la serata giusta. Adesso ne sento soltanto il profumo, visto che  la bottiglia è andata in frantumi nel terremoto del 29 maggio.

Risalgo di nuovo in macchina e telefono alla fidanzata, che vive sulle prime colline modenesi. La tranquillizzo in merito all’andamento della giornata e sul fatto che tutto è andato per il meglio e che nel weekend la raggiungerò; tanto per staccare qualche ora da quest’atmosfera che si respira qui ultimamente. La notte rivela sempre la città per quello che in realtà è: Carpi è deserta, ci sono pochissime auto in giro, e aleggia un silenzio surreale. Non riesco a scorgere nessuna luce dalle finestre dei palazzoni, giusto in qualche casa singola o villetta si vedono lampadine accese. In queste sere esco sempre, ogni notte il ritrovo è in qualche giardino di amici, oppure in campagna dove a volte si improvvisano cene e grigliate. Nemmeno quando avevo 16 anni e finivano le scuole uscivo così tanto. In realtà adesso ogni scusa è buona per non andare a dormire. Durante questi incontri, ognuno racconta la proprie storie in merito al sisma, come ha visto e sentito il terremoto, delle cose strane che ha visto fare alle persone in preda al panico. Si parla di tutto, soprattutto si condividono le emozioni. C’è il bisogno di capire che è normale avere così tanta paura. Naturalmente si cerca anche di sdrammatizzare e di riderci su, soprattutto con chi ha davvero perso qualcosa. E diversamente da me dorme in tenda non per bisogno ma per necessità. Come un amico che, il 29, in un minuto ha perso casa e negozio sottostante. Non riesco a capire come faccia a sopportare questa situazione, lui che per qualche notte ha dormito su una brandina all’aperto, visto che non erano ancora arrivati gli aiuti, nel campo da calcio di Fossoli.

Verso mezzanotte le palpebre si fanno pesanti, ma si cerca di resistere il più a lungo possibile. Nessuno vuole tornare a casa. Anche chi la casa c’è l’ha ancora in piedi.

 

Quando entro nella mia tenda è ormai l’una. Mi metto sopra al sacco a pelo e chiudo gli occhi: cerco di spegnere ad uno ad uno tutti i sensi. E l’ultimo è l’olfatto. La giornata termina così come l’avevo cominciata, con il mieloso ed infinitamente dolce profumo dei tigli in fiore. Ne sono certo: ogni volta che sentirò quel profumo non sarà mai più la stessa cosa.

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