Controscossa – viaggio di sola andata

Sognavo. Calle bianche e un giardino d’infanzia abbracciato da un sorriso che non posso vedere da troppo tempo. Poi, una voce metallica ha frantumato il sogno e, ancora nel dormiveglia, ho distinto solo tre parole: Modena, ancora, terremoto. Dieci giorni prima le mie colline avevano ballato sotto il mio letto e lì ti avevo sentito pulsare, mia terra, così tanto da farmi dubitare della mia ennesima partenza. Un altro aereo, altri mille chilometri tra me e il tuo verde brillante. Quella mattina ho impiegato secoli che erano attimi a realizzare che di nuovo avevi ricominciato a danzare e questa volta l’avevi fatto forte, spessa come una signora che muove i fianchi in una delle nostre balere. Ti ho guardata da lontano, da uno schermo televisivo troppo vecchio per poter appartenere al nostro mondo moderno. Ti ho sentita nelle ossa e ti ho sentita uscire da me, come quando si guardano i video dei bambini che eravamo e che, a volte, siamo ancora.

Ho sentito il sapore della polvere sulla punta della lingua, mentre fissavo la facilità con cui infiniti posti possono accartocciarsi su se stessi dopo questa tua danza. Ho avvertito la punta della paura partire dal cuore e dilatarsi nelle vene fino a rendermi schiava di un cellulare che riceveva soltanto interruzioni di segnale. E poi, con il telefono in mano, seduta al bordo del letto, ti ho guardata scomparire e dimenarti da lontano. Lo spazio tra me e te non è mai stato più grande di un battito di ciglia, nonostante i chilometri e le decisioni che hanno scandito i cucchiaini dei miei caffè. Ma ora, ora che ti vedo crollare da lontano sento questo mio viaggio come un tradimento. Dovrei essere lì, con te. Dovrei essere lì per riempirmi gli occhi dei tuoi campi che richiamano il sole e quel profumo di terra che soltanto tu sai emanare. Dovrei essere lì, con le mie persone. Intanto, le immagini scorrono implacabili e crudeli sullo schermo. Morti, campanili, capannoni, polvere e mattoni che si mescolano in quelle istantanee ripetute che mi strappano la pelle e continuo, meccanica, a chiamare senza risposta. Ho bisogno di sentire le voci che conosco, quelle che sono nelle mie orecchie sempre e di vedere le espressioni che continuo a cercare tra la folla anche qui, quando cammino sotto l’Orologio Astronomico. Voglio tornare a casa, non posso tornare a casa. Percepisco il sollievo delle persone che mi sanno lontana, sento divampare nel mio cervello l’urlo che rivendica il mio essere lì, per tutti quei sorrisi che ho incrociato sotto la tua torre, Modena, e che ora hanno bisogno di una mano per rialzarsi dalla terra. Mangeranno il fango nella loro storia. Bocche piene di polvere, mani che si rompono sotto i mattoni.

Ho sempre percepito il tempo senza mai misurarlo, credo che dopo quattro servizi e qualche parola scomposta qualcuno abbia risposto stiamo bene, non preoccuparti, resta lì, non tornare finché non smette il pericolo. Sospetto che nella mente del viaggiatore soltanto in quel momento possa scatenarsi la guerra eterna tra camminare o stare fermo. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Il senso di appartenenza scava intorno a sé il buio della perdita e insieme la sensazione della non comprensione. Quante volte avevo visto tragedie naturali schiantarsi contro lo schermo televisivo, paesi così lontani da noi da sembrare irreali. Quante volte avevo sentito la mia incapacità di partecipazione a quelle tragedie, quel senso di non vissuto che mi faceva tenere il braccio teso per distanziare gli occhi degli stupri della natura e del mondo.

Ora sei tu, Modena, mentre ti spacchi e ti squarci su te stessa. E sono io, a mille chilometri di distanza, mentre ti guardo contorcerti come tante altre volte ho osservato distruggersi mondi così lontani da noi. Ma tu sei mia,  tu sei il mio verde e le mie colline e vorrei essere lì, per spaccarmi con te, ma darti i miei pezzi per ricostruirti.

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